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Loredana Lipperini
30 11 2015

Esattamente quattro anni fa usciva un gran libro di Nina Power, La donna a una dimensione. Lo hanno dimenticato in molti, come è diventato normale, ed è diventato normale fare spallucce e giustificarsi con la gran mole di titoli. Lo faccio anche io.

Però quel libro andrebbe recuperato oggi, in un momento in cui i processi descritti da Power sono andati avanti, e quella che sembrava un'onda difficile da contenere è stata contenuta, eccome.
Con la complicità di chi ha fatto surf su quell'onda.

Quattro anni fa, 2011, l'anno del 13 febbraio e di Se non ora, quando?, che ha saputo indubbiamente radunare e convogliare le tante anime dei femminismi, e invitare le donne attive sui territori a organizzarsi e a fare rete.
Bellissimo, e importante.

Ma è altrettanto importante, e in negativo, quello che è successo dopo: perché mi sembra difficilmente negabile che una delle funzioni di Snoq (o almeno di parte del suo gruppo centrale) sia stata quella di consegnare quel patrimonio a un partito.

Il Pd, nel caso.

E di usarlo per battere Berlusconi, si diceva allora. Nei fatti, per far rientrare nei ranghi le battaglie non delle sole donne, ma comuni (ah, il vecchio discorso, che occorrerebbe ogni volta ripetere: non esiste società civile se non si raggiungono pari opportunità, fra persone di ogni appartenenza sessuale e naturalmente fra persone di ogni provenienza sociale, perché le due cose vanno insieme).

Sia. E' avvenuto, appartiene al passato e non si può modificare. Ma mi piacerebbe molto, ora, rivolgermi alle donne che sono state elette nel Pd e che provenivano dalle fila di Snoq. Mi piacerebbe che mi rispondessero su un punto.

Nella legge di stabilità 2016, all'articolo 1, comma 334, gli stanziamenti per le Pari Opportunità subiscono un taglio di 2,8 milioni di euro l'anno nel triennio 2016-2018.
Lo sanno, se ne sono accorte? Hanno qualcosa da dire sul fatto che nel 2018 gli stanziamenti passeranno dai circa 28 milioni previsti inizialmente per il 2016 (e ridotti a circa 25) a 17.597.000? Prevedono di fare qualcosa? O almeno di dire qualcosa?

E per chi, già ora, ritiene di dover dire che gli stanziamenti per le Pari Opportunità vengono tagliati nell'ambito di una generale riduzione degli stanziamenti per la Presidenza del Consiglio, verrebbe da rispondere chiedendo perché le Pari Opportunità sono ancora appannaggio della medesima. E per chi volesse aggiungere che le Pari Opportunità sono poca cosa rispetto a tutto quello che si deve fare per i giovani, gli anziani, i disoccupati, la risposta è sempre quella: non esiste avanzamento sociale ed economico se prima non si risolvono le disparità.

Noi che l'11 febbraio c'eravamo, e anche chi non c'era, attendiamo con fiducia.

Cosa si aspettano le donne dai movimenti che parlano in loro nome, agiscono in loro nome, e che al cospetto delle istituzioni assumono la loro rappresentanza? ...

Incontro alla casa internazionale delle donne di Roma

  • Mercoledì, 30 Ottobre 2013 15:19 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
30 10 2013

L'Italia è quello strano Paese dove moralismo e perbenismo possono fare la differenza anche in positivo. Qui un senatore come Giovanardi (Pdl), di fronte a uno stupro di gruppo verso una minorenne, può dire apertamente che essendo la sessualità «uno dei tanti beni di consumo», non ci si può scandalizzare «se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti». Mentre la senatrice Fattorini (Pd) può ardire, nell'appoggiare il «pacchetto sicurezza» da poco passato in parlamento, che «la donna è una vittima che, paradossalmente, è tale perché diventata troppo forte».

Di certo il cosiddetto decreto femminicidio, convertito in legge 15 giorni fa, ha fatto chiarezza tra chi dice «no», chi accarezza l'idea che così va bene, e chi invece non ne vuole sapere. Spartiacque che tra le femministe di Paestum ha prodotto un forte dibattito e la stesura, da parte di alcune, dell'appello «Non in mio nome» a cui sono arrivate molte adesioni, e che adesso promuove un'assemblea pubblica per domani a Roma (ore 17,30 alla Casa Internazionale delle donne in via della Lungara, 19), per «pensare insieme a prossime azioni politiche, in un quadro di provvedimenti che utilizzano il corpo delle donne per intervenire sulla vita di tutte e di tutti». Un dibattito acceso che, per esempio, all'interno di Snoq ha decretato una scissione pubblica tra le «Libere» e la «Factory», con le prime a favore delle normative del decreto, e l'altra fortemente critica.

Eppure non serve una rassegna stampa per dire che con le nuove normative le donne continuano a morire e a essere massacrate: una legge presentata come una «bacchetta magica» contro il femminicidio, con una storia però che non comincia qui. «È dal 2007 che va avanti il nesso tra politiche securitarie e violenza sulle donne - dice Anna Simone, sociologa del diritto e ricercatrice a Roma Tre - quando ci fu lo sgombero del campo rom a Tor di Quinto voluto dall'allora sindaco Veltroni dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani. In quel momento la strumentalizzazione sul corpo delle donne e la costruzione del consenso politico su questo, portò alle misure d'urgenza dell'allora ministro dell'interno Maroni che, a partire dalla violenza sulle donne, puntava all'espulsione degli immigrati, eludendo i dati dell'Istat che proprio in quel momento dicevano che la violenza in Italia era soprattutto agita da italiani e in casa. Un decreto che fu epurato da quella mostruosità, ma che è in stretta relazione con quello che succede adesso, sebbene ora il governo abbia capito che si tratta per lo più di violenza domestica».

Per Anna Simone, che è anche una delle promotrici dell'incontro «Non in mio nome» a Roma, la manifestazione che ci fu nel 2007 portò in piazza 150 mila donne e aveva la stessa motivazione nel contestare il nesso tra violenza sulle donne e intervento securitario: «Quello che si sta facendo oggi - conclude - sui corpi delle donne ma anche su quelli dei gay, delle lesbiche, e sui corpi dei migranti, sono politiche di facciata che prescindono dai diritti reali di queste persone. Ed è per questo che si parla di vittime sia sul femminicidio, che a Lampedusa, o per l'omofobia, perché la messa in tutela non cambia nulla del tessuto culturale che è invece il nodo del problema». Un fattore che in Italia ci si guarda bene dall'affrontare anche perché in tempi di crisi servono soldi e finanziamenti certi, investimenti per un proficuo cambiamento culturale, sbandierato da molti ma solo in teoria.

Huffingtonpost
28 10 2013

Laura Eduati

Chi c'era può assicurare che alla Leopolda le donne non mancavano. Non soltanto in platea e nello staff di Matteo Renzi, ma anche sul palco a parlare. Eppure nel discorso conclusivo del sindaco di Firenze il riferimento all'universo femminile non c'è stato, tranne qualche accenno alle mamme. Troppo vago, hanno twittato deluse molte utenti. Una lacuna ancora più vistosa in un Paese dove il gender gap è ampio nonostante i piccoli passi in avanti: nell'ultimo dossier del World Economic Forum l'Italia è passata dal novantesimo all'ottantunesimo posto, forse anche per quel 25% di imprese al femminile e il continuo avanzamento delle manager ai vertici delle aziende, ma sempre anni luce dagli Stati scandinavi che svettano nella classifica della parità.

"Non mi stupisce nemmeno un poco", commenta la scrittrice Loredana Lipperini, conduttrice del programma culturale Fahrenheit su Radio3 da sempre attenta alla difficile emancipazione delle italiane. "Non mi stupisce perché penso che in fondo al Partito democratico delle donne non interessa granché", è la staffilata di questa giornalista che recentemente, insieme con le associazioni contro la violenza domestica, ha fustigato proprio il Pd per aver votato un decreto-legge sul femminicidio "improntato sull'ottica securitaria e poliziesca".
Tornando a Renzi: è mai possibile, si chiede Paola Pica sul Corriere della Sera, che in uno speech di candidatura un politico del 2013 possa citare le donne soltanto come mamme distratte e mamme che cucinano bene?

"E perché mai Matteo Renzi dovrebbe nominare la questione femminile? ", argomenta una delle figure storiche del femminismo italiano, la filosofa e scrittrice milanese Lea Melandri: "Il Partito democratico è pieno di donne capaci che però rimangono invisibili: sono loro che devono farsi avanti senza poi lamentarsi se il loro leader evita di pronunciare la parola donne". Melandri, non senza un intento provocatorio, invita le donne di sinistra a osservare le politiche berlusconiane: "Sono in prima linea, appassionate e combattive. Naturalmente stanno alla corte di Berlusconi, ma non in qualità di mogli e amanti come spesso a sinistra amiamo pensare".

Pensiero in parte simile a quello di Nicoletta Dentico, fondatrice di Se non ora quando, secondo la quale "va purtroppo registrata una vena di maschilismo proprio nei quarantenni che si dicono di sinistra", ossia gli uomini della generazione renziana. "Siccome ci sono vicini, la loro noncuranza nei temi di genere fa ancora più male". Eppure potrebbe anche darsi, continua Dentico, "che Renzi non abbia ritenuto opportuno nominare le donne perché è andato oltre, già include le donne nel suo pensiero politico". Interpretazione benevola? "Non voglio giustificare il sindaco di Firenze. Bisogna purtroppo registrare il fatto che le cose faticano a cambiare e tocca ora alle donne del partito prendere parola e non soltanto sulle questioni femminili".
Durissima invece la reazione di Lella Golfo, ex parlamentare Pdl, presidente della fondazione Bellisario dedicata alle eccellenze al femminile e ispiratrice della legge sulle quote rosa in azienda: "Quella di Renzi è una mancanza imperdonabile". E spiega: "Occupazione e imprenditoria femminile, welfare e servizi alla famiglia sono temi da mettere in cima all'agenda di qualsiasi candidatura ed è grave che proprio un aspirante leader della sinistra lo abbia dimenticato". Ma nemmeno lei, come Lipperini, è poi così sorpresa: "Avevo invitato Renzi a un convegno a Salerno su donne e impresa ma non è venuto, evidentemente il tema non gli è caro".

Monica Pepe, animatrice del sito zeroviolenzadonne.it che quotidianamente registra il dibattito sui diritti delle donne, è altrettanto perentoria ma guarda al concreto: "Ogni parola sulle donne e sulla battaglia contro l'omofobia risulterà comunque vuota se non verrà seguita da progetti di educazione nelle scuole sulla affettività gay e sul rispetto delle donne".

Femminicidio, il paternalismo della legge

Eretica, Il Fatto Quotidiano
22 ottobre 2013

Cosa significa paternalismo? Vittimizzare i soggetti al punto tale da ritenerli bambini, incapaci di scegliere e di autodeterminarsi. Si manifesta quando qualcuno arriva e ti dice "so io quello che è bene per te" e non accetta repliche, critiche, tendendo anzi a patologizzare o demonizzare qualunque opinione differente.

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