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Il Corriere della Sera
22 10 2013

Apprendiamo da una lettera alla vostra redazione quale sia la posizione delle “donne di Se non ora quando” sulla legge contro la violenza. Lo apprendiamo noi che facciamo parte di Se non ora quando. La lettera è stata firmata da un gruppo di donne che costituisce uno delle decine e decine di comitati Snoq sul territorio nazionale, il comitato “Se non ora quando–Libere”. Se non ora quando è un movimento molto ricco, attraversato da idee e visioni differenti. Da alcuni mesi non ha più un Comitato Promotore, quello che indisse la manifestazione del 13 Febbraio e indirizzò il percorso politico del movimento per circa due anni.

Il Comitato Promotore si è sciolto e diviso in due gruppi: “Se non ora quando–Libere” e” Se non ora quando-Factory”, e il movimento tutto si sta riorganizzando, con le sue molteplici realtà. Snoq, dunque, non ha più una voce unica con cui esprimersi. “Se non ora quando–Factory” è stato udito alla Camera a Settembre dove ha depositato un documento, firmato da 47 comitati territoriali di Snoq, in cui criticava con molte motivazioni il decreto legge. Ne rigettava l’impianto prevalentemente securitario e ne denunciava soprattutto l’insufficienza rispetto all’area della prevenzione della violenza, che tanto spazio occupa invece nella convenzione di Istanbul. La posizione espressa dalla maggioranza ha trovato discordi le donne di “Snoq–Libere”, autrici della lettera da voi pubblicata.

Noi crediamo di aver avuto, con le altre associazioni e parlamentari che hanno criticato il decreto, un ruolo importante nel promuovere la sua modifica. Pensiamo però che il risultato finale sia ancora lontano dall’impianto che dovrebbe avere una normativa sulla violenza efficace, che parta dalla prevenzione, dalla scuola e dall’educazione, che sostenga realmente i centri anti-violenza, e che soprattutto valorizzi la capacità di autodeterminazione delle donne, non che le individui come soggetti deboli da “mettere in sicurezza” per di più con la beffa di inserirle in un pacchetto dove si agisce, più nascostamente, su altre questioni come la Tav o i furti di rame.

Non pensiamo che questa nostra posizione sia una “visione antistituzionale, o radicalmente liberale secondo la quale le donne sono fuori o sopra o di fianco, ma comunque estranee alla legge e la loro libertà non ha nulla a che vedere con la polis”, come scrivono le donne di “Snoq-Libere”. Tutt’altro. Noi pensiamo e affermiamo con forza che le donne e i loro corpi non possano essere utilizzati per far passare misure che non hanno niente a che fare con le loro vite e con il loro essere nella polis. Non “donne fuori, sopra o di fianco” alle leggi, ma donne messe “sotto” la legge. È possibile accettare una legge omnibus come questa, e dire addirittura che contiene qualcosa di rivoluzionario? Cosa c’è di rivoluzionario nell’utilizzare le donne come eterne ospitanti di questioni che non le riguardano? Proprio nulla. Che cosa le mette fuori dalla polis se non questo tipo di operazione, dove il riconoscimento della loro libertà è parziale, se non di facciata?

Le leggi non hanno “cambiato la vita delle donne italiane”, come scrivono le donne di Snoq Libere. Le leggi hanno registrato e testimoniato le conquiste fatte dalle donne con fatica e grande determinazione. Fare il percorso inverso, partire dalla legge per cambiare la vita delle donne può essere pericoloso, può farci perdere di vista proprio quelle vite. E il fatto fondamentale che è dalle vite che bisogna partire per fare le leggi.

In una fase come questa, – in cui l’autodeterminazione delle donne è continuamente messa in discussione, in cui la legge 194, senza un’adeguata regolamentazione dell’obiezione di coscienza, finisce per lasciare sole le donne, invece che essere il baluardo di un loro diritto inalienabile – noi non sentivamo proprio il bisogno di una legge che proteggesse le donne, che le dipingesse come soggetti deboli dove la libertà viene al secondo posto, dopo la “tutela”.

 

Se non ora quando – Factory

Nessun pacchetto sicurezza sui nostri corpi!

  • Martedì, 22 Ottobre 2013 11:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Femminismo a Sud
22 10 2013

Dal Collettivo Le Ribellule:

Il decreto legge sul Femminicidio, che prevede al suo interno misure varie ed eventuali senza relazione con la violenza di genere, è stato ratificato. Noi lo respingiamo al mittente. Continuiamo a lottare contro la violenza maschile sulle donne e contro chi utilizza i nostri corpi per attivare solo politiche repressive e campagne elettorali securitarie.

Chi governa ha capito che il femminicidio è utile per acquisire consensi e in nome di presunte emergenze, dispone provvedimenti contro fasce di popolazione per loro problematiche: migranti nel caso del pacchetto sicurezza del 2008, le lotte sociali, come la NO-TAV, oggi.

Presentare infatti un decreto legge come “strumento per combattere la violenza sulle donne” e infilarci dentro inasprimenti di pene per la violazione dei cantieri delle cosiddette “grandi opere” significa imporre uno stato di polizia contro la popolazione utilizzando le donne come espediente. Il decreto è servito ad aumentare la presenza di forze dell’ordine senza prendere in considerazione misure non repressive, nessun riconoscimento al lavoro dei centri antiviolenza mentre aumentano gli stanziamenti per chi maltratta e stupra nelle caserme e nei C.I.E., o nel migliore dei casi risponde ad una donna “torni a casa e faccia pace con suo marito, certe cose succedono, è normale”.

La violenza sulle donne non è un fenomeno emergenziale, ma un sistema estremamente radicato e strutturato nella società, non può essere “ridotto” a questione di ordine pubblico, ad alibi per blindare interi territori. I femminicidi non sono “eventi” imprevedibili come i terremoti, associare violenza sulle donne a catastrofi naturali in una legge è quantomeno bizzarro.

Il dl femminicidio è una legge pericolosa perché intrisa di tutti quei principi di cui si nutre la violenza di genere: la rappresentazione della donna come una persona debole, da tutelare, non in grado di autodeterminarsi. Lo stato pretende di sostituirsi a lei, la delegittima sul piano della scelta quando la costringe ad andare in tribunale per ritirare una querela. In sostanza stanno usando le lotte e le rivendicazioni del femminismo per imporre un sistema di tutela patriarcale che delegittima i percorsi di liberazione.

Le donne che decidono di uscire dalla violenza ricevono la beffa dell’ennesimo finanziamento “una tantum” destinato ai centri antiviolenza, i quali hanno più volte ribadito la necessità di risorse adeguate perché si possa uscire dai luoghi della violenza, soprattutto quelle case in formato “mulino bianco” proposte quotidianamente come brand della famiglia perfetta.

Non saranno 10 milioni, inseriti per mascherare ben più sostanziosi finanziamenti per esercito e polizia, a cambiare la situazione se non si supportano centri antiviolenza, case di semi autonomia e sportelli antiviolenza.

Non servono i braccialetti elettronici utili solo per arricchire le aziende che li producono: un costo pubblico abnorme per controllare che l’uomo maltrattante in questione non violi i domiciliari e rispetti i divieti di avvicinamento. Un altro dispositivo che non è assolutamente un deterrente, le statistiche di altri paesi sono chiare, per un uomo che vuole sovradeterminare, perseguitare e dominare una donna che considera suo possesso.

Servono investimenti programmatici per creare una rete di supporto e di accoglienza per le donne che decidono di lasciare l’uomo che le maltratta, che decidono di autodeterminarsi e di iniziare una nuova vita.

Questo decreto legge, è solo l’ennesima dimostrazione di come lo stato ci voglia strumentalizzare, di come i partiti vogliano fare campagna elettorale sui corpi delle donne, di come una cultura sessista ci voglia meste, docili e obbedienti…noi schifiamo questo dl femminicidio!

Le Ribellule

Abbatto i muri
21 10 2013

Snoq appoggia #DlFemminicidio? La rivolta interna contro Comencini & Co!

Tra i comitati di Se Non Ora Quando c’è un grande malumore. Non è passato molto tempo dal momento in cui scrivevo su Il Fatto Quotidiano di due posizioni differenti. Una divulgata dal sito nazionale di Snoq, coincidente a quella di parlamentari del Pd che hanno sollecitato e rivendicano l’approvazione del decreto #femminicidio e l’altra di ben 42 comitati che hanno espresso e continuano ad esprimere una posizione autonoma e differente. Non è passato neppure molto tempo da che Angela Azzaro su Gli Altri scriveva delle grandi responsabilità politiche e culturali di Snoq a proposito dell’approvazione del decreto.

C’è malumore perché, come si evince con chiarezza dalle pagine di discussione facebook del comitato fiorentino e quelle di altri, numerosi, comitati di Snoq, quello che sembrerebbe mancare è un minimo di democrazia nel processo decisionale. Chi parla a nome di chi? Quando il gruppo di un solo comitato, che vale, da ciò che leggo, 15 persone, rilascia una intervista sul Corriere, utilizzando la pesante artiglieria mediatica di cui dispone, chi rappresenta? E può parlare a nome di tutta Snoq o in questo c’è una prevaricazione enorme e l’intenzione di invisibilizzare la posizione di tantissime che non la pensano allo stesso modo?

Il malumore è espresso anche su twitter dove militanti di comitati vari parlano di una assemblea richiesta dopo un tentativo di mediazione. Dovrebbero incontrarsi la prossima settimana e raccontarsi, forse, quel che c’è che non va. Perché io vi racconto tutto questo? Perché ritengo che le critiche a Snoq siano assolutamente condivisibili, sono la prima ad avanzarle senza sconti, ma come le stesse militanti dei tanti comitati mi hanno insegnato, ascoltando con pazienza e disponibilità le ragioni delle durissime critiche, loro stesse, per prime, non condividono molte delle posizioni espresse da questo nucleo nazionale che scippa il brand Snoq, invisibilizza le posizioni critiche, interne ed esterne, e usa, invece, il lavoro che dai comitati viene svolto per accreditare un nulla concreto in termini di attivismo nelle piazze e nei territori da parte di chi ha vasto pubblico sui media.
Quando nell’ambito dei femminismi si parla di unità bisogna dire con chiarezza che l’unità gestita in senso verticale, con processi decisionali non chiari e il continuo rinviare le discussioni, anche pubbliche, per fare passare un pensiero unico, quella, direi, non si chiama “unità” ma egemonia che sfrutta gli stessi strumenti di potere che utilizzerebbe qualunque macchina di propaganda di partito o di governo gestita in senso patriarcale.
E dunque si ripropone il punto. Alcune donne di uno dei comitati di Snoq, che fanno capo alla posizione già espressa dalla Comencini, dichiarano al Corriere della Sera la propria soddisfazione per il decreto che evidentemente piace soltanto a loro.

Non piace alle donne degli altri comitati. Non piace ai centri antiviolenza. Non piace ai tanti collettivi femministi. Non piace a nessuna di noi. Piace soltanto a questo comitato, alle donne del Pd/Pdl, distinguendo la posizione di un gruppo di parlamentari del Pd, Michela Marzano in testa, che hanno raccolto le obiezioni di chi ha perfino, con grande buon senso e spirito costruttivo, fornito proposte di emendamenti a modifica.
Ma queste poche donne di un solo comitato Snoq insistono nel voler propagandare l’efficacia di un decreto che sin dagli esordi, in realtà, mostra di non essere efficace affatto. Sposano una visione securitaria e paternalista e loro stesse sono paternaliste quando in fondo sembrerebbero affermare che solo loro sanno quel che è bene per tutte noi.
E non è forse questa una pratica patriarcale? Non è forse questa la maniera di imporci norme che abbiamo l’obbligo di gradire? La stessa maniera che viene usata da chi ha mille volte colonizzato le nostre vite? Dunque tutte noi, le tante donne che spiegano, ragionevolmente, i tantissimi motivi per cui questo decreto non va bene, siamo delle bambine da assistere della cui opinione non bisogna tenere conto? L’infantilizzazione, la prospettiva tutoriale, vittimizzante, in fondo delegittimante delle singole opinioni delle donne non parte giusto da questo tipo di atteggiamento?
Quel che dall’esterno io posso dire è che spero davvero che dopo la brutta parentesi culturale imposta da chi, tra le donne di Snoq, ha voluto usare cause, obiettivi e ragioni di lotta delle donne per orientare il voto o per imporre una visione unica del mondo (la loro!) si apra un nuovo capitolo della dialettica femminista in Italia.

Fuori dai denti, senza rimuovere il conflitto, perché, il fatto che tu sia donna, se non mi ascolti, se non rispetti la mia autodeterminazione, se mi prevarichi nelle mie decisioni, nella mia capacità di individuare soluzioni per me, il fatto, dunque, che tu biologicamente sia come me, ebbene, non ti rende migliore e sicuramente non sospende né il mio giudizio critico né la mia necessità di autorappresentarmi nonostante te.
Tifo rivolta, sono con le dissidenti di Snoq. Sperando riescano, finalmente, a raccontare un altro modo di fare politica. Un modo che sia, forse, evidentemente un po’ più nuovo di così.

Angela Azzaro, Gli Altri
18 ottobre 2013

La sfida era altissima: parlare della violenza sulle donne, senza cadere nel vittimismo, ma puntando sulla soggettività e sulla libertà.
Non si tratta di una questione sociale, culturale o educativa ma politica perché tocca i rapporti tra donne e uomini e come tale va affrontata, investendo politicamente tutti gli ambiti in cui si manifesta e chiamando gli uomini, nel privato come nel pubblico, a risponderne. Per cambiare le mentalità occorre dunque tenere strettamente connessi cultura, diritto, leggi, perché le norme sono anch'esse cultura e perché gli interventi istituzionali segnalano che la violenza contro le donne diventa un problema dello Stato, ovvero un problema politico generale. ...

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