Obiettivo: dire all'Europa - come recita lo striscione teso nel mezzo di Syntagma che "la democrazia non si ricatta". E ricordare al governo che "l'ora delle concessioni è finita e che non si può più fare passi indietro rispetto alle promesse elettorali". [...] Le ferite di cinque anni d'austerity hanno lasciato segni profondi.
Ettore Livini, La Repubblica ...

Grecia e migranti, il suicidio dell'Europa

Mentre scorrono le immagini delle forze dell'ordine che trascinano chissà dove i pacifici corpi dei migranti, si sta consumando il dramma greco. il cinismo del neoliberismo minaccia la civiltà.
Alfonso Gianni, Cronache del Garantista ...

La Grecia verso un "compromesso onorevole"

  • Lunedì, 11 Maggio 2015 09:46 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
11 05 2015

Qual­cosa deve essere suc­cesso negli ultimi giorni se per­fino molti media euro­pei a que­sto adusi, hanno smesso di insul­tare i greci e il governo che si sono scelti. Se le cor­ri­spon­denze tv da Bru­xel­les e da Ber­lino hanno abban­do­nato i toni minac­ciosi e lugu­bri per spriz­zare otti­mi­smo e buoni sen­ti­menti. Qual­cosa è suc­cesso, ma nes­suno si è preso la briga di spie­garci cosa. Eppure non è per l’attesa dei risul­tati del voto bri­tan­nico e ino0ltre non c’è nulla di segreto. Una decina di giorni fa Ale­xis Tsi­pras è apparso in tv e per la prima volta ha fatto diret­ta­mente cenno all’eventualità di un refe­ren­dum. Delu­dendo le aspet­ta­tive della stampa ita­liana ed euro­pea, sul piatto non ci sarà l’uscita o no dall’eurozona. Ci sarà invece la pro­po­sta di auste­rità sulla quale Gre­cia e cre­di­tori si stanno scon­trando negli ultimi tre mesi: volete voi appro­vare que­ste misure di auste­rità che a noi del governo ci fanno ribrezzo? Rispon­dere sì o no.

Sem­brerà strano, ma il governo greco è con­vinto di poter vin­cere que­sto refe­ren­dum, pur avendo con­tro la tota­lità dei media. Le tv oli­gar­chi­che gre­che fanno pena e l’opposizione filo­te­de­sca pure. Dall’altra, la gente sente la parola «riforme» e perde subito la pazienza. Ci sono quindi per Tsi­pras fon­date spe­ranze che si armi alla fine di un sonoro no, in modo da poter andare a sbat­terlo in fac­cia a Schau­ble, chie­den­do­gli se intende igno­rare anche que­sto responso delle urne greche.

Poi abbiamo avuto un inso­lito flusso di voci uffi­ciose pro­ve­nienti tanto dal governo quanto da Syriza. Que­ste voci insi­stenti dice­vano che i 200 milioni del 6 mag­gio sareb­bero stati senz’altro pagati al Fmi (come è avve­nuto). Ma i 750 milioni del 12 mag­gio non erano per niente sicuri, per il sem­plice fatto che i soldi sono sem­pre di meno. Alcuni mini­stri greci, com­preso il «mode­rato» Dra­ga­sa­kis, hanno ripe­tuto ancora una volta che se dove­vano sce­gliere tra pen­sioni e debiti avreb­bero scelto le prime. Fin­chè lo stesso Tsi­pras si è attac­cato alla cor­netta e ha infor­mato tutti, da Junc­ker alla Mer­kel e da Putin a Dijs­sel­bloem, che o si rag­giun­geva un accordo rea­li­stico all’eurogruppo di lunedì oppure mar­tedì la Gre­cia smet­teva di pagare. In Ita­lia non se ne è par­lato molto per non spar­gere il panico nella fila della mag­gio­ranza e per rispetto per il lutto di Schau­ble, ma tutto que­sto atti­vi­smo ha avuto effetto. Sem­bre­rebbe che gli euro­pei abbiano final­mente capito alcune cose sem­plici: che Tsi­pras non vuole uscire all’eurozona, ma non è per niente dispo­sto a pie­gare la schiena per rima­nerci. Se messo alle strette, come si è tro­vato alla fine di aprile, è pronto a get­tare il cerino acceso nel cuore dell’eurozona.

In tutta Europa girano auto­re­voli eco­no­mi­sti, ban­chieri, finan­zieri, gior­na­li­sti o sem­plici milio­nari, pronti a giu­rare che “l’eurozona è coraz­zata” e che “non ci sarà nes­sun effetto domino”. Poi, di fronte alla pos­si­bi­lità con­creta, Junc­ker si è visto improv­vi­sa­mente nel ruolo di pen­sio­nato brillo, Schulz costretto a volan­ti­nare nella peri­fe­ria di Dus­sel­dorf e la Mer­kel a dover dare spie­ga­zioni alla Bdi (la Con­fin­du­stria tede­sca) per aver man­dato in fumo l’eurozona e forse anche l’Ue. Lo ha capito per­fino Schau­ble: il gre­xit è un’invenzione da dare in pasto alla plebe, ma per carità, non si può fare.

Ecco quindi che è giunto alle nostre orec­chie l’eco di una rissa furi­bonda tra il Fmi e gli euro­pei, sem­bra già scop­piata a Riga, quando Varou­fa­kis stava per essere fuci­lato sul posto. Il Fmi con­cor­de­rebbe con Tsi­pras che il debito greco è inso­ste­ni­bile e vor­rebbe un gene­roso taglio, esi­gendo in cam­bio la dere­gu­la­tion del lavoro dipen­dente. Gli euro­pei non vogliono sen­tire par­lare di hair­cut e insi­stono sull’aumento delle tasse. Tra i due liti­ganti, l’isolato, fru­strato, dispe­rato e «scon­fitto» Tsi­pras per ora è tutto meno che iso­lato, fru­strato e sconfitto.

Sono que­ste le pre­messe che fanno pre­sa­gire che si vada verso quel «com­pro­messo ono­re­vole» evo­cato fin dall’inizio da Atene. Forse lunedì non ci sarà un accordo ma solo una dichia­ra­zione pub­blica, men­tre i con­te­nuti non sono ancora noti. Abbiamo solo le ras­si­cu­ra­zioni corali di tutti gli espo­nenti del governo che le «linee rosse» anti-austerità saranno pie­na­mente rispettate.

Mer­co­ledì era il giorno della rias­sun­zione di tutti gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, com­prese le eroi­che donne delle puli­zie del mini­stero delle Finanze. Ma era anche il giorno in cui sono stati rin­viati a giu­di­zio 40 impren­di­tori e ban­chieri (tra cui alcuni oli­gar­chi) che hanno let­te­ral­mente sac­cheg­giato il Ban­co­Po­sta elle­nico prima di sven­derlo. Alcuni sono già in galera, altri segui­ranno. Sì, Tsi­pras gioca duro e gioca per vincere.

Riforme in cambio di soldi. Lo stato dell'arte dei negoziati tra l'ex Troika e la Grecia è chiaro. Atene non ha quattrini in cassa e dipende dai finanziamenti di Ue, Bce e Fmi per pagare stipendi, pensioni e interessi. I creditori pretendono un piano di riforme in linea con il vecchio memorandum per pagare l'ultima tranche di prestiti da 7,2 miliardi. Tsipras vuole un cambio di rotta. E visto che l'austerity non ha funzicinato, auspica più crescita e meno rigore.
Ettore Livini, La Repubblica ...

Il Fatto Quotidiano
24 02 2015

Il nuovo governo di Alexis Tsipras, in Grecia, ha annunciato la chiusura del Cie di Amygdaleza, il centro di identificazione ed espulsione recentemente passato alla cronaca per il suicidio di un migrante recluso e per una serie di ronde violente messe in atto dagli agenti del centro nei confronti degli immigrati. Una struttura già denunciata dai media greci per le terribili condizioni in cui vivevano i soggetti detenuti, tra la mancanza dei più elementari diritti civili e la totale assenza delle necessarie norme igienico sanitarie.

Il governo Tsipras ha inoltre annunciato la progressiva chiusura di tutti i Cie del Paese, inizialmente rilasciando i soggetti più vulnerabili (minori non accompagnati, donne incinte, anziani, malati, vittime di tortura etc) e successivamente proponendo un’opzione alternativa alla detenzione, come l’obbligo di firma al commissariato di polizia e la dichiarazione della propria residenza.

Nel frattempo, nel Cie di Ponte Galeria a Roma, due migranti si sono tagliati le vene all’altezza dell’incavo interno del gomito e hanno successivamente ingoiato le lamette per protesta contro le condizioni in cui sono costretti a vivere. In contemporanea, 13 richiedenti asilo sono stati espulsi dal centro accoglienza Namastè di Roma, per aver protestato contro la mancata erogazione del “pocket money”: il kit igienico mensile e la diaria di 2,5 euro data in forma di beni (abbonamento per il trasporto urbano, ricariche telefoniche, tabacchi e buoni pasto). Dopo l’ordinanza di revoca delle misure di accoglienza da parte della Prefettura i 13 giovani si ritrovano dunque a vivere per strada, con la sola colpa di aver rivendicato qualcosa che gli spettava per legge. Un diritto che gli era stato negato, insieme all’erogazione del cibo e dell’acqua calda, a seguito del commissariamento della cooperativa che gestiva il centro, Eriches Coop. 29 giugno, coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale.

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Un’indagine che ha ampiamente dimostrato quanto sbagliato e dannoso possa essere il sistema di accoglienza attualmente in vigore. Un modus operandi che, solo a Roma, ha già portato a 37 arresti, insieme a centinaia di indagati che certamente si moltiplicherebbero se si decidesse di estendere le investigazioni su tutto il territorio nazionale.

Gare d’appalto truccate con accordi per la spartizione dei centri, personale carente o poco qualificato, servizi non corrisposti e strutture non a norma, fino a sconfinare nello sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e giri di estorsioni.

Anche per questa ragione la Confederazione Usb (Unione sindacale di base) di Roma e Lazio ha organizzato la manifestazione del 23 febbraio, contro l’inefficiente sistema di accoglienza italiano e i numerosi scandali che lo hanno coinvolto. Richiedenti asilo, rifugiati, migranti e operatori del settore, uniti per denunciare la condizione di abbandono di centri spesso privi dei servizi minimi di assistenza, sprovvisti di riscaldamento e acqua calda e tenuti in piedi da operatori sottopagati, con contratti precari e turni di lavoro massacranti.

La protesta si oppone inoltre alla vergognosa campagna strumentale secondo la quale i richiedenti asilo e i migranti riceverebbero fino ai 40 euro al giorno di soldi pubblici. Una falsità spesso portata avanti da esponenti politici per riscuotere facile consenso, che puntualmente omettono di spiegare come questa cifra, solitamente più bassa, venga destinata alle cooperative in base a una valutazione sui costi di gestione dei centri, di cui solo un paio di euro vengono destinati agli immigrati per le loro piccole spese quotidiane.

La manifestazione intende inoltre commemorare le circa 330 vittime che hanno recentemente perso la vita negli ultimi naufragi nel Mediterraneo, che già hanno riaperto la polemica sulla chiusura dell’operazione Mare Nostrum e sulla totale inadeguatezza di Triton. Il nuovo sistema di pattugliamento delle frontiere era stato peraltro già bocciato dagli stessi analisti di Frontex, che in un documento del 28 agosto 2014 avevano previsto l’incremento di morti che già oggi ci ritroviamo ad aggiungere alle statistiche.

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