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Dinamo Press
02 09 2015

Da Istanbul un reportage sulla strategia del terrore di Erdoğan e del governo turco in vista delle elezioni: operazioni militari in diverse aree del paese, decine di morti e feriti, arresti tra i giornalisti dell'opposizione.

Lo scorso 29 agosto il primo Ministro Davutoğlu ha dato l’annuncio della raggiunta formazione del governo transitorio che dovrà traghettare verso le nuove elezioni fissate per il 1 novembre; un passaggio tecnico, reso necessario dall’impossibilità di arrivare ad una coalizione di Governo con i partiti che alle elezioni di giugno hanno raggiunto il quorum necessario per sedere in parlamento; e che, assegnando i ministeri in base alle percentuali raggiunte, ha portato per la prima volta all’interno dell’esecutivo turco gli esponenti di una formazione filo curda. All’HDP, il partito democratico dei popoli, il cui ottimo risultato elettorale ha messo in difficoltà l’AKP, il partito del presidente Erdoğan, impedendogli il raggiungimento della maggioranza assoluta, sono stati assegnati il ministero dello sviluppo e quello degli affari europei; spettava all’HDP un terzo ministero, ma è stato rifiutato dal ministro designato, un esponente dell’ala sinistra del partito, che non ha voluto partecipare a un governo a fianco di promotori di guerra come l’AKP.

Da segnalare l’assegnazione del vicepremierato al figlio del fondatore del partito del MHP, quello dei cosiddetti “lupi grigi” che nonostante la contrarietà degli altri membri della sua formazione, ha accettato l’incarico, accondiscendendo la mossa di Erdoğan, il vero burattinaio di questa operazione, di recuperare consensi fra gli ultranazionalisti.

Solo due giorni prima della proclamazione del governo elettorale, nel sud est del Paese, morivano civili e diversi altri venivano feriti, nel corso di operazioni militari e di polizia; 3 morti nel distretto di Yüksekova, provincia di Hakkari, al confine con l’Iraq, dove dopo che il governatore aveva proclamato il coprifuoco, veicoli militari blindati hanno attaccato le persone scese in strada per protestare; poche ore dopo, nel distretto di Cizre, provincia di Şırnak, i fronteggiamenti fra le forze di sicurezza e simpatizzanti del PKK provocavano la morte di altri tre civili, fra i quali un bambino di soli 7 anni. Sempre in zona sud est, a Silopi, la mattina successiva alla proclamazione del governo, un raid delle forze di polizia sterminava 3 giovani presunti terroristi nelle loro case, mentre in serata un sedicenne veniva crivellato di colpi di nuovo a Cizre, per non essersi fermato a uno dei posti di blocco istituiti dopo i disordini dei giorni precedenti. Ancora a Silopi, il 1 settembre, un cecchino turco ha ucciso una donna e la figlia di 14 che dormivano sul tetto della loro casa.

Questi sono solo gli ultimi eventi di un bollettino di guerra che si compila giornalmente e nella quasi indifferenza dei media internazionali. La Turchia ha utilizzato il pretesto della guerra all’ISIS per dare il via ad una ricerca di terroristi ad ampio spettro, che fin da subito si è tradotta in un’offensiva nei confronti del popolo curdo. Da ormai due mesi le zone a maggioranza curda del paese e in Iraq vengono bombardate ed attaccate con mezzi militari pesanti, in molte città turche è stato proclamato il coprifuoco, centinaia di civili, fra cui anche diversi co-sindaci delle municipalità dove ha vinto l’HDP, sono stati arrestati, le foreste vengono incendiate e i villaggi sfollati. Una ferocia che si concentra soprattutto in quelle zone dove, come reazione alle continue oppressioni, alcune municipalità e alcuni quartieri hanno dichiarato un’autonomia politica che prende spunto dai principi del confederalismo democratico praticato in Rojava e di cui l’HDP interpreta lo spirito. Attacchi espliciti che niente hanno a che vedere con il presunto processo di pace sbandierato dall’allora premier Erdoğan, e che hanno portato i militanti del PKK ad interrompere il cessate il fuoco assaltando uffici governativi e postazioni militari, con l‘inevitabile tributo di vittime sia fra militari e poliziotti che miliziani.

In uno scenario del genere è indispensabile una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale ed in questo senso va letta la carovana internazionale che dal 12 al 17 settembre sarà nel Kurdistan turco dove è prevista una manifestazione a Suruc, il 15 settembre, per chiedere l’apertura di un corridoio umanitario con Kobane e la Rojava.

Ma il conflitto non si circoscrive al sud est del paese; anche a Istanbul si sono verificati fatti gravi in relazione all’offensiva che le forze di difesa hanno messo in campo con la scusa della caccia al terrorista islamico: violenti blitz ed arresti a tappeto anche nei confronti di presunti militanti di organizzazioni illegali come il PKK e Dhkp-C, la formazione di ispirazione marxista leninista che negli ultimi tempi è tornata a compiere alcuni attentati e sequestrato un magistrato, poi morto nel blitz volto a liberarlo. In alcuni quartieri a maggioranza curda e alevita e dove queste formazioni sono insediate, come Gazi, Kanaria, Gültepe, le manifestazioni di protesta sono state duramente represse, i quartieri si sono barricati, per impedire l’ingresso delle forze di polizia e dell’esercito, e quotidianamente avvengono scontri.

Di repressione ce n’è anche per la stampa: una settimana fa sono stati licenziati 3 giornalisti di Miliet, quotidiano di centro-sinistra a tiratura nazionale, non più graditi all’AKP per le critiche rivolte al partito. Il 27 agosto a Diyarbakır tre giornalisti, di cui due britannici, sono stati arrestati con l’accusa aiutare i miliziani dell’ISIS mentre stavano filmando gli scontri tra le forze dell’ordine e i sostenitori del Pkk, Il 1 settembre il fermo è stato confermato, nonostante gli appelli di associazioni come Amnesty international, che ha denunciato come per l’ennesima volta le autorità turche impediscano di raccontare la realtà. Sempre il 1 settembre La polizia turca ha fatto irruzione ad Ankara negli uffici della holding Koza Ipek, che controlla diversi media critici come i quotidiani Bugun e Millet e il canale televisivo Kanalturk, con l'accusa di cospirazione.

Una strategia del terrore a 360 gradi, volta a condizionare l’informazione e a isolare e desertificare le zone da cui provengono molti dei voti che hanno consentito all’HDP di entrare in parlamento ed a risvegliare nei turchi pulsioni nazionaliste e fobie anti-curde, utili per riacciuffare i voti persi. Sono elezioni nuovamente cruciali per il paese, i cui risultati, secondo i primi sondaggi e le opinioni dei politologi, non varieranno di molto rispetto a quelli di giugno. Sempre che tutto si possa svolgere regolarmente: in questo clima il rischio di brogli è altissimo.

Inoltre, il Presidente Erdoğan si sta giocando il tutto per tutto: detentore con il suo partito di una maggioranza azzoppata e impossibilitata a formare un governo, terrorizzato da quanto politicamente l’HDP rappresenti nello scenario politico turco attuale e futuro, irritato dai successi militari dei curdi in Siria e preoccupato dell’influenza dei processi di confederalismo democratico del Rojava, non sta esitando a sacrificare pace e vite umane per tentare di tornare al potere assoluto, anche se con le mani grondanti di sangue.

di Serena Tarabini

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Donne-DirittiEretica, Il Fatto Quotidiano
1 settembre 2015

Ho letto che Papa Francesco parla di amnistia e perdono per le donne che hanno abortito e si mostrano pentite. Tutte le altre finiranno all'inferno, immagino.

Connessioni Precarie
02 09 2015

Il dibattito apertosi sul caporalato, dopo la morte in Puglia di alcuni braccianti italiani e stranieri, solleva alcune questioni centrali. E, tuttavia, ci pare che la riduzione del fenomeno del caporalato all’agricoltura meridionale e all’alleanza tra mafia e aziende conserviere operata da alcuni autorevoli commentatori finisca per occultare la questione delle condizioni e dei rapporti di lavoro.

Il riemergere di forme di intermediazione illegali è infatti diffuso in vari settori produttivi e in diverse aree italiane. Le prolungate lotte nella logistica, in particolare quella emiliana e veneta, portate avanti dai lavoratori migranti assunti da cooperative, etichettate prontamente come spurie, hanno svelato un sistema relativamente analogo; così anche nel turismo romagnolo agenzie di intermediazione rumene hanno rifornito per diversi anni gli albergatori di manodopera fresca e possibilmente a digiuno di esperienze all’estero. L’edilizia è poi un settore in cui l’intermediazione illegale o semi-legale di manodopera è diffusa dal nord al sud del paese. Certo, non tutte queste situazioni sono etichettabili sotto la forma del caporalato, ma tutte sono caratterizzate da una capacità di rapida movimentazione di manodopera e da un doppio comando sul lavoro che può poi estendersi nel territorio fino alle comunità di provenienza dei lavoratori in Italia come all’estero.

Non si tratta solo di padroni o caporali crudeli e spietati, ma di un sistema produttivo che può appoggiarsi a un mercato del lavoro internazionale garantendosi il reclutamento potenziale di sempre nuova e diversificata forza lavoro sia dal Mediterraneo, per chi ce la fa, sia dall’Europa orientale. È una politica dello spazio che assicura il collocamento di lavoratori in contesti sovente a loro estranei, nei quali diventa problematico persino trovare un ufficio pubblico.

Le norme sul lavoro varate in questi ultimi vent’anni hanno progressivamente eroso sia la possibilità di difendersi nel posto di lavoro sia di contrastare i fenomeni irregolari, grazie tra l’altro al progressivo impoverimento delle risorse ispettive. Non si tratta solo della proliferazione contrattuale, buona ultima l’introduzione del contratto a tutele crescenti, ma anche delle possibilità di gestire le aziende facendo ricorso a varie forme di esternalizzazione. È il modello dell’appalto che si diffonde come nel caso di Uber, la società dei taxi che stipula un accordo con il taxista-contractor isolato e atomizzato. Complicato poi appellarsi a una qualche coscienza civica quando i livelli salariali sono infimi. Al giornalista che chiedeva se meno di due euro l’ora non fosse da considerarsi schiavitù, il marito di Paola Clemente, la bracciante morta il 13 luglio, rispondeva: «erano soldi sicuri.

Per come stanno le cose in Italia era denaro importantissimo. Erano indispensabili. Ci permettevano di campare». Dichiarazioni che si collocano a una distanza siderale rispetto a quelle del procuratore capo di Trani: «Sul fenomeno del caporalato c’è un muro di gomma, la gente preferisce guadagnare pochi spiccioli anziché collaborare alle nostre indagini». La lontananza incolmabile tra queste due affermazioni evidenzia non tanto un problema culturale, quanto condizioni materiali che sono oggi sempre più diffuse. Eppure il caporalato è oggi un reato penale grazie a una norma approvata dall’allora governo Berlusconi il 13 agosto 2011 sulla spinta dell’incredibile sciopero dei braccianti migranti a Nardò. Né tavoli di concertazione né Commissioni d’inchiesta, ma una lotta poderosa e inaspettata di quelli che in molti continuano a degradare a ultimi della terra, era riuscita a smuovere il pantano politico e giudiziario.

Perché quella lotta permise anche alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce di raccogliere informazioni cruciali i merito al caporalato. Ma le morti di questi giorni dimostrano drammaticamente come legislazioni e processi giudiziari da soli non possono modificare i rapporti di lavoro. Il caporalato altro non è che un modo per gestire e controllare una forza lavoro povera che non può rifiutare il lavoro. Se come dice il Presidente del consiglio: «qualsiasi lavoro è meglio di un non lavoro» e le misure governative puntano a ridurre il salario diretto e indiretto, il caporalato diventa una conseguenza quasi inevitabile. A poco rischia di servire la nuova legge immediatamente approvata sui giornali e in televisione che, secondo le parole del volonteroso ministro Martina, dovrebbe addirittura prevedere «la confisca dei beni per le imprese che si macchiano del reato di caporalato». Il caporalato sarebbe così equiparato a un reato di mafia. Accortosi forse di essersi allargato un po’ troppo, il ministro ha però subito rassicurato che la «grande maggioranza delle imprese agricole sono realtà sane e in regola», restituendo così il caporalato alla dimensione di un fenomeno di cui ci si può scandalizzare. Scandalizzarsi per i caporali e i morti sul lavoro e contemporaneamente considerare il sindacato come un impedimento all’ammodernamento del paese è però una politica da equilibristi schizofrenici. Se poi il sindacato vive solo nelle pagine dei giornali e nei dibattiti nazionali non si può nemmeno lamentare del suo declino. Come insegnano le lotte nella logistica, per eliminare il caporalato ci vuole altro.

Dinamo Press
02 09 2015

Emergenze e degrado, Mafie capitali e funerali, un Giubileo alle porte, super poteri al prefetto di Roma Gabrielli e repressione delle lotte sociali: una città al collasso. Studenti e studentesse universitari e medi, Degage e movimenti per il diritto all'abitare invitano mercoledì 2 settembre ore 12:00 in Piazza dei Santissimi Apostoli per conferenza stampa di lancio dell'appuntamento di venerdì 4 ore 17:00 Piazzale Tiburtino corteo d'indignazione popolare.
A seguito delle indagini su Mafia capitale e dell'inaspettato Giubileo,il 27 agosto la gestione del Comune di Roma è stata affidata al 'SuperPrefetto' Gabrielli. Una figura scelta e voluta dall'esecutivo al fine di ripristinare la legalità a Roma. Le prime mosse di chi,sempre in veste di Prefetto ha gestito l'emergenza terremoto dell'Aquila, una volta salito al trono della capitale,sono state azioni di sgombero a tappeto,misure cautelari e repressione delle lotte sociali.

Il 25 agosto è stato sgomberato lo studentato Degage, uno stabile abbandonato di proprietà della BNP Paribas occupato nel 2013 durante lo Tsunami tour, e attaccato ignorando la delibera regionale che aveva già previsto l'assegnazione di case popolari utili a tamponare l'emergenza abitativa di cui questa situazione è frutto.

La risposta dei movimenti è stata immediata e dopo un corteo spontaneo nella stessa giornata, è stato indetto un corteo per venerdì 4 settembre alle 17 da piazzale Tiburtino con l'intento di arrivare sotto la Prefettura, individuando Gabrielli come il responsabile politico di queste misure. E si è subito azionata la macchina repressiva della Prefettura che ha colpito con gli Avvisi Orali (ex Art.1) sei attivisti di Degage e dei movimenti per il diritto all'abitare. Il corteo del 4 inoltre non è stato autorizzato dalla Questura, adducendo come motivazione il divieto di manifestare in Centro dal lunedì al venerdì.

Manganelli e repressione giudiziaria, tutti indici di una gestione autoritaria e antidemocratica del dissenso, sorda ai bisogni dei cittadini espressi nelle istanze sociali. Ma come contenere la rabbia di chi non ha casa o di chi combatte per mantenere il proprio posto di lavoro? Come tenere sotto controllo i dipendenti delle municipalizzate e degli Asili nido della capitale, di chi è costretto a pagare gli affitti più cari d'Italia per potersi assicurare una formazione superiore o dei migranti, che hanno intrapreso un viaggio disperato di migliaia di chilometri per poi essere incarcerati o espulsi?

Per chi si impegna quotidianamente per la costruzione di un'alternativa fatta di solidarietà e antirazzismo, palestre popolari,aule studio autogestite,studentati e case per chi non può permettersi un affitto, questa non è una battuta d'arresto!

Riempite i giornali ma poi la guerra la fate solo a noi: Ci levate tutto,ci troverete nelle strade!

Mercoledì 2 settembre ore 12:00 in Piazza dei Santissimi Apostoli conferenza stampa.

Venerdì 4 settembre ore 17:00 corteo da Piazzale Tiburtino.

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Euronomade
02 09 201

Note preliminari sul metodo politico della trasformazione oggi

È ormai alle nostre spalle il luglio greco, con l’entusiasmante vittoria dell’OXI al referendum del 5 luglio e con il famigerato “accordo” di una settimana dopo. La Grecia resta comunque al centro dell’attenzione, non solo per quel che riguarda il dibattito all’interno della “sinistra” internazionale ma anche per gli scenari aperti dalle dimissioni di Tsipras, dalla scissione di Syriza e dall’annuncio di nuove elezioni a fine settembre. Sono scenari complessi, in cui in gioco sono tra l’altro la natura di Syriza e la democrazia interna al partito dopo la nascita di “Unità popolare”, le prospettive politiche ed elettorali di quest’ultima formazione, il rapporto che i movimenti intratterranno con le istituzioni nella nuova congiuntura.

Nessuna scorciatoia auto-consolatoria, nessuna ricetta ideologica derivata dalle categorie e dagli schemi del passato può funzionare di fronte alle contraddizioni del reale, che qui si manifestano con inedita violenza. In questo intervento, non ci proponiamo tuttavia di affrontare direttamente questi temi e queste contraddizioni. Quel che vorremmo tentare, piuttosto, è di formulare alcuni criteri di metodo che possano orientare in questa fase, dal punto di vista di una politica che punta alla trasformazione radicale dell’esistente, il giudizio su una situazione come quella greca, e inevitabilmente su quella europea che in essa si rispecchia.

In questa fase, abbiamo detto: in una fase che continua a essere segnata dalla crisi e da una transizione dall’esito incerto, tanto in Europa quanto su scala globale. La categoria gramsciana di “interregno” è parsa a molti, negli ultimi tempi, particolarmente calzante per descrivere alcuni tratti del nostro presente. I “fenomeni morbosi più svariati”, scriveva notoriamente Gramsci, si verificano nell’Interregno, ovvero in quelle condizioni di “crisi organica” in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Molti aspetti di questa definizione, formulata all’indomani della crisi del ’29, rimangono in effetti validi: la crisi organica, nella prospettiva di Gramsci, era essenzialmente una “crisi di egemonia”, caratterizzata dal distacco delle “grandi masse” dalle “ideologie tradizionali” e dall’incapacità della “classe dominante” di esercitare una funzione “dirigente”, sostituita dal puro esercizio della coercizione e appunto del “dominio”. Non v’è qui un parallelo con la clamorosa crisi di legittimità del “neoliberalismo”, tanto in Europa quanto altrove, e con l’arroganza con cui la sua “razionalità” viene riaffermata dalle “classi dominanti”? Gramsci non escludeva certo che l’Interregno si risolvesse “a favore di una restaurazione del vecchio” – e tuttavia, nella solitudine del carcere di Turi, sottolineava in primo luogo i caratteri di imprevedibilità, apertura e sospensione della “crisi organica”.

Se certo non mancano gli echi sinistri degli anni Trenta nella situazione di oggi in Europa (basti pensare alla “crisi dei rifugiati”), è d’altronde evidente quanto siano grandi le differenze. È in primo luogo il contesto globale al cui interno si distendono i processi di valorizzazione e accumulazione del capitale a essere profondamente mutato – con un effetto di moltiplicazione e amplificazione dei caratteri di imprevedibilità, apertura e sospensione della crisi. Ricordate quando dopo la crisi del 2008 dicevano in molti che l’ultimo grande Paese “socialista”, la Cina, stava salvando il capitalismo (quello statunitense in particolare) dalla catastrofe? Il terremoto finanziario innescato nei giorni scorsi dal crollo della borsa di Shanghai, ma più in generale la circolazione globale – sia pure con tempi e modi profondamente eterogenei – della crisi cominciata con l’esplosione della bolla dei mutui subprime, mostra una realtà ben diversa.

Da una parte getta ancora una volta luce sul carattere strutturale dell’interdipendenza e sugli elementi di fragilità e vulnerabilità che ne conseguono per le stesse economie dei Paesi di volta in volta presentati come più forti (la “locomotiva americana”, la Germania “campione mondiale delle esportazioni”, l’“irresistibile ascesa” dei Brics e via discorrendo). Dall’altra parte segnala, pur nella luce sinistra di una crisi che investe il principale dei “Paesi emergenti”, le profonde modificazioni che si sono determinate in questi anni nei rapporti tra quelli che un tempo potevano essere individuati a colpo sicuro come i “centri” e le “periferie” del capitalismo mondiale.
È in questo contesto di crisi permanente delle forme del dominio capitalistico su scala globale che devono essere collocate anche l’analisi e l’iniziativa all’interno dello spazio europeo. L’epocale questione delle migrazioni e i focolai di guerra alle frontiere d’Europa sono qui a ricordarcelo in ogni momento. Così come la continua, e continuamente disattesa, promessa di una chimerica “ripresa economica” continentale.

Ma è una crisi evidente anche laddove continuano a registrarsi tassi di “crescita” e “sviluppo” e che, forse, può essere ormai interpretata come forma par excellence della stessa accumulazione di capitale, nel tempo della sua compiuta finanziarizzazione. Un alto grado di incertezza e imprevedibilità, tanto delle dinamiche economiche e sociali quanto della loro articolazione con le forme istituzionali, appare come un carattere distintivo del nostro tempo. Nell’Interregno, in ogni caso, servono a poco le bussole ereditate da epoche trascorse, e ancor più corrosiva risulta l’ironia di Marx su chi si attarda a “prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire”. Partiamo dal presente, dalla necessità di costruire potere nella crisi, un (contro)potere di parte degli sfruttati che possa agire con efficacia per la trasformazione delle nostre vite nel segno della libertà e dell’uguaglianza. Proprio perché, nella loro brutalità, i passaggi estivi della crisi europea hanno chiarito come al centro della scena siano lo squilibrio nei rapporti sociali di forza, il crudo punto di vista di classe che dalla loro dialettica emerge, il carattere cruciale della grande questione delle disuguaglianze e delle illiberalità che ne conseguono.

Tenendo fermo lo sguardo su questi squilibri e sulla violenza dello scontro di classe in atto, disponiamoci dunque collettivamente alla definizione di un metodo che (ce lo ricorda l’etimo greco metà odòs, “attraverso/strada”) non può che coincidere con l’individuazione (se necessario con la violenta apertura) di una via laddove apparentemente non ne esistono – o dove non se ne vedono con le vecchie mappe. “Rigettare la terra mobile e la sabbia per trovare la roccia o l’argilla”, scriveva Descartes nel pieno di un altro Interregno: quel che conta è la via che conduce dalle une alle altre. Il metodo che consente di individuarla è oggi, a tutti gli effetti, un metodo rivoluzionario.

Questa via non può essere lineare, come ben si vede da una pur rapida descrizione di quelle che possiamo definire oggi le coordinate temporali e spaziali dell’azione politica. Sotto il profilo della temporalità, le tendenze di lungo periodo nella trasformazione e riorganizzazione del capitalismo, a lungo analizzate, si confermano nella loro distensione globale, ma si realizzano all’interno di contesti profondamente eterogenei, modificandosi di volta in volta e adattandosi tanto alle “turbolenze” globali quanto alle variabilità “locali”. Le trasformazioni nella composizione e nella natura del lavoro, la maturità della cooperazione sociale, il carattere pervasivo della finanziarizzazione, il rilievo dei dispositivi individuali e collettivi dell’indebitamento, le forme nuove in cui si presenta l’articolazione tra comando capitalistico e dominio politico, il ruolo politico della moneta: queste tendenze, per non citarne che alcune, si sono ulteriormente approfondite negli anni della crisi.

Ma, prese nel loro insieme, non disegnano alcun tracciato lineare di “sviluppo” – tra l’altro per via dell’intreccio strutturale tra sviluppo e crisi che abbiamo precedentemente sottolineato. Vano sarebbe, dunque, attendere il “pieno dispiegamento” di queste stesse tendenze e lo scaturire da esse, novella Minerva, del soggetto (della composizione di classe) capace di rovesciarle in termini rivoluzionari. Non è del resto neppure sul registro messianico dell’“evento” che possiamo fare affidamento: il capitale ha dimostrato di essere una formidabile macchina per la metabolizzazione di “eventi” e per la loro trasformazione in carburante per la sua valorizzazione. È piuttosto disponendosi a lavorare all’interno di una essenziale sconnessione temporale, combinando cioè costruzione e accumulo di forza da un lato e apertura verso l’imprevisto, l’“inattuale” dall’altro, che il problema della costruzione di potere nella crisi può essere definito dal punto di vista del metodo. Qui, se si vuole parlare di “politica dell’evento”, ciò che si deve intendere è l’attitudine a “cogliere l’occasione”, inserendosi in quelle aperture temporali che, nel conflitto e nella rottura, consentono il salto in avanti e l’affermazione di un rapporto di forza più favorevole.

Analogo discorso può essere fatto sotto il profilo della spazialità. La “geometria variabile” dell’azione politica che punta alla trasformazione radicale dell’esistente è oggi imposta dalle forme stesse in cui si è riorganizzato il capitalismo – anche in Europa, dove negli anni della crisi abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione degli spazi economici e politici. La combinazione di elementi di “omogeneità” ed “eterogeneità” tra scala globale, continentale, nazionale e locale è un aspetto che abbiamo altre volte analizzato in profondità – sottolineando la dialettica e le tensioni tra processi di standardizzazione e/o omologazione, da una lato, e la messa in gioco di “differenze” economiche e politiche, sociali e culturali, finanche “antropologiche” tra luoghi e aree diverse, dall’altro.

E ciascuna delle scale che abbiamo nominato, lungi dal presentarsi come fissa e stabile, è investita da specifici fattori di crisi: identificare questi fattori, investire gli spazi di confine e le giunture tra le diverse scale con un’azione politica di rottura e di alternativa costituisce una essenziale priorità di metodo nell’Interregno. Non vi è, a questo proposito, nessun possibile ritorno indietro alle dimensioni, apparentemente più rassicuranti, della sovranità nazionale o del “territorio”, né per via di un mitologico recupero di “sovranità monetaria” né attraverso l’esaltazione di presunte alternative “micro-comunitarie”: l’una e l’altra “soluzione” appaiono destinate a essere travolte dalla violenza di processi che attraversano, lacerano e sincronizzano ogni “scala” spaziale. La nostra opzione per l’Europa (ed è un po’ umiliante, ma forse sempre necessario ribadire che essa non coincide per noi con la dimensione istituzionale dell’Unione né con un qualsivoglia “eurocentrismo”), da questo punto di vista, è un’opzione per il tentativo di costruire uno spazio politico in cui questi processi possano essere efficacemente contrastati: è questa la condizione per rendere espansive e durature le stesse esperienze di lotta e di costruzione di alternativa che si sviluppano nelle dimensioni “locali”. Lo sappiamo – e lo abbiamo dolorosamente verificato negli scorsi mesi: il rapporto di forza è duramente sfavorevole. Occorre lavorare per cambiarlo.

All’interno di queste coordinate temporali e spaziali, si tratta di sviluppare un rinnovato approccio realistico e materialistico alle dinamiche e alle lotte sociali reali, dismettendo ogni feticismo delle identità. E cruciale, da questo punto di vista, diviene la relazione, mai univoca, con i processi politici che le dinamiche e le lotte sociali concorrono a determinare e orientare, essendone al contempo condizionate. Tanto la Grecia quanto la Spagna sono da questo punto di vista laboratori di grande importanza. Proprio una realistica valutazione dei rapporti di forza in Europa dovrebbe del resto indurre alla cautela rispetto all’adozione della coppia binaria “vittoria / sconfitta”, e delle retoriche della “capitolazione” o del “tradimento” a essa correlate, per valutare un’esperienza come quella greca degli ultimi mesi. A noi pare che il criterio fondamentale debba essere piuttosto, coerentemente con quanto abbiamo scritto sulle coordinate temporali e spaziali del metodo politico nell’Interregno, quello dell’accumulazione di forza per costruire processi di governo “contro-egemonico” dentro e contro quel “neoliberalismo reale” di cui non è certo possibile liberarsi per decreto, per costruire magari la caricatura di quello che un tempo fu definito il “socialismo in un Paese solo”.

La natura meramente ideologica (e spesso insopportabilmente settaria) delle posizioni che, all’interno della sinistra più o meno “estrema” e sedicente “marxista”, individuano nel “Grexit” la soluzione emerge qui con chiarezza: e si compendia nella mancata comprensione dei caratteri fondamentali del capitalismo contemporaneo (della “verità effettuale della cosa”, per dirla con Machiavelli), nell’inseguire l’“immaginazione” di uno Stato nazionale che – una volta “conquistato” – possa essere la base e il soggetto fondamentale per la sua trasformazione. Una posizione politicamente radicale, oggi, non può che partire – una volta di più – dal primato delle lotte, da una realistica assunzione dei limiti con cui si scontra l’azione di qualsiasi governo e dal tentativo di pensare e praticare in forme nuove e originali la dialettica tra lotte sociali e azione di governo.

Il neoliberalismo non è né semplicemente un’“ideologia” né un “pacchetto” di politiche macro-economiche: è una “razionalità” che ha trasformato profondamente le forme e i soggetti dell’azione economica e sociale, nonché le stesse istituzioni “pubbliche”, nella misura in cui interpreta alcuni caratteri di fondo del capitalismo contemporaneo. Lottare contro il neoliberalismo – che lo si faccia da un punto di vista “riformista” o “rivoluzionario”, categorie la cui validità va comunque verificata e aggiornata all’interno delle coordinate temporali descritte in precedenza – comporta l’assunzione di una prospettiva quanto meno di medio periodo. E impone di pensare e agire politicamente oltre l’esaurimento della tradizionale politica rappresentativa.

Certo, specifiche elezioni possono giocare un ruolo estremamente importante: ma quel che è definitivamente tramontato è appunto lo schema temporale della rappresentanza, quella delega al governo che svuota di politica il tempo compreso tra un’elezione e l’altra. Lo si è visto benissimo proprio nel caso greco, dove l’azione di governo è risultata dinamica e “potente” quando ha saputo agganciarsi alla proliferazione del tessuto mutualistico e ha sollecitato – senza poterla rappresentare – l’irruzione dell’evento referendario. È un punto fondamentale, da tenere a mente anche per il futuro.

Porre questo problema, evidentemente, significa porre il problema di un profondo rinnovamento della nozione stessa di governo – e in particolare, come si è detto, del rapporto tra governo e lotte, movimenti, processi di mobilitazione, istituti autonomi di contropotere. Significa cioè domandarsi quale sia il livello di esercizio del potere adeguato per riuscire a mettere in discussione le politiche neoliberiste e il paradigma dominante dell’austerity, che si sono tradotti in forma permanente di gestione della crisi in Europa. Qui le coppie binarie “partiti/movimenti” e “istituzionale/anti-istituzionale”, da declinare a seconda dei contesti in termini di “alleanze” o di “antagonismi”, davvero non funzionano più. Né sotto il profilo teorico, né sotto quello pratico. La dimensione globale e inafferrabile, fluida e pervasiva del capitalismo finanziario, la drammatica sproporzione nei rapporti sociali di forza dati, la complessità multifattoriale di ogni processo di decisione politica, tanto più se orientato al cambiamento, interrogano radicalmente sia la condizione dei movimenti sia quella istituzionale. Impongono una riflessione, urgente e immediatamente operativa, sull’“inefficacia” dell’azione dei movimenti sociali quando essa resta auto-referenziale e sui “limiti” dell’azione di governo se rimane esclusivamente circoscritta all’interno delle istituzioni costituite. Sono questioni cruciali, che occorre affrontare con urgenza e al di fuori di ogni tatticismo.

Quel che è certo è che, anche nella valutazione delle formidabili ed essenziali esperienze di mutualismo e auto-organizzazione sociale che si sono diffuse in Grecia come altrove, risulta per noi essenziale un’attitudine maggioritaria, la riformulazione del problema classico del rapporto tra conflitto e consenso: cruciale, qui, non è tanto la misurazione (magari attraverso sondaggi e rilevazioni statistiche) dell’impatto dei conflitti sociali sulla produzione di “opinione pubblica”, che è di per se stessa terreno di scontro permanente, quanto la determinazione politica di costruire maggioranze sociali che possano rendere realistica la costruzione di alternative all’esistente.
È in fondo questa la lezione che ricaviamo dalla riformulazione della categoria di “populismo” da parte di Podemos: se continuiamo a criticarne alcuni presupposti teorici, se riteniamo che un’interpretazione eccessivamente rigida di questa categoria possa facilmente sfociare nel “sovranismo” nazionale, se siamo convinti che la chiusura attorno al partito che il “populismo” agevola possa creare non pochi problemi anche dal punto di vista delle prospettive elettorali, nondimeno riconosciamo l’importanza della riapertura di una prospettiva dichiaratamente maggioritaria. Ed è sul terreno della soggettività politica, della sua costruzione e della sua potenza, che una metodologia politica sovversiva nel tempo dell’Interregno dovrà necessariamente esercitarsi: quel che è certo è che il nostro “popolo” non può che essere “a venire”, prima di tutto nel senso che il soggetto politico della trasformazione ancora non c’è.

È nella sua costruzione, nella lotta necessaria contro i processi di corporativizzazione, frammentazione sociale, individualizzazione estrema che il neoliberalismo reale ha indotto e non cessa di alimentare, che dobbiamo recuperare e aggiornare i caratteri di apertura e innovazione che abbiamo individuato nei dibattiti degli scorsi anni attorno alla categoria di “moltitudine”, a partire dall’inedita e ambivalente relazione che si determina (che può determinarsi) tra singolarità e collettività. In ogni caso, lo ripetiamo, la costruzione di un soggetto politico capace di essere al tempo stesso radicale e maggioritario è oggi una essenziale priorità – a cui lavorare con ogni strumento efficace, sia esso culturale, di opinione, sociale o elettorale.

Questo processo non può che essere, sotto il profilo del metodo, complesso e articolato fin da principio su una molteplicità di livelli. Deve necessariamente coinvolgere attori eterogenei e impegnati in ruoli diversi, facendosi carico del problema della “sincronizzazione” di tempi, linguaggi, comportamenti, “culture”, forme di azione sociale e politica che non possono che essere anch’essi altrettanto eterogenei. Il tema delle coalizioni emerge qui come strategico, ben al di là delle cronache politiche quotidiane e delle prospettive di questa o quella specifica “coalizione”. In gioco non è la riedizione di una politica “frontista” o delle “alleanze”, ma piuttosto la scoperta e la costruzione della forma politica, dello strumento progettuale e organizzativo adeguato alla pratica della rottura e dell’alternativa nelle coordinate temporali e spaziali che abbiamo tentato di definire. La coalizione, in questo senso, non può che essere essa stessa una pratica, da verificare e reinventare continuamente al di là di quelle opposizioni binarie (tra partito e sindacato, tra movimenti e istituzioni, ad esempio) che appaiono oggi un ostacolo dal punto di vista dell’innovazione necessaria per rilanciare una politica della trasformazione radicale. È rispetto a questo orizzonte della coalizione, al suo carattere per natura ibrido, giocato sul confine tra sociale e politico, tra lotta e sperimentazione istituzionale, mutualismo e integrale approccio federativo, che misureremo l’azione degli stessi partiti della sinistra nei prossimi mesi – in Grecia come in Spagna, ma anche in Italia, o in Germania e in Gran Bretagna.

Si capisce bene come la posta in gioco, nei mesi che ci attendono, non sia tanto il proprio posizionamento solipsistico e autocompiaciuto in una diatriba, tutta ideologica e in gran parte sottratta alla nostra disponibilità, sintetizzabile in slogan quali ”Euro sì / Euro no” (senza ovviamente negare che la questione della moneta è e resta fondamentale!) o “uscita a sinistra dall’Unione Europea” (e quella su come lottare a livello transnazionale contro i suoi dispositivi autoritari di governance è una domanda altrettanto cruciale!). La posta in gioco è piuttosto la decisione se stare, insieme a tante e tanti altri nel vivo delle lotte sociali, dentro possibili processi di trasformazione reale che arrivino a investire politicamente, tra l’altro, proprio il terreno della moneta e quello della governance europea. Cominciamo ad affinare le armi, a forgiare gli strumenti necessari a combattere queste battaglie: sotto il cielo dell’Interregno, l’orizzonte rimane aperto.

Beppe Caccia, Sandro Mezzadra

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