Il cerchietto magico contro l'eterologa

ostetrica valeria petrone
La Corte Costituzionale ha cancellato il divieto di accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per le coppie fertili portatrici di patologie genetiche. L'anno scorso due coppie si erano rivolte all'Associazione Luca Coscioni perché una struttura vietava loro di accedere alla diagnosi pre-impianto. Si sono rivolte al tribunale di Roma che ha sollevato due dubbi di legittimità costituzionale su cui la Consulta è stata chiamata a pronunciarsi. E ora?
Valentina Stella/Marco Cappato, Il Manifesto
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La Stampa
12 05 2015

Da una parte il diritto alla riservatezza dei genitori che decidono di non riconoscere la prole. Dall’altra quello dei figli che chiedono di sapere, spesso per risolvere una questione che pesa dal punto di vista della psiche, in alcuni casi per aggiungere elementi nella diagnosi delle malattie a trasmissione ereditaria. Venerdì arriva in aula alla Camera un disegno di legge che prova a tenere insieme i diritti degli uni e degli altri.

Finora la legge, che data il 1983, ha favorito i primi, impedendo ai secondi di ottenere nomi e informazioni su chi li ha generati prima che siano trascorsi cento anni dal parto. Un’epoca quasi impossibile da attraversare, una misura incongruente con la durata della vita umana. Dagli Anni 50 a oggi sono oltre 400mila i figli di persone che hanno deciso di non riconoscerli al momento della nascita. Qualcuno, grazie a un funzionario compiacente o mediante pagamento di una tangente, è riuscito a risalire alla propria famiglia naturale.

LA CONDANNA DELLA CORTE DI STRASBURGO
Poi è arrivato il 25 settembre del 2012. Con sei voti a uno la Corte europea di Strasburgo dà ragione alla signora Anita Godelli, triestina, che era ricorsa contro la legge. L’anno dopo la Corte Costituzionale cancella quell’articolo, il 28, chiedendo al legislatore di contemperare i due diritti concorrenti.
A quel punto Luisa Bossa, parlamentare del Pd, ripresenta una proposta di legge che si era vista ignorare nella sedicesima legislatura. "L’adottato - recita il testo - può accedere a informazioni che riguardano la sua origine, comprese quelle concernenti la procedura di adozione, i dati sanitari, i periodi di permanenza in istituti o altro".

Il testo prevede che l’adottato non riconosciuto, che abbia compiuto i venticinque anni di età, possa rivolgersi al tribunale per i minorenni "del luogo di residenza, il quale, valutato il caso, è tenuto a informare la madre e il padre naturali della richiesta di accesso alle informazioni da parte dello stesso adottato e a richiedere il loro consenso al superamento dell’anonimato".
Nel caso in cui i genitori siano deceduti il tribunale provvederà in automatico a fornire le generalità e l’eventuale presenza di patologie ereditarie trasmissibili e le cause del decesso, oltre al deposito di loro organi presso banche sanitarie.

LA LEGGE IN AULA
"Credo che sia una legge di civiltà - spiega Luisa Bossa - trovo legittimo che una persona abbia accesso alle informazioni circa le sue origini. Chiunque lo voglia deve poter sapere, al di là dell’adozione, chi è, da dove viene, e magari ringraziare la madre naturale che invece di abortire gli ha permesso di vivere".
Il calendario teorico del provvedimento si sviluppa tra questa settimana e la fine del mese. Oggi dopo pranzo le commissioni affari costituzionali e politiche sociali esprimono i loro pareri definitivi sul testo. Relatrici sono Roberta Agostini e Margherita Miotto, entrambe del Pd. Poi mercoledì la commissione giustizia recepirà i pareri e affiderà al relatore il mandato di portare in aula il testo, dove la discussione generale inizierà venerdì. Se tutto filerà liscio il voto dovrebbe essere calendarizzato tra il 25 e il 30 maggio. In caso contrario si finirà a dopo le elezioni regionali.

Francesco Maesano


Il veto contro le donne alla Corte Costituzionale

Nella Corte costituzionale in 60 anni ci sono stati 104 giudici, di cui solo 3 donne e nessuna eletta mai dal Parlamento. L'accesso alla Corte sembra essere una prerogativa maschile. Sembra quasi che il Parlamento ignori che in Italia ci sono prestigiose giuriste, anche di fama internazionale, che hanno le caratteristiche per essere elette giudici del massimo organo di garanzia costituzionale.
Antonio Rotelli, Il Manifesto ...
Non sono mai stato bravo a fare previsioni, ma ci sono occasioni in cui è  impossibile non indovinare cosa ci sta preparando il futuro e questa delle donazioni di gameti, finalmente ammesse anche in Italia dopo la sentenza della Corte Costituzionale, è una di quelle. ...

La partita europea sull’aborto

Il Corriere della Sera
15 01 2014

Le scelte europee e spagnole sull’interruzione di gravidanza hanno aperto molti interrogativi in tema di diritti alla salute riproduttiva delle donne. Se non ora quando-Factory ci manda questo intervento che pubblichiamo.

La bocciatura al Parlamento Europeo della proposta di risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (Sexual and Reproductive Health and Right) di cui era relatrice la socialista Estrela in Italia ha fatto molto clamore perché tra le astensioni che l’hanno resa possibile vi sono quelle di sette parlamentari del Partito Democratico. Titoli di giornali e argomentazioni, sia tra i critici che tra i difensori di tale scelta, hanno in genere attribuito alla proposta di Estrela l’affermazione del “diritto di aborto” come diritto umano.

Non riuscivo a crederci e ho deciso di leggere il testo della risoluzione bocciata.

Per quel che io ne so le donne difficilmente rivendicano l’aborto in sé come diritto, e se parlano di diritto in genere si riferiscono al potere di decisione su quando e se diventare madri.

E così fa anche la risoluzione Estrela. Nel testo si parla di diritti sessuali e riproduttivi (SRHR), così come del resto fa anche l’ordine del giorno del Partito Popolare che è stato approvato. La risoluzione Estrela chiede però all’Europa, pur riconoscendo che sono materie di competenza delle legislazioni nazionali, di garantire uguaglianza di tali diritti nel suo territorio, denunciando le differenze presenti in tema di salute riproduttiva, contraccezione, educazione sessuale, interruzione di gravidanza, ecc.

Chiede che la salute riproduttiva divenga parte integrante delle politiche per la salute dell’Europa. Sostiene che l’interruzione di gravidanza non sia un mezzo per il controllo della nascite, ma si preoccupa di garantirne la possibilità, ponendo anche il tema della diffusione abnorme dell’obiezione di coscienza in molti paesi. Il cuore del testo è la salute riproduttiva, tutelata dai diritti riproduttivi che sono educazione, contraccezione, possibilità di decidere quando essere madre e di compiere scelte informate e consapevoli. Per questo afferma che

«il diritto ad una educazione sessuale completa è un diritto umano».

In relazione all’aborto, che appunto «non è mezzo di controllo delle nascite» si parla di accesso ad aborto sicuro e legale. Dopo le parti che riguardano l’educazione, l’informazione, l’accesso alla contraccezione come prevenzione delle gravidanze indesiderate si «raccomanda che, come tematica che tocca i diritti umani e la salute pubblica, i servizi di qualità per l’aborto siano resi legali, sicuri e accessibili a tutti, nell’ambito dei sistemi di salute pubblica degli Stati membri».

Del resto anche la nostra 194 parla di diritto alla salute femminile e sulla base di questo motiva la possibilità della donna di decidere di interrompere la gravidanza, sulla scia di una sentenza della Corte costituzionale del 1975 (n. 27, 18 febbraio 1975) che riconosce la non equivalenza tra il diritto alla vita e alla salute di chi è già persona e quello di chi ancora lo deve diventare. Il testo di legge approvato in Italia nel 1978 non dice autodeterminazione, lascia la decisione alla donna e determina in quali casi e in che forme per una donna è possibile interrompere una gravidanza.

Invece, ben oltre la lettera della legge, le donne hanno saputo affermare il principio di autodeterminazione nella società. Lo hanno fatto quando hanno illuminato e reso oggetto di discorso pubblico una delle esperienze più rimosse e indicibili dell’umanità femminile. Lo hanno fatto mettendo al mondo la soggettività femminile, parlando di corpo, sessualità, relazioni, della maternità come scelta e non più come destino. Di questo diritto di scelta la possibilità di abortire ne fa parte come uno scacco, non è mai semplice signoria individuale sul proprio corpo, ma un’esperienza propria delle donne intraducibile nel linguaggio asessuato del diritto. La grammatica di questo infatti presuppone l’esistenza di individui autonomi, separati, neutri e spogliati del proprio corpo. Ma nelle donne, nella loro possibilità di essere incinta la relazione è tratto essenziale e fondante, ed è interna alla singolarità, alla sua coscienza. Qui vi è un paradosso, una differenza insopprimibile tra esperienza femminile e maschile della corporeità. Una differenza che ancora non ha trovato cittadinanza e che genera sempre scarti con il linguaggio del diritto. Ma non per questo credo si debba rinunciare ad affermare il diritto alla salute delle donne, di cui la salute riproduttiva è tratto essenziale e dunque anche i cosiddetti SRHR.

Farlo in autonomia, riprendendo la parola femminile sulla sessualità, la maternità, l’aborto, affinché l’autodeterminazione sia principio della cittadinanza europea.

Ma a questa idea di cittadinanza femminile il Parlamento europeo ha detto no, rifiutando la risoluzione Estrela e adottando il testo dei Popolari, che rimanda agli Stati membri la competenza sulla salute riproduttiva e in generale sui SRHR. Una scelta antieuropeista e una scelta di deresponsabilizzazione, che copre politiche regressive, come quelle della Spagna, dove i Popolari al governo, hanno presentato un progetto di legge che cancella la possibilità per le donne di interrompere una gravidanza non desiderata.

Spiace che chi si è astenuto, nella migliore delle ipotesi, non abbia capito.

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