2012, l’anno nero dell’informazione. Il bilancio di Reporter senza frontiere

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Questo è stato “l’anno nero dell’informazione”. Così lo ha definito Reporter senza frontiere e le cifre ne danno purtroppo la conferma: 88 giornalisti uccisi mentre svolgevano la loro professione, il 33 per cento in più rispetto al 2011. Per trovare un anno peggiore di questo, occorre risalire alla metà degli anni Novanta.

Per quello che valgono le statistiche, l’unico continente che ha fatto registrare una diminuzione degli omicidi è quello americano, ma è una considerazione che vale poco di fronte ai 15 giornalisti uccisi; 26 quelli assassinati nell’area Medio Oriente – Africa del Nord, 24 in Asia, 21 nell’Africa sub sahariana e, per quanto riguarda l’Europa, due in Russia.

Come e perché si muore quando si prova a fare informazione? Mentre si segue una guerra, soprattutto se non si è embedded (ossia, inseriti in un contingente militare) e si sceglie di stare in mezzo ai civili; oppure, come vittime casuali in un attentato. Ma, soprattutto, si muore perché si è presi di mira per quello che si è: giornalisti che denunciano i traffici della criminalità organizzata, scoprono la corruzione governativa o svelano le nefandezze dei gruppi armati dell’opposizione, spesso milizie islamiste, come ad esempio in Somalia e Pakistan.

Questi due paesi, insieme a Messico, Brasile e Siria, hanno fatto registrare il maggior numero di omicidi di giornalisti nel 2012.
Un capitolo a parte, Reporter senza frontiere lo dedica ai 47 “citizen journalist” uccisi nel corso dell’anno, quasi tutti in Siria: reporter, video operatori, fotografi senza tesserino e senza testata, grazie ai quali riusciamo a conoscere quanto accade in zone di conflitto o dove vige la censura.

Al conto dobbiamo aggiungere 879 giornalisti e 144 blogger arrestati o fermati per ordine delle autorità di governo, i quasi 2000 casi di attacchi fisici, intimidazioni e minacce di morte, i 38 giornalisti sequestrati in zone di conflitto, i 73 che per salvare la loro vita e quella dei loro familiari sono stati costretti all’esilio e, per finire, i 193 che stanno scontando condanne a pene detentive, per la maggior parte in Turchia, Eritrea, Iran, Cina e Siria.

Purtroppo, come sottolinea Reporter senza frontiere, nonostante l’adozione della risoluzione 1738 del 2006 da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che richiama la necessità di proteggerli in zone pericolose, la violenza contro i giornalisti, soprattutto l’uccisione di giornalisti, continua a essere una delle più grandi minacce alla libertà di espressione.
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