Sulla condizione delle prigioniere mamme

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Lettera di un’ex detenuta che ha trascorso 8 anni nel femminile di Rebibbia
Carte Bollate - ottobre 2013

Ciao cara amica, come vedi adesso sono qui, "libera" di scriverti utilizzando un personal computer. Ho dovuto imparare tutto, ai tempi del mio arresto non ero affatto esperta e ora, dopo anni davvero sembra improbabile una vita priva di un minimo di conoscenza informatica… posso scriverti e cancellare velocemente i miei ripensamenti, soprattutto senza che tu lo noti. Non è facile, infatti, de-scriverti quelli che sono i miei anni lì, vorrei potertene parlare in modo obiettivo senza sentirmi così coinvolta. Non credo ci riuscirò sono profonde le cicatrici lasciate, ma voglio comunque provarci.

La prima immagine mi riporta alla mia entrata in sezione, una sezione di massima sicurezza con poche celle, molte donne stipate e soprattutto tre bimbetti! Devi sapere che le leggi (nella loro intrinseca perversione) prevedono la carcerazione di una mamma con la propria prole se inferiore ai tre anni di età, allo scadere dei quali gli sarà strappata via senza se e senza ma ”liberati” dal giogo carcerario per entrare a far parte di un ambiente probabilmente loro estraneo, dopo che per un periodo, comunque lungo, avranno ben interiorizzato l’ubbidienza a regole e comportamenti dettati da principi securitari non sempre logici; in seguito, partendo a ritroso dalla violenta separazione, passando per la totale assenza di autodeterminazione della madre, il cui rapporto con il proprio figlio viene sempre mediato dalla presenza autoritaria della guardia di turno, comprenderanno che la loro relazione è stata tutta una sofferenza.

Tre bimbetti, dicevo, chiusi in un ristretto spazio controllato e austero, co¬stretti a con-vivere con donne di tutte le età e il loro carico di dolore, le loro peculiarità e soggettività. E a pochi anni, si sa, sei una spugna, privo di autonomia e discernimento, quando sei così piccolo non sai come difenderti da una cappa di sofferenza che respiri ogni giorno. Certo, molte di noi riuscivano a non trasmettere le proprie ansie, magari quelle un po’ più consapevoli del proprio percorso e quindi più ”coriacee”, e la presenza dei bimbetti era un motivo in più per resistere. Anzi, forse era la causa aggiunta di quella resistenza, perché loro (i bimbetti), riuscivano spesso a farti dimenticare dov’eri. Riuscivano a lenire, coi loro sorrisi, i giochi, gli stimoli positivi a cui inevitabilmente ti sottoponevano, il lacerante pensiero dei figli, invece così lontani e con i quali il rapporto era immiserito in un’ora di colloquio settimanale.

Abbiamo lottato a lungo prima che qualcuno stabilisse definitivamente l’incompatibilità della presenza di bimbi in una sezione di alta sicurezza, ottenendo che, a prescindere dall’entità del reato imputato alle mamme, detenute e figli venissero finalmente trasferiti in un’altra sezione all’interno del perimetro carcerario e a 30 m. da quella di alta sicurezza. C’è voluto un anno intero e alla fine. sapessi che vuoto, trasferiti, fu come ricominciare da capo la detenzione. E nonostante fossimo tutte convinte che il nido non fosse la soluzione, perché di qualunque colore si possa tingere, una galera non lo è mai, eravamo felici che almeno i “nostri” lupetti avrebbero potuto giocare con altri bimbi e fruire delle uscite con i volontari e delle mattinate in asili nido vicini al carcere.

E quando il silenzio è calato nella sezione di alta sicurezza, ci siamo dovute confrontare con la realtà del 41 bis, perché solo un cortile, a noi escluso, ci separava da quella sezione. Ma sentivamo tutto, i gemiti, le urla, il riso nervoso delle poche forzate ospiti nei loro brevi momenti di socialità (un’ora di socialità nelle 24 ore è niente!). Ci sono stati lunghi periodi in cui solo una donna era detenuta, priva di qualsiasi opportunità di relazioni se non con le guardie. Quasi nessuno ne parla, comunque sempre troppo pochi, e quando si invocano ulteriori leggi penalizzanti contro la tortura, non si sa perché non si sa come, ci si dimentica sempre del 41 bis. Ho visto donne perdere il senno fino a decidere che così non poteva andare oltre e assumersi la responsabilità del fatale tragico gesto finale. Ho visto donne perfettamente curate nel loro aspetto, perdere in breve capelli e denti e chili di dignità. Ho sentito piangere di notte e piangere di giorno, infermieri che entravano con l’unico ausilio possibile: gocce di tossicità che circolando nel sangue inducono alienazione e torpore.

Tanto la mattina dopo non c’è nulla che ti spinga a svegliarti presto, a curare il tuo corpo e il tuo spirito, il giorno dopo è un ennesimo susseguirsi di ore vuote. Ma d’altronde, si sa, dalla galera esci sempre male, chi più chi meno. Se sei dotato di una ricchezza interiore (per fortuna o condizione sociale) avrai possibilità di reazione e potrai tirare avanti e, magari riuscire a trasformare quel dolore (soggettivo e collettivo) in un’ulteriore spinta verso la non rassegnazione. Se però (per sfortuna o condizione sociale) non sei dotato di tali strumenti, quegli aspetti più grigi e tristi del tuo carattere saranno potenziati e si manifesteranno attraverso invidie e gelosie, protagonismi da quattro soldi e delazioni per l’accaparramento di briciole, privilegi: qualche corso da frequentare, qualche ora in più di lavoro schiavizzato, un alimento non a tutti concesso che ti arriva attraverso un pacco-colloquio, la possibilità di viverti un amore magari concedendoti di stare nella stessa cella dare e ricevere, quell’assenza di intimità e fusione di corpi può farti davvero male, può lasciare segni indelebili e condurti a decisioni di cui porterai “la vergogna” per sempre.

Ed è forse anche quella privazione disumana che induce le donne a somatizzare il malessere esprimendolo (non hai idea dell’alta incidenza di casi che c’è in galera!) in problemi alla tiroide e/o ormonali in genere oltre a quelli ginecologici. Donne con i segni di operazioni sul collo ne ho viste tante e d’altronde la sanità in carcere, si sa, è quella che è: prevenire non si può, curare costa quindi si prediligono interventi ra-dicali, tra l’altro decisamente meglio rimborsati dalla sanità statale. E chi se ne frega se una volta libera sarai sfregiata o privata della possibilità di avere figli o, ancora, dipendente da farmaci anche psichiatrici…

Però ho visto molte donne avere cura di sé, anche le meno abbienti (di cui ovviamente il carcere è strapieno) auto-prodursi creme e in generale prodotti per le cure estetiche, grazie anche alle esperienze condivise e trasmesse da donne provenienti da diverse parti del mondo, donne che corre-vano quotidianamente, nel tentativo di mantenersi in forma nel corpo e nello spirito, in spazi d’aria angusti come uccelliere. Donne che affrontavano i loro giorni senza rinuncia¬re alla dignità, magari dopo aver messo in ordine una cella appena perquisita da mani prive di rispetto per quei pochi effetti personali concessi che ritrovavano alla rinfusa al rientro: foto con care immagini, preziose lettere…

Spesso il percorso carcerario non si conclude solo con l’estinzione della pena per il reato commesso ma con l’accertamento, da parte delle varie figure detentrici del tuo corpo, dell’interiorizzazione di quei valori: tanto più l’interiorizzazione è riuscita tanto più sei meritevole di far parte dei “prodotti liberi”. Solo che se sei uno sfigato (e molto probabilmente lo sei) non avrai accesso all’Eden dei padroni del mondo e saranno proprio quegli stessi valori che rischieranno di portarti di nuovo dentro quelle mura. Un gioco al massacro, un gioco del quale si rischia di non vedere la fine…

Ecco, cara amica, spero di averti espresso con chiarezza alcuni dei risvolti di un’esperienza che in me non avrà mai fine. Ti abbraccio con forza, la stessa forza che ancora mi spinge ad andare avanti e a non voler dimenticare.
Lettera firmata


Un prezzo personale e sociale inaccettabile


È dura leggere questa lettera. Trovo che abbia un forte impatto emotivo e che ancora una volta ci costringe a fare i conti con quella che, oramai, è una certezza. Le donne detenute vivono una situazione di isolamento estremamente accentuata che ha conseguenze devastanti sul piano fisico e morale non solo di tipo personale ma anche sociale.
Ed è la società che pagherà il più alto costo soprattutto perché l’assenza della donna dall’ambito famigliare comporta molto spesso l’allontanamento dei figli.

Spesso capita di discutere tra operatori sulle difficoltà che si incontrano nel coinvolgere le donne nelle varie attività che si organizzano in carcere. Ma come potrebbe essere altrimenti, visto che il pensiero fisso di una donna, di una mamma è necessariamente e costantemente orientato verso quella che è l’aspirazione più normale, più primitiva e che consiste nel prendersi cura dei propri piccoli e degli affetti che sono stati lasciati fuori?

Tuttavia, voglio cogliere un messaggio positivo che ho intravisto nella lettera. Intanto, è necessario ricordare e parlare delle donne rinchiuse: le parole non sono mai abbastanza.
Così come non è mai sufficiente raccontare della epopea che vivono molto spesso i bambini che hanno genitori detenuti.

In secondo luogo, mi piace pensare che con un po’ di tempo e di lavoro su se stesse (e anche di fortuna), le donne riescano a risalire e a riappropriarsi del proprio tempo, del proprio ruolo, dei propri amori.
Cosima Buccoliero (vice-direttrice del carcere di Bollate)

Ultima modifica il Martedì, 12 Novembre 2013 13:36
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