Per le donne una prigionia anche psicologica e umana

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Maria Laura Fadda (magistrato di sorveglianza presso il tribunale di Milano)
carteBollate - ottobre 2013

La specificità della detenzione femminile e cioè che all’interno del carcere sia presente una differenza di genere, è dato generalmente acquisito dagli operatori penitenziari e occorre riconoscere che negli ultimi anni vi è stato, da parte dell’Amministrazione Penitenziaria, sia nazionale che locale, un certo sforzo per cercare di ovviare alle più macroscopiche differenze tra uomini e donne detenute o meglio, per cercare di riconoscere i bisogni e le esigenze delle donne detenute.

Eppure, nonostante i cambiamenti, nonostante la possibilità di avere specchi a tutta altezza, di personalizzare la camera di pernottamento, di acquistare prodotti specifici, di lavorare ed altro, rimane palpabile, all’interno dei reparti femminili, un livello di sofferenza personale delle detenute che colpisce e, in un certo senso, fa sentire impotenti: è come se, pur cercando di adeguare l’offerta trattamentale alle esigenze specifiche delle donne e di offrire loro delle opportunità di reinserimento sociale quasi paritetiche rispetto a quelle presenti per gli uomini, si percepisca che tutto ciò non sia sufficiente ad alleviare la penosità della detenzione. La sofferenza delle donne ci rimanda continuamente alla sofferenza della condizione detentiva. La privazione del bene primario della libertà personale che si attua con la reclusione in carcere, si declina, infatti, con modalità e effetti differenti per il detenuto uomo rispetto alla detenuta donna.

Il carcere, rimane pur sempre un’istituzione totale maschile, caratterizzato da regole rigide e predeterminatefondate sul mantenimento della sicurezza, sul contenimento dell’autodeterminazione, in cui poco posto è lasciato al profilo emozionale che fa parte dell’esperienza comunicazionale di ogni donna che, conseguenzialmente, risulta rinchiusa non solo in un perimetro fisico, ma anche psicologico e umano, alienata dalla propria identità.

Ma in carcere manca anche la possibilità di vivere un altro lato importante della personalità femminile: la capacità di cura. Non si deve credere che tale “menomazione” sia poco importante: la criminologia ha evidenziato come proprio l’esigenza profonda di prendersi cura degli altri, sia uno dei motivi dello scarso numero statistico della criminalità femminile, costantemente fermo al 5% di quella totale.

Occorrerebbe, dunque, in carcere, ripensare alle offerte trattamentali per i reparti femminili non soltanto in ter¬mini quantitativi (seppure anche questo sia un aspetto importante, tanto che forse, anche in carcere dovrebbero essere previste delle “quote” per garantire la parità), nel senso di offrire lo stesso numero di attività che sono rivolte agli uomini, ma anche in termini qualitativi, nel senso di maggiormente utili e funzionali all’espressione di tali esigenze. Si potrebbe pensare anche ad attività non “autocentrate”, ma di volontariato o lavorative in ambienti specifici ove sia possibile interagire con persone svantaggiate o minori e altresì prevedere corsi professionali in questa direzione.

È evidente, dunque, come sia doppiamente discriminante e dolorosa la condizione della donna-madre-detenuta, non soltanto se i figli sono con lei in carcere, ma anche se sono rimasti fuori, affidati ad altri. Infatti, la ricaduta sociale della detenzione delle donne, nonostante il numero percentuale esiguo rispetto al numero totale della popolazione femminile, è enorme in quanto coinvolge l’unità familiare e le prospettive di crescita equilibrata dei minori.

Occorrere, dunque, fare un passo avanti, non soltanto per relizzare altri Icam in Italia, ma anche per assicurare possibilità di incontro non limitate al colloquio familiare, tra le madri e i figli, come ad esempio proiezioni di film per bambini o feste collettive per particolare ricorrenze, ove invitare, tutti insieme, i minori per momenti di svago meno ansiogeni e in cui sia possibile svolgere da parte della mamma,un ruolo non di semplice accudimento estemporaneo, ma un’assunzione di responsabilità e di svolgimento di compiti di trasmissione e formazione, di sicura importanza nel trattamento e nel processo di risocia-lizzazione. Certamente la previsione dei colloqui domenicali o festivi, aiu¬terebbe molto in questa direzione.

La prospettiva, dunque, anche quella del carcere, deve essere quella della tutela del diritto del bambino ad una crescita più equilibrata possibile investimento che non solo aiuterebbe la madre, ma la società tutta.

Ultima modifica il Mercoledì, 13 Novembre 2013 08:47
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