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Chiedimi. E sarò felice. Le domande da fare ai figli

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La 27 Ora
14 03 2014

Ma i nostri adolescenti sono più o meno felici delle generazioni precedenti, con la loro esposizione frenetica ai social network?
Facebook e le altre piazze mediatiche li deviano irrimediabilmente nel loro percorso di crescita fino a chiuderli in un mondo virtuale come in un carcere senza finestre sul mondo reale? Me lo chiedo – ce lo chiediamo – quando vedo nei ristoranti dei piccoli di due anni o poco più che vengono silenziati a tavola con l’aiuto dell’iPad o similari, mentre i genitori chiacchierano e discutono in pace. E penso: ma che adolescente diventerà questo piccolo incolpevole nativo digitale precocemente esposto a un addiction di cui non possiamo prevedere le conseguenze sociali?

Tutti questi neri pensieri di preoccupazione sono stati alleviati se non messi in fuga da un libro fresco di stampa, che non nasconde la complessità della faccenda riconoscendo fin dal titolo che è parecchio complicata (It’s Complicated) ma fornendo una risposta rassicurante ai genitori di tutto il mondo: State sereni, il social media non è un problema, e tutte quelle ore passate davanti a uno schermo non faranno di vostro figlio un disadattato, non lo renderanno più fragile o peggio un bugiardo o vittima di bullismo. L’autrice Danah Boyd è una che di social network e nuove tecnologie si intende parecchio, ne ha scritto e ne ha studiato e ha attraversato come consulente tutti i colossi del Web, da Google a Microsoft, fino a scalare i primi posti nella lista delle persone più influenti nella nuova geografia del potere della Rete.

E il metodo che Boyd ha seguito per scrivere il suo libro è quello di una vera e propria inchiesta, si è infilata nelle teste degli adolescanti da tablet facendoli parlare e monitorando le loro reazioni, e difatti il sottotitolo del libro è Le vite sociali dei teenager che vivono in Rete: Networked.

Insomma, conclude Boyd, i nuovi adolescenti non periranno di Facebook e compagnia perché per i ragazzi i social network sono solo come le piazze e i bar di una volta, i luoghi della loro socializzazione e della formazione della loro identità. In rete si rilassano, si incontrano si frequentano e imparano le regole del vivere sociale, visto che – pressati come sono dalle aspettative dei genitori, dagli impegni multitasking collaterali alla scuola e dalla difficoltà maggiore di movimento nelle grandi città – possono incontrarsi molto meno facilmente di un tempo al bar o in piazza. “Per questo, aggiunge Boyd, la preoccupazione e il pregiudizio dei genitori verso i social network non aiuta per nulla, anzi. Meglio affrontare la tecnologia con un altro passo, la curiosità, piuttosto che l’ansia inutile”. Meglio pensare che la tecnologia apra delle porte e delle opportunità e che stia a noi imparare a usarle nel migliore dei modi.

E qui Boyd, sollecitata dal giornalista del sito Salon Andrew Leonard fa un’interessante riflessione. Leonard la interrogava sulla sua recente maternità e su come si sarebbe comportata con suo figlio, per esorcizzare gli indubitabili rischi della virtualità, e Boyd ha risposto che la cosa più importante che poteva fare era quella di tentare di rilassarsi e di essere presente. “Due cose entrambe molto fisiche” dice Boyd, una specie di antidoto dunque alla fuga nel mondo virtuale.

Suggerimento molto vicino a quello che il neo premier Matteo Renzi ha dato qualche giorni ai ragazzi della scuola Salvatore Raiti di Siracusa: State pure su Facebook e WhatsApp, ci sto anch’io, ho quasi 8 milioni di amici su Twitter, ma ricordatevi che “qualsiasi messaggio sui social non vale la bellezza di un abbraccio fisico”. Va bene avere tanti amici su Facebook, ma preoccupatevi anche dell’amicizia del vostro vicino di banco.

Ma Danah Boyd, decisa a lasciar frequentare i social network alla prole, cercando di star vicina in modo laterale, aggiunge un altro suggerimento semplice semplice e antico come la miglior filosofia. Boyd sa, anche per la sua esperienza da insegnante, che ai ragazzi è importante fare domande, in modo da farli raccontare senza metterli in fuga: un metodo per sollecitarli sul loro mondo e assisterli senza ansie su quello che stanno vivendo. Le domande sono neutrale e non assertive ed esprimono sollecitudine e vicinanza. Lo sapeva bene Socrate, filosofo greco vissuto nel quattrocento avanti Cristo che nella sua costruzione filosofica orale e peripatetica partiva sempre dalle domande per tirar fuori con arte maieutica il meglio da chi aveva di fronte, coinvolgendolo in senso totale, psicologico e intellettuale e costruendo dialoghi che poi sarebbero stati alla base della costruzione del pensiero occidentale.

Nell’esperimento del Comune di Ancona, raccolto dall’associazione Intervita, che porta un camper nelle piazze per avvicinare i ragazzi e prevenire la violenza sulle donne (vicenda che si può seguire in un post pubblicato sulla 27 ora il 26 febbraio) gli psicologi hanno lavorato molto sulla comunicazione spesso rompendo il ghiaccio proprio con delle domande: “Un abbigliamento provocante ti autorizza a pretendere che la ragazza ci stia se ci provi?”; “Se ti fischiano per strada ti fa piacere o ti da fastidio?”; “Che differenza c’è tra un rapporto con una ragazza e quello che hai visto su un sito porno?”; “La gelosia è un segnale d’amore?”». Domande anche provocatorie, ma sempre usate come spunto di riflessione.

Come dire: Chiedetemi (che vuol dire interessatevi a me), e io vivrò meglio. Siete d’accordo con l’approccio rassicurante di Boyd o restate inesorabilmente preoccupati?

Maria Luisa Agnese

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