La differenza tra repressori buoni e cattivi? La repressione è una!

Letto 1633 volte

Abbatto i muri
15 04 2014

La repressione è un metodo. Non è un vizio che scappa alla “mela marcia” di turno. Si parla dell’albero, della maniera in cui si tengono i cittadini sotto scacco. Si parla di una politica che mette in croce i cittadini e poi criminalizza qualunque forma di protesta. Che sia movimento, partito, gente di piazza, comunque sia chi comanda avrà sempre brutte parole da spendere in direzione di chi dissente e belle parole in difesa dei tutori.

Intanto bisogna chiarire un punto: la povertà è un problema di ordine pubblico? Il disagio lo è? La rivendicazione di diritti lo è? Perché negli ultimi anni abbiamo solo sentito parlare di accattoni che lasciano sporcizia per le strade della capitale, gente sporca brutta e cattiva che imperverserebbe senza criterio né ragioni per le vie di quella città. Perché è la premessa che è sbagliata. Ed è sbagliata anche se in soccorso e a legittimazione della repressione arriva l’intellettuale tal dei tali che un po’ presta parola a difendere il governo di Israele e un po’ a farci ulteriormente oggetto della sua umanissima esperienza collaborata dai tutori che sarà brutta quanto vuoi ma è la sua esperienza. E’ sbagliata anche se si erge un coro che insiste nel rimuovere il conflitto per salvare le istituzioni patriarcali divise tra patriarchi cattivi e patriarchi buoni, e il punto è che sempre di patriarchi si tratta.

La repressione è un metodo. Non è qualcosa che scappa di mano e non c’è un modo giusto e un modo sbagliato per imporla. E’ repressione e basta. Si tratta di quello strumento di cui si serve una società in cui non si discute con le parti sociali, non gli dai mai spazio, le marginalizzi, isoli, le zittisci, le releghi fuori da tutto, e allora quelle parti sociali strepitano, urlano, e per finire le criminalizzi e le reprimi.

La gente che va in piazza starebbe volentieri a fare altro. Non va in piazza per sport, per sporcare la città, per disturbare il corretto svolgimento della democrazia. Quella gente lì rappresenta la democrazia ed è bene che chiunque sappia questa cosa. Un manganello contro di loro è un manganello contro un tentativo di partecipazione, contro una voce che racconta che ci siamo anche noi, quegli altri, gli zombies, i morti che camminano, i poveri, gli sfrattati, quelli che sono massacrati dalla precarietà, che rivendicano il diritto di poter progettare e non accettano più che alcune decisioni piovano sulle loro teste.

Quello che si fa da diversi anni è la costante criminalizzazione delle manifestazioni di piazza. Si demonizzano gli scioperi, i sit in, i presidi attivi, si sorvegliano le voci singole e collettive, si tiene a bada perfino la manifestazione femminista tal dei tali dove i tutori accorrono a sequestrare gli striscioni. Non c’è una maniera corretta e una scorretta in cui si può dire qualcosa che pensi valga la pena riferire al mondo. C’è solo il fatto che devi chiedere il permesso, ottenere una autorizzazione, contrattare con chi reprime per ottenere un minuscolo spazio per la libera espressione della democrazia.

Avete in mente voi quante volte accade che la persona più paziente resta lì per giorni a contrattare un percorso per un corteo che viene regolarmente sviato nelle zone più periferiche affinché il mondo non sappia? Come se la gente che prende pulmann, porta le bandiere, si sveglia presto al mattino, si affaticasse tanto solo per farsi un giro di giostra. Tra mille telecamere, fotografi utili alla repressione devi sapere che non ti prendono sul serio. Ti fanno sfilare per farti prendere l’ora d’aria ma il conflitto sociale di cui sei portatore devi tenertelo e mai esprimerlo. Non parlo di violenza perché chi fa del male alle persone fisiche, in piccole dosi o da stragisti, non mi è mai piaciuto. Senza contare che gli stragisti non erano roba della democrazia che chiedeva ossigeno per le persone. Le stragi erano strategia della tensione, un ulteriore metodo per tenere a bada tutti e offendere in modo violento il diritto di dissentire e manifestare.

Quella di cui fate parte è comunque Matrix, una democrazia truccata e questo prescinde dalle singole persone che possono anche credere nel mestiere che fanno ma di fatto servono a sedare l’opinione che va in controsenso. Servono ad arginare le conseguenze precise di una politica che massacra la gente tutti i giorni. Dal punto di vista umano posso anche comprendere chi reprime per lavoro ma poi smette la commozione e quando penso alle due parti in causa non riesco proprio, anche sforzandomi, a identificarmi con chi chiude la bocca al disoccupato, il povero, il cassintegrato, il precario, la non garantita, la prevaricata dalle leggi dello stato.

Un sistema gerarchico in cui chi sta a capo e mi comanda insiste nel dirmi che la repressione serve per il mio bene, mentre al governo c’è chi democristianamente molla un pacco di pasta in più a chi ha stipendi bassi togliendo quella stessa pasta ad altra gente che non sa cosa mangiare, quel sistema lì è paternalista e autoritario. In una nazione in cui il potere economico si barrica dietro i palazzi, protetto da leggi elettorali che escludono partiti di sinistra dalla discussione pubblica, mentre stiamo qui a farci prendere in giro su quel che rappresenta per davvero il jobs act, cosa altro resta alle persone per raccontare il proprio problema?

Che altro si può fare dopo le tragedie personali e familiari, i suicidi, le tante persone costrette a tornare in famiglia dopo anni di fallimentare precariato, pensionati ottantenni che hanno ancora le famiglie a carico e non sanno cosa fare… che altro si può fare di fronte a chi dimentica che non abbiamo niente, ché non possiamo pagare il diritto all’istruzione, alla sanità, a cose essenziali mentre il potere si fa beffe di chi è precario e una volta ci chiama capricciosi, un’altra fannulloni, e la volta dopo dice che se non trovi lavoro è colpa tua.

Voi che avete conti in banca e case di cui dite di non sapere nulla, voi che vi spartite beni, incarichi, donazioni per sopravvivere a voi stessi tra una fondazione e l’altra, voi che godete di privilegi e non vi manca niente, cosa potete saperne di quel che succede nella vita di una persona che sa come campare e che in definitiva se non si ribella si suicida? Voi, intellettuali, selezionatori di repressori buoni e repressori cattivi, avete presente la miseria? Avete in mente un modo per restituirci il futuro? Perché se ce l’avete siamo tutti orecchi. Siamo qui. Diteci come fare. Purché non pretendete una delega perché qui c’è gente che si autorappresenta e l’epoca dei poveri cristi poco istruiti che si affidavano a chiunque è anche finita. Diteci. Proponete una soluzione. E che non sia quella che conclude che bisogna rassegnarsi e stare zitti, per favore. Che non sia quella.

Se avete una soluzione vi ascoltiamo. Ma se non ce l’avete, allora, vi prego, abbiate almeno il buon gusto di tacere. Grazie.

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook