LIBERAZIONE, MA E' COSI' DIFFICILE DIRE SEMPLICEMENTE GRAZIE?

27esimaora.corriere.it, 26 aprile 2011

E’ passato un altro 25 aprile ad uso e consumo del presente. Una modesta proposta per il 2012: provare ad alzare la testa dal nostro ombelico e mettere al centro della scena chi ci ha permesso di essere qui ogni giorno a dire quel che ci passa per la testa. Tante erano donne. Come Paola Garelli. Aveva scelto come nome di battaglia Mirka, faceva la pettinatrice a Savona. Prima di essere fucilata il 1 novembre 1944, scrisse alla figlia:
“Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti ed amandoti, mia creatura adorata… Io sono tranquilla… ti chiedo una sola cosa, studia, io ti proteggerò dal cielo”.
Aveva 28 anni.

Margherita Hack a Marzabotto per il 25 aprile



Ne aveva 33 Imma Marchiani quando la giustiziarono. Fiorentina, ricamatrice, modista e pittrice, nome di battaglia Anty, una delle 15 donne che ricevettero dopo la Liberazione la medaglia d’oro al valor militare. Alla memoria. Prima di essere fucilata il 25 novembre fece in tempo a  scrivere alla sorella dal carcere di Pavullo, “Muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse”. Al fratello aveva scritto mesi prima per spiegare perché aveva deciso di unirsi alla Resistenza.

Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta. “Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare”, mi ha detto il comandante, “la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì”. Eppure mi aveva veduto solo due volte. Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascierà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.

Le parola di Paola e Imma stanno insieme a quelle di tanti altri ne Le lettere dei condannati a morte della Resistenza, un libro che per fortuna si studia nelle scuole. Due storie tra le migliaia delle donne che – in armi e senza armi – parteciparono alla Resistenza italiana. Le statistiche registrano i numeri (peraltro da sempre oggetto di dispute): 35 mila partigiane combattenti, 70 mila appartenenti ai gruppi di difesa della donna, 2812, fucilate, 1700 morte combattendo. Dietro ai numeri della storia ci sono le storie. Prima trascurate, in nome della logica sempiterna “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Furono le stesse protagoniste a rifiutare la ribalta e la retorica. Si interessarono poco alle medaglie e si tennero strette le icone. Come l’Agnese di Renata Viganò, l’Anna Magnani di Roma città aperta, ispirata alla figura di Teresa Gullace.

Ma le loro storie tornano. Al principio fu un libro degli anni Settanta di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina La resistenza taciuta. Poi si sono messe al lavoro lmole storiche. Ora la rivincita arriva anche dalla rete. Basta cercare su Google e riemergono archivi, storie, memorie, immagini di donne che, conme Imma, provarono a “dare il loro contributo”. Si possono pescare alche alcuni minutgi del documenario di Liliana Cavani La donna nella resistenza, che Blob ripropose qualche anno fa (ma la Rai non potrebbe ritrasmetterlo integralmente?)

Alcuni le pescano in famiglia, piccole storie di ordinaria dignità. Mia nonna, portata in carcere per avere notizie dei figli in montagna, da zelanti e imbarazzati funzionari che non si vergognavano abbastanza di chiudere in cella la signora maestra. Oppure una zia paterna  che si trovò a gestire una villa con i tedeschi al pian terreno, il marito ebreo in soffitta e il nipote partigiano ragazzino che andava e veniva dai monti della Val Pellice.

Quelle donne non avevano neanche mai potuto votare. E’ troppo banale chiedere, semplicemente, di dire loro “grazie”?
Ultima modifica il Mercoledì, 27 Aprile 2011 07:11
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