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Legge sulle quote di genere, il Sud arranca: solo 16 società rinnovano i Cda

La 27 Ora
22 05 2014

Certo, c’entra la spending review. Soldi non ce ne sono più e anche i consigli di amministrazione si sono messi a dieta. Ma non c’è dubbio che la legge sulle quote abbia il suo bel peso.

Di colpo nelle società controllate dallo Stato, attraverso tutte le sue declinazioni, è esplosa la moda dell’amministratore unico. Un dato che qua e la era già emerso in indagini campione, ma che il primo censimento del dipartimento per le Pari opportunità ha fotografato in modo netto: le società che hanno adottato l’amministratore unico sono quasi raddoppiate.

«Venerdì 23 maggio a Napoli presenteremo i primi dati sull’attività di monitoraggio e la vigilanza sulle quote di genere nelle società pubbliche svolta dal Dipartimento Pari opportunità a partire da febbraio 2013», anticipa Monica Parrella, direttrice generale al Dipartimento e coordinatrice dell’ufficio per gli interventi in materia di parità e pari opportunità.

La legge Golfo-Mosca è divenuta vincolante anche per le società pubbliche dal 12 febbraio 2013. Da quel giorno ha rinnovato i propri organi sociale il 35% delle quasi 4mila società controllate da pubbliche amministrazioni fino al terzo livello.

Si tratta di 1367 società. Ebbene, 496 di queste oggi sono guidate da una sola persona. Prima del rinnovo erano solo 247. Significa che 219 società hanno sostituito il Cda con l’amministratore unico. Che è uomo nel 95,2% dei casi: sono 455 uomini e 41 donne.

Ma c’è un altro dato da sottolineare e riguarda chi non si adegua alla legge.

«In poco più di un anno abbiamo ricevuto circa 250 segnalazioni da parte delle società obbligate, di cui circa il 10% non conformi alla normativa. L’elemento positivo – sottolinea Parrella – è che quasi tutte le società diffidate ad adeguarsi lo hanno fatto molto velocemente. Al momento sono pendenti solo 6 procedimenti su 25, che con tutta probabilità si chiuderanno con l’adeguamento e senza sanzioni».

Purtroppo l’Italia marcia a due velocità: le società pubbliche del Sud che hanno segnalato il rinnovo degli organi sono pochissime (solo 16) «e questo è il motivo per cui abbiamo promosso l’iniziativa di Napoli».

Delle 246 segnalazioni arrivate al Dipartimento, 127 provengono dal Nord, 106 dal Centro e 16 dalle isole. Guardando le città, Milano e provincia ne ha acute 33 e Roma e provincia 70 (dati al 30 aprile).

La legge sulle quote ha prodotto anche un risultato “a latere” dell’oggetto preciso della normativa: per la prima volta è stato costruito il database di tutte le società pubbliche (pare strano, ma lo Stato non sapeva finora quali è quante società controllava attraverso le sue varie articolazioni).

«Meno di un mese fa abbiamo avviato la seconda fase dell’attività di monitoraggio e vigilanza, sulla base dell’anagrafe completa delle società pubbliche che siamo riusciti faticosamente a costruire e che è attualmente l’unico database in possesso di una pubblica amministrazione che comprende le informazioni complete sulle società pubbliche a tutti i livelli territoriali», dice Parrella. In particolare, partendo dalle società a più alto fatturato, divise per 5 zone geografiche, è stato definito un massiccio piano di vigilanza partito il 29 aprile scorso con l’avvio dei procedimenti per la diffida di ulteriori 14 società distribuite sul territorio nazionale.

«Siamo però solo all’inizio, perché, da una prima analisi dei dati, è emerso che globalmente un po’ meno della metà delle società che hanno rinnovato gli organi di amministrazione e di controllo non si sono adeguati alla nuova normativa e quindi mano mano avvieremo i procedimenti per tutte le società non conformi alla legge sulle quote di genere”, conclude la direttrice.
“Non stupisce che dove non c’è l’obbligo di rappresentanza di entrambi i generi la presenza di donne si riduca sensibilmente, al l’8,3% contro un dato generale di presenza femminile nei cda pubblici che si attesta oggi attorno al 14%”.

Maria Silvia Sacchi

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