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di Carlo D'Ippoliti
31 maggio 2011

Sintesi del primo studio completo sulla discriminazione delle persone LGBT in Italia

La ricerca, svolta dall’associazione Rete Lenford, si è concentrata in particolare nel Mezzogiorno, ma ha anche dedicato largo spazio all’analisi del contesto nazionale, e si è svolta in tre fasi: un’analisi di contesto, una raccolta di buone pratiche, un’analisi delle buone pratiche con indicazioni di politiche possibili. Desidero qui tracciare alcune note di sintesi dei principali risultati raggiunti (segnalando che il Rapporto Finale del progetto e il citato volume di sintesi sono liberamente scaricabili dal sito dell’UNAR).
Preliminarmente, occorre ribadire la necessità di molti più di studi di questo tipo, per via dell’intrinseca difficoltà di fare ricerca su popolazioni piccole, marginali e almeno in parte invisibili, come quella LGBT. Mentre è in corso un’apposita indagine da parte dell’ISTAT, auspichiamo qui che, già in occasione del prossimo censimento della popolazione (questo autunno), la volontà delle coppie di persone conviventi dello stesso sesso di dichiararsi esplicitamente come tali permetta la raccolta di molti più dati di quelli qui presentati, come già accaduto in altri paesi occidentali.

Nel suo intervento alla Camera dei Deputati il 17 maggio 2011 (giornata internazionale contro l’omofobia), la ministra per le pari opportunità Maria Cristina Carfagna ha citato ampi stralci di una ricerca finanziata dal Fondo Sociale Europeo e commissionata dal suo Dipartimento tramite l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), riassunta nel volume D’Ippoliti C. e Schuster A. (2011), DisOrientamenti. Discriminazione ed esclusione sociale delle persone LGBT in Italia, Armando Editore, Roma1.  

Come co-curatore del volume interpreto questo riconoscimento istituzionale come un segno di apprezzamento per quella che al momento è la prima indagine completa e multidisciplinare sulle condizioni di vita e la discriminazione subita dalle persone LGBT in Italia2. La ricerca, svolta dall’associazione Rete Lenford, si è concentrata in particolare nel Mezzogiorno, ma ha anche dedicato largo spazio all’analisi del contesto nazionale, e si è svolta in tre fasi: un’analisi di contesto, una raccolta di buone pratiche, un’analisi delle buone pratiche con indicazioni di politiche possibili. Desidero qui tracciare alcune note di sintesi dei principali risultati raggiunti (segnalando che il Rapporto Finale del progetto e il citato volume di sintesi sono liberamente scaricabili dal sito dell’UNAR).

1. Analisi di contesto

L’analisi di contesto ha riguardato molti ambiti diversi: famigliare, sociale, professionale, abitativo, sanitario, dell’istruzione e della formazione professionale. L’analisi dei dati svolta nel contesto del lavoro mostra come molti luoghi comuni sulle persone LGBT siano in realtà fondati esclusivamente su pregiudizi. L’analisi si è articolata in tre ricerche. La prima di ricognizione della letteratura esistente e dei dati già raccolti da altre ricerche svolte nel territorio nazionale; la seconda di analisi di dati campionari per confrontare le coppie di persone dello stesso sesso che convivono con la situazione delle altre famiglie italiane; la terza analisi ha implicato lo svolgimento di due analisi sul campo: un’indagine tra le persone transessuali e transgender che vivono nelle ROC, e un’indagine tra gli avvocati che operano in quelle Regioni.

Dall’analisi emergono criticità in ambito famigliare e scolastico, e non invece nel settore abitativo. Questo potrebbe essere dovuto alla particolare situazione del Sud, in cui non vi è una penuria di abitazioni ed invece i proprietari cercano di ottenere reddito affittando (al limite, anche affittando in nero e richiedendo somme più alte, ma non negando completamente l’abitazione come invece le cronache hanno denunciato nel Centro-Nord). L’ambito sanitario è evidentemente tra i più delicati, soprattutto per le persone trans. Ad ogni modo, è interessante notare che quello professionale è l’ambito segnalato come prioritario sia dalle persone omosessuali che transessuali, così come dagli avvocati intervistati (forse - nuovamente - il fatto che l’attenzione fosse in particolare verso il Sud spiega parte di questa impellenza).

In questo ambito, dalla nostra ricerca emerge che le coppie LGB non mostrano un reddito più elevato della media, circa 17’000 euro l’anno per le persone in coppia sia eterosessuale che omosessuale. Questo nonostante le persone in coppie LGB lavorino mediamente più ore ed abbiano titoli di studio più alti della media. Questi risultati, del resto, confermano una certa evidenza internazionale, ed indicano che forse il forte investimento in istruzione è una strategia delle persone LGBT per fronteggiare lo svantaggio derivante dalla discriminazione.

Le condizioni economiche delle persone LGB sembrano piuttosto essere significative nel determinare la decisione di “uscire allo scoperto” ed essere visibili. Da qui forse nasce lo stereotipo del “gay ricco”. Ovvero, gli unici che i media e la maggioranza della popolazione percepiscono come omosessuali, sono gli omosessuali che godono di un reddito elevato e, quindi, di maggiore protezione dal rischio di esclusione sociale. Inoltre, occorre ribadire che l’assenza di una normativa sulle famiglie composte da persone LGBT determina una condizione di particolare vulnerabilità per la minore tutela che le persone LGBT ricevono sia dallo Stato sia, spesso, dalla famiglia di origine.

La discriminazione sul posto del lavoro (e soprattutto l’accesso al lavoro) è la fondamentale esigenza delle persone trans (anche più delle questioni sanitarie): circa 3/4 delle intervistate dichiara di aver subito molestie, maltrattamenti o discriminazioni sul posto di lavoro. Per confronto, una recente ricerca dell’Isfol mostra che le persone che si dichiarano discriminate per via del  l’orientamento sessuale sono circa l’1,5% dei lavoratori (dunque un pò meno della metà dei lavoratori che si dichiarano omo-bisessuali). Siamo lontanissimi dai valori di chi si dichiara discriminato/a per età (7,5%), opinioni politiche (5,5%), genere (4,9%) e nazionalità (3,3%).

Questo, nonostante il 50% degli italiani (secondo i dati elaborati dalla ricerca) dichiara gli atti omosessuali come “mai accettabili” e un italiano su 5 non vorrebbe un omosessuale come vicino di casa (in Calabria il dato sale quasi al 40%, quasi il 30% in Campania). Questa discrepanza tra le denunce di discriminazione e l’omofobia presente sul territorio fa riflettere. In effetti, 2 italiani su 3 al Sud ritengono la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale abbastanza o molto diffusa. Anche sul posto di lavoro (dove anzi la percezione è che la crisi economica peggiorerà la situazione). Infatti, se invece chiediamo agli italiani se sono stati testimoni, anzichè vittime, di casi di discriminazione fondata sul reale o presunto orientamento sessuale della vittima, la percentuale di sì sale vertiginosamente al 10%.

Tra gli avvocati intervistati, che si presume abbiano una certa competenza in materia, il 50% dichiara come priorità della lotta alla discriminazione proprio l’ambito professionale. E, per fare un paragone (anche senza voler minimizzare la discriminazione razziale), gli avvocati percepiscono la discriminazione per orientamento sessuale come più diffusa di quella razziale (la differenza è circa del 10%). Soprattutto, la maggioranza degli avvocati intervistati ritiene l’ordinamento italiano inadeguato per fronteggiare e prevenire la discriminazione, in egual misura per ragioni etniche o razziali (56%) e per identità di genere o orientamento sessuale (57%).

Quello che sembra di poter concludere, dunque, è che vi è un problema nel far emergere - e quindi nel combattere - la discriminazione. Le persone LGB, soprattutto, preferiscono evitare di dichiararsi tali sul posto di lavoro, piuttosto che intentare cause legali dagli esiti incerti. Questo dipende sia da una scarsa coscienza dei propri diritti (solo un italiano su quattro dichiara di conoscerli, solo uno su dieci tra chi si dichiara vittima di discriminazione), sia dalla percezione di una tutela giuridica insufficiente. Vi è certamente anche un problema di riservatezza delle informazioni personali e di scarsa fiducia in alcune istituzioni (tra cui anche la stessa avvocatura). Ad esempio, nessuno dei rispondenti non-eterosessuali ha dichiarato che in caso di discriminazione si rivolgerebbe anzitutto alla polizia, che invece é il primo soggetto indicato dal resto della popolazione (43%), e che é indicato solo dal 20% di coloro che si dichiarano vittime di discriminazione. Il primo soggetto indicato dalle persone non- eterosessuali é la Consigliera di parità (35%), e secondo il sindacato (23%).

Sembra dunque che una priorità nel contrasto alla discriminazione nell’accesso e sul posto di lavoro sia costituire una rete di soggetti di cui le persone vittime o potenziali tali abbiano fiducia. Soggetti che sappiano garantire la riservatezza di informazioni sensibili, ma anche incoraggiare le vittime a reagire alle discriminazioni subite. A tal fine, forse, è anche opportuna una revisione delle norme attualmente in vigore.

2. Buone pratiche e politiche possibili

Per quanto riguarda le pubbliche amministrazioni, emerge una generale carenza di buone pratiche, al Sud come in molte Regioni del Centro e del Nord-Est. Le Regioni più attive sembrano decisamente il Piemonte, la Toscana, la Liguria e l’Emilia Romagna. La Calabria sembra tristemente tra le più carenti. Molte associazioni al Sud lamentano in particolare non la mancanza di attività, ma l’assenza di un loro coinvolgimento (ad es. nella fase di progettazione). Viceversa, altre sostengono di vedersi addossate impropriamente un ruolo suppletivo dell’amministrazione.

Occorre ribadire che le differenze nel segno politico delle amministrazioni non implicano grosse differenze nell’impegno o nell’efficacia contro la discriminazione. Dall’analisi emerge che l’attuazione di buone pratiche dipende più dalla sensibilità di singoli amministratori o dall’humus culturale particolarmente sensibile in alcuni territori. Il sostegno delle PA è considerato rilevante dalle associazioni non solo in termini concreti, anche per la legittimazione morale che ne deriva, in termini di eguaglianza e pieno diritto di cittadinanza (così, ad esempio, tra le richieste più frequenti vi è il patrocinio dei Pride).
Occorre però ribadire che sia le associazioni LGBT contattate sia le persone trans intervistate segnalano i dipendenti pubblici come una delle categorie più propense a maltrattare o discriminare, e quindi la formazione del personale appare fondamentale.
Tra le principali implicazioni della ricerca in termini di politiche (locali e non solo) vi è lo sviluppo del capacity building, ovvero della capacità dei soggetti LGBT (persone e associazioni) di svilupparsi e agire attivamente per la tutela dei propri diritti e per il miglioramento delle proprie condizioni. Le pubbliche amministrazioni possono far molto in questo senso, non solo nell’ottica di una collaborazione tra pubblico e privato, ma anche di favorire la crescita di realtà vicine alle persone LGBT, in grado meglio di interpretarne e tutelarne le esigenze.

Dalla ricerca emerge che al Sud ci sono mediamente meno associazioni e la popolazione è meno impegnata in attività di volontariato: questo è vero anche per le associazioni LGBT (forse anche più della media). Dall’indagine emergerebbe però che le persone trans sono un pò più legate alle realtà associative, specie in risposta ad atti di discriminazione. Superare questa carenza di capitale sociale e aiutarne il pieno sviluppo, anche per le positive ricadute culturali che ne derivano, è dunque una delle priorità per una politica di prevenzione e contrasto delle discriminazioni.

3. Conclusioni

Preliminarmente, occorre ribadire la necessità di molti più di studi di questo tipo, per via dell’intrinseca difficoltà di fare ricerca su popolazioni piccole, marginali e almeno in parte invisibili, come quella LGBT. Mentre è in corso un’apposita indagine da parte dell’ISTAT, auspichiamo qui che, già in occasione del prossimo censimento della popolazione (questo autunno), la volontà delle coppie di persone conviventi dello stesso sesso di dichiararsi esplicitamente come tali permetta la raccolta di molti più dati di quelli qui presentati, come già accaduto in altri paesi occidentali3.

La nostra indagine mostra chiaramente che lo stigma sociale di cui soffrono le persone LGBT è causa di minori opportunità di espressione della propria identità nonché di minore libertà concreta in molti ambiti (economico, famigliare, sociale, giuridico). Dal catalogo delle buone prassi proposte emergono molte opportunità di intervento da parte delle amministrazioni locali. Occorre però rilevare che diversi ambiti di intervento sono riservati necessariamente al livello statale: dalle norme penali (e non solo) contro l’omofobia al riconoscimento giuridico delle coppie di persone dello stesso sesso (che ha notevoli ricadute, ad esempio in termini di diritti sul posto di lavoro, di Welfare State, ecc.).

Se è vero che la cultura in ultima istanza determina fortemente i limiti politici di riforme della legge, è anche vero che la legge ha un’influenza non banale sulla formazione della cultura di un paese. Occorre quindi uno sforzo straordinario non solo verso gli “obiettivi minimi” (quale ad esempio la legge contro l’omofobia attualmente in discussione alla Camera dei Deputati) ma anche verso quelli “massimi”, quali ad esempio il diritto all’adozione e al matrimonio. Rimuovere le discriminazioni istituzionalizzate nel testo della legge è infatti un passo fondamentale per cambiare la cultura e rimuovere lo stigma sociale.

1 Il progetto è stato realizzato da un team multidisciplinare di ricercatori (in ordine alfabetico): Giuseppe Burgio, Maria Chiara Di Gangi, Carlo D’Ippoliti, Beatrice Gusmano, Deborah Orlandini, Antonio Rotelli, Cirus Rinaldi, Alexander Schuster (coordinatore), Alessandro Taurino.

2 La ricerca sociologica più vicina per estensione dei soggetti coinvolti e dei temi trattati è ovviamente Barbagli M. e Colombo A. (2007), Omosessuali moderni, Il Mulino, Bologna.

3 Si veda ad esempio Lee Badgett M.V. (2001), Money, Myths, and Change, Chicago University Press, Chicago.

 

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