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Concorso nazionale per Miss Università. È questa la "buona scuola"?

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Il Corriere della Sera
27 05 2015

Che dire della sorprendente iniziativa del Magnifico Rettore de La Sapienza, Eugenio Gaudio, che l’8 maggio ha dato il via ufficialmente al Concorso di Miss Università 2015, La studentessa più bella e Sapiente degli Atenei italiani ?

Da quando si è cominciato a parlare della proposta di legge sulla «Buona scuola», non pochi dubbi erano già stati espressi su che cosa sarebbe passato sotto la voce “merito”, “apertura all’esterno”, “sponsorizzazione”, adeguamento della figura di Preside a quella di manager. Adesso ne abbiamo un esempio che non lascia dubbi su quali imprevedibili, perverse interpretazioni se ne possono dare.

Nel locale affollato dove si è svolto l’evento, il BillionS di Roma, il punteggio di “merito” delle studentesse in gara è sembrato che potesse cominciare dal numero degli esami e dai voti ottenuti per finire con quello assegnato da una giuria di illustri professionisti, docenti e imprenditori alla gradevolezza delle loro fattezze fisiche.

Tra i “giudici di bellezza”, oltre al Rettore de La Sapienza, un docente dell’Università Cattolica, alcuni chirurgi plastici. Sponsor ufficiale: il Centro LaClinique, «prima organizzazione italiana di specialisti in chirurgia e medicina estetica». Il premio prevedibile per le prime dieci classificate: una settimana gratis al Resort la Casella, dove potranno fare qualche ritocco alla loro naturale bellezza.

Il corpo a scuola è già presente da sempre, ma è rimasto a lungo il “sottobanco”. Chi, nella stagione lontana dei movimenti non autoritari ha provato a dargli voce, a riconoscergli l’attenzione dovuta a una componente non trascurabile della nostra umanità -passioni, sentimenti, fantasie e desideri non sempre confessabili- ha conosciuto l’intervento tempestivo della mano ferma con cui lo Stato e la Chiesa hanno tenuto per secoli l’educazione sotto il loro controllo.

Oggi, chi rischia sono, al contrario, coloro che vorrebbero sollevare qualche interrogativo sul discutibile connubio tra impegno intellettuale e doti fisiche, tra il ruolo di studioso, insegnante, responsabile di una università e quello di produttore di cosmetici, chirurgo plastico, dirigente di Beauty Farm. Oppure, volendo spingere oltre l’analisi di una iniziativa che fa temere il peggio, quando fosse approvata la riforma della “buona scuola”, sarebbe ancora meno al sicuro chi, come me, azzardasse qualche considerazione su che cosa ne è stato dell’intuizione di partenza del femminismo: la “riappropriazione del corpo”, la costruzione di una individualità femminile liberata da modelli imposti e forzatamente interiorizzati.

Se è facile mettere in discussione il potere che ha ancora il sesso maschile dominante di dare forma al suo immaginario, senza alcuna remora, lo è molto meno chiedersi perché giovani studentesse accettino che la loro bellezza diventi oggetto di merito quanto il loro impegno nello studio, che cosa le spinge a legittimare un antico pregiudizio, solo perché viene loro abilmente riproposto confuso con gli interessi di una scuola sempre più conforme a interessi aziendali.

L’ideologia che ha costruito il femminile come seduzione e maternità non si è eclissata con la rapidità che ci si aspettava, e oggi purtroppo sono le donne stesse a farla attivamente propria. La strada dell’autonomia o della liberazione –come si diceva in passato- è ancora lunga.

Nel frattempo, non possiamo che registrare l’illusione di molte donne di potersi emancipare come corpo, di poter volgere a vantaggio gli stessi “requisiti”, considerati “naturali”, sulla base dei quali sono state per millenni tenute lontano dall’istruzione, dal potere, dal governo del mondo.

A chi obbietta che la bellezza è una dote femminile in più di cui non ci si dovrebbe vergognare, rispondo che le donne l’hanno sempre usata in sostituzione di altri poteri loro negati, così come d’altro canto gli uomini l’hanno piegata al loro piacere, sfruttata per altri fini all’interno della comunità dei loro simili. Il desiderio di cambiamento comincia con la presa di coscienza di che cosa sono stati finora i rapporti tra uomini e donne. Mi rendo conto che tale consapevolezza stenta a farsi strada, ma ormai è affiorata alla storia, e da lì non si torna indietro.

La generazione delle figlie e delle nipoti ha ereditato dai movimenti femministi una eredità controversa: gode di diritti fino a pochi decenni fa impensabili, ma che rischiano di rimanere solo formali quando urtano contro un sentire intimo che conserva abitudini, pregiudizi, adattamenti inconsapevoli al passato. Altrettanto si può dire di una libertà che vede il corpo e le attrattive che il desiderio maschile vi ha attribuito scrollarsi di dosso un controllo secolare, senza perdere per questo la possibilità di tornare a essere “oggetto”, “complemento” di un ordine esistente.

I corpi femminili che si prendono oggi la loro rivalsa sulla scena pubblica si poteva immaginare che avrebbero prima di tutto, e forse ancora a lungo, conservato i segni che la storia, la cultura dominante, vi ha impresso sopra.

Ma che sia la “buona scuola”, che si proclama distruttrice degli stereotipi di genere, a rimetterli in auge così sfacciatamente, non dovrebbe lasciare indifferenti.

 

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