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Salute delle donne

Maria Mantello, Micromega
27 marzo 2014

Dalla Regione Lazio arriva un provvedimento di civiltà e rispetto per le donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica.
Nicola Zingaretti ha infatti firmato una importante delibera il 25 marzo con cui si stabilisce che il trattamento farmacologico potrà avvenire anche in day-hospital,
27 settembre 2011

Nella presente relazione vengono illustrati i dati preliminari per l’anno 2010 ed i dati definitivi relativi all’anno 2009 sull’attuazione della legge n. 194 del 1978, che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). I dati sono stati raccolti dal Sistema di Sorveglianza Epidemiologica delle IVG, che vede impegnati l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), il Ministero della Salute e l’Istat da una parte, le Regioni e le Province autonome dall’altra.
Leggi il rapporto (.pdf)

13 marzo 2012

I più recenti dati rilevati sui consumi alcolici e i modelli di consumo del nostro Paese consolidano la percezione di un avvenuto passaggio dal tradizionale modello mediterraneo, con consumi quotidiani e moderati, incentrati prevalentemente sul vino, a un modello più articolato, che risente sempre più dell’influsso culturale dei Paesi del Nord Europa, pur restando ancora legato, soprattutto fra i soggetti più anziani, alle tradizionali bevande alcoliche e abitudini di consumo.
Leggi il Rapporto (.pdf, 3 Mb)
Americani e norvegesi ci hanno battuto. E non si tratta di una disciplina sportiva…ma del tempo che i genitori italiani dedicano ai figli: in totale 21 minuti. A scoprirlo sono stati due economisti, Alberto Alesina e Andrea Ichino, che hanno affrontato l’argomento nel libro “L’Italia fatta in casa” (Mondadori). I due autori del volume hanno raccontato il loro lavoro come un’indagine “sulla vera ricchezza degli italiani”. Alesina e Ichino hanno spiegato: “se i genitori italiani passano molto tempo in casa con i figli, non dedicano loro però specificatamente attenzione e, in realtà, fanno altro al fianco dei figli limitandosi a dar loro un’occhiata ogni tanto”.

Una conferma da indagini svolte in precedenza che vedono, molto spesso, i figli da soli alle prese con le nuove tecnologie o davanti la televisione, comunque senza alcun genitore accanto. E nemmeno senza nonni. Soli anche se i genitori sono casa. Emerge poi da un’indagine pubblicata da Famiglia Cristiana un altro aspetto: genitori che vogliono sostituirsi a maestri e professori e che secondo Osvaldo De Poli (lo psicologo che ha scritto Mamme che amano troppo) esagerano. “Noto sempre più un sovraccarico della responsabilità che i genitori provano nei confronti dello studio dei figli, una tensione che vanifica la serenità di intere famiglie. Vorrebbero essere loro i prof e persino gli studenti stessi per sollevare il figlio da fatiche e tensioni”.

De Poli si riferisce in particolare alle mamme visto che i papà ci stanno meno in casa.

Ma non tutti i genitori si sentono sotto accusa. Alcune mamme e alcuni papà giurano di essere sempre in una posizione d’ascolto rispetto ai figli e di tentare di essere amici. “Gioco anche con i miei figli” dicono alcuni, come se fosse un punto di merito. Ma torniamo ai 21 minuti. Sono tanti o sono pochi? Sono reali o fittizzi? E questo dato vale in ogni parte d’Italia o c’è sempre una differenza ad esempio tra nord, centro e sud.

Ricordo un po’ di anni fa di aver partecipato ad un convegno in Danimarca, dove si parlava di bambini e media. Non penso potrò mai dimenticare l’intervento di una studiosa sociale americana che disse senza mezzi termini: “le mamme italiane sono le più incredibili che conosco. Ho sentito chiamare figli di quaranta anni per chiedere loro se avevano messo la maglia di lana. E sicuramente le nuore di quelle suocere lì non saranno state molto contente.

Si è passato quindi da un eccesso ad un altro. Mamme vecchio stile che si preoccupano anche delle presenza  degli indumenti per proteggere i loro “cuccioli o cuccioloni” dal freddo e mamme che dedicano soltanto 21 minuti ai figli? C’è un rischio esagerazione, disequilibrio, troppo o troppo poco? E’ questo quello a cui stiamo andando incontro? E le nuove tecnologie diventano strumento utile per stare vicini ai figli anche se lontani? Da varie indagini fatte su tutto il territorio nazionale a più riprese risulta che dal nord al sud d’Italia molti genitori dichiarano di avere dotato i figli di cellulare per stare più vicini a loro. E i bambini dichiarano che i genitori o i nonni hanno comprato il telefonino per controllarli meglio, per far sentire spesso la loro voce.

Insomma indagini e statistiche ci aiutano a capire che forse tra genitori e figli l’incomunicabilità non nasce soltanto per mancanza di messi o di tempo. Ma forse perché ci sono “invasioni di campo”. Genitori che vogliono sostituirsi ai figli e figli che imitano i genitori. La mezza misura si trova nel tenersi il più possibile alla larga e di ritrovarsi quei 21 minuti al giorno…e non sempre per litigare. Una visione troppo cupa delle nostre famiglie ipertecnologiche nonostante la crisi? Forse ma i dati coincidono. I bambini dichiarano di essere soli davanti la tv, al computer, con i loro videogiochi. I genitori dichiarano di fare il possibile di dedicare tutto il tempo che possono.

E perché gli americani dichiarano di dedicare un’ora come i norvegesi? Perché loro riescono a stare di più con i figli? Forse ci basta dire la solita frase che diciamo quando non riusciamo a capire i perché…. “Gli americani…sono dall’altra parte del mondo…Quelli del nord Europa che c’entrano con noi del Sud Europa”.  E siamo a posto così…Aspettiamo la prossima ricerca…

Fonte:
http://www.paternitaoggi.it/public/post/i-genitori-italiani-dedicano-21-minuti-ai-propri-figli-530.asp

«Nei paesi in via di sviluppo circa 200 milioni di bambini sotto i cinque anni soffre di ritardi nella crescita come conseguenza della denutrizione cronica infantile e materna. La denutrizione contribuisce a determinare  più di un terzo del totale dei decessi dei bambini sotto i cinque anni» dichiara il Presidente dell’UNICEF Italia Vincenzo Spadafora,  presentando alcuni dei dati contenuti nel nuovo rapporto UNICEF “Il punto sui progressi nella nutrizione materno-infantile” lanciato  oggi.

Secondo il rapporto più del 90% dei bambini denutriti dei paesi in via di sviluppo vive in Africa e in Asia. In soli 24 paesi si concentra oltre l'80% dei casi di denutrizione cronica - misurata in termini di rallentamento della crescita. Si stima che circa 129 milioni di bambini che vivono nei paesi in via di sviluppo siano sottopeso - quasi uno su quattro. Il 10% di questi bambini risulta gravemente sottopeso.

«La denutrizione» prosegue Spadafora «spesso risulta invisibile fino a quando non diventa grave, e i bambini che appaiono sani, possono, in realtà, essere esposti a seri rischi e danni permanenti per la loro salute e per il loro sviluppo».
«La denutrizione sottrae le forze al bambino e fa in modo che sia più vulnerabile alle malattie che il suo corpo altrimenti potrebbe debellare» ha affermato Ann M. Veneman, Direttore generale dell'UNICEF. «Più di un terzo dei bambini che muoiono di polmonite, diarrea e altre malattie potrebbe sopravvivere se non fosse denutrito».

I primi 1.000 giorni, a partire dal concepimento fino al secondo anno di vita di un bambino sono i più critici per lo sviluppo. Carenze nutrizionali, durante questo periodo critico possono ridurre la capacità di contrastare e sopravvivere alle malattie e possono compromettere le capacità mentali e sociali.
«Coloro che sopravvivono alla denutrizione spesso presentano, lungo l’arco della loro vita, deficit fisici e cognitivi, che limitano le capacità di apprendimento e di inserimento nel mondo del lavoro» ha detto Ann Veneman. «Essi rimangono intrappolati in un ciclo intergenerazionale di malattie e povertà».

Una crescita stentata è una conseguenza a lungo termine della cattiva alimentazione durante la prima infanzia. Il rachitismo è associato a problemi di sviluppo ed è spesso impossibile da recuperare. Un bambino che ne soffre rischia di patire disagi psicofisici e disadattamento sociale; quindi la risposta sta nella prevenzione. Più del 90% dei bambini rachitici nei paesi in via di sviluppo vive in Africa e in Asia.

Anche una nutrizione inadeguata comporta problemi. I bambini gravemente sottopeso hanno problemi di salute e di sviluppo, ma questi problemi possono essere risolti se la nutrizione migliora, in seguito, durante l'infanzia.
La buona notizia è che la riduzione o addirittura l’eliminazione della denutrizione è possibile. Enormi passi avanti sono stati fatti, in tutto il mondo, attraverso l’attuazione di semplice misure , compresa la fornitura di micronutrienti per le popolazioni più vulnerabili di tutto il mondo.
Grazie alla fornitura di sale iodato e di vitamina A, sono stati compiuti notevoli progressi che hanno contribuito a ridurre la mortalità infantile e neonatale. Nei paesi meno sviluppati del mondo, la percentuale di bambini sotto i cinque anni che ha ricevuto dosi adeguate di vitamina A è più che raddoppiata, dal 41% nel 2000 all’88% nel 2008.

Di tutti gli interventi messi in atto, l'allattamento esclusivo al seno durante i primi sei mesi di vita del bambino – integrato con alimenti nutrizionali adeguati - può avere un impatto significativo sulla sopravvivenza dei bambini, potenzialmente può ridurre la mortalità infantile sotto i cinque anni, del 12 -15 % nei paesi in via di sviluppo.
Progressi importanti sono stati compiuti in Asia e in Africa, dove vive il 90% dei bambini rachitici. In Asia i dati sull’incidenza del rachitismo sono scesi da circa il 44% nel 1990 al 30% nel 2008, mentre in Africa sono scesi da circa il 38% nel 1990 al 34 % nel 2008.

«Impegni globali in materia di sicurezza alimentare, di alimentazione e di agricoltura sostenibile fanno parte di un programma più ampio che aiuterà ad affrontare le questioni cruciali sollevate in questa rapporto» ha detto Ann Veneman. «Se non si affrontano le cause della denutrizione infantile e materna, un domani il costo sarà notevolmente più elevato».

vita.it
11 11 09

Fonte:
http://beta.vita.it/news/view/97489


STUDIO ONU SULLA VIOLENZA CONTRO I BAMBINI

Almeno 53.000 bambini
sono stati assassinati nel 2002 in tutto il mondo

Tra il 20 e il 65% dei bambini in età scolare dichiarano d'esser stati vittime di atti fisici o verbali di bullismo nei 30 giorni precedenti l'intervista

150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini sotto i 18 anni sono stati sottoposti nel 2002 a rapporti sessuali forzati o ad altre forme di violenza che includono il contatto fisico molesto

Un numero variante tra 100 e 140 milioni di donne e ragazze hanno subito, su scala mondiale, una qualche forma di mutilazione o taglio dei genitali. Nell'Africa Sub-Sahariana, Egitto e Sudan ogni anno 3 milioni di donne e bambine sono sottoposte alla mutilazione o taglio dei genitali femminili

Nel 2004, 218 milioni di bambini sono stati coinvolti nel lavoro minorile, di cui 126 milioni in attività lavorative rischiose . Stime del 2000 indicano che 5,7 milioni di bambini risultavano coinvolti in attività lavorative forzate o imposte loro per l'estinzione di un debito (bonded labour), 1,8 milioni nel giro della prostituzione e della pornografia, circa 1,2 milioni risultavano vittime del traffico di minori

Il tasso di omicidi di bambini nel 2002 era due volte maggiore nei paesi a basso reddito di quello registrato nei paesi ad alto reddito (ad es. 2,58 contro 1,21 su una popolazione di 100.000 persone). I tassi più alti di omicidio si rilevano durante l'adolescenza - in particolar modo tra i ragazzi - in un età compresa tra i 15 e 17 anni (3,28 per le ragazze e 9,06 per i ragazzi) e nei bambini tra 0 e 4 anni (1,99 per le bambine e 2,06 tra i bambini)

Un'insieme di studi condotti in 21 paesi (la maggior parte dei quali sviluppati) rileva che una percentuale variante tra il 7 e il 36% delle donne e il 3 e il 29% degli uomini afferma d'esser stata vittima di abusi sessuali durante l'infanzia, e la maggior parte degli studi ha riscontrato che il tasso di abusi tra le bambine è da una volta e mezzo a tre volte superiore a quello dei bambini. La maggior parte degli abusi è avvenuta in ambito familiare

Uno studio multi paese condotto dall'OMS, comprendente tanto paesi sviluppati che in via di sviluppo, indica che tra l'1 e il 21% delle donne ha denunciato di essere stata abusata sessualmente prima del 15° anno di età, nella maggior parte dei casi da membri maschi della famiglia

Si stima che ogni anno, su scala mondiale, tra i 133 e i 275 milioni di bambini assistano a violenze familiari 

La violenza tra conviventi accresce il rischio delle violenze in famiglia sui bambini, con studi dalla Cina, Colombia, Egitto, Messico, Filippine e Sud Africa che mostrano la correlazione più stretta tra violenza contro le donne e violenza contro i bambini

Uno studio effettuato in India ha riscontrato che la violenza domestica raddoppia il rischio di violenza contro i bambini . 

Almeno 8 milioni di bambini si trovano, su scala mondiale, in istituti d'accoglienza . Relativamente pochi vi si trovano perché privi di genitori, mentre la maggior parte dei bambini sono in istituto perché disabili, a causa della disintegrazione della loro famiglia, di situazioni di violenza domestica e delle loro condizioni sociali ed economiche, povertà inclusa

I bambini rinchiusi nei centri di detenzione sono frequentemente sottoposti a violenze commesse dal personale stesso degli istituti, sia come forma di controllo sia come punizione, spesso per infrazioni minime. In almeno 77 paesi, le punizioni corporali e altre punizioni violente sono accettate negli istituti penali come misure disciplinari legali

Lo sfruttamento di minori nella prostituzione, pornografia infantile e attività simili costituisce una violenza. Si stima che 1 milione di bambini entrino ogni anno nel giro di tali settori di sfruttamento

Per ogni omicidio di minore si contano altre 20-40 vittime di violenze non mortali che richiedono trattamento ospedaliero. Come per gli omicidi, i tassi di violenza non mortale sono più alti tra i maschi che non tra le femmine

Alla domanda se sono stati picchiati, schiaffeggiati o feriti di proposito dal fidanzato o dalla fidanzata nel corso degli ultimi 12 mesi, il 15% delle ragazze e il 16% dei ragazzi giordani hanno risposto "si", come hanno fatto il 9% delle ragazze e l'8% dei ragazzi dello Swaziland e il 18% delle ragazze e il 23% dei ragazzi dello Zambia

unicef.it
17 11 09

Fonte:
http://beta.unicef.it/doc/323/studio-onu-sulla-violenza-contro-i-bambini-statistiche.htm


13 marzo 2012

Per molti versi, la relazione di quest’anno presenta numerosi aspetti contrastanti. Da un lato, il consumo di droga sembra essere relativamente stabile in Europa.
Leggi il Rapporto (.pdf, 4 Mb)

Sono 31.791 dal 2005 ad oggi i bambini nati in Italia con tecniche di procreazione assistita, secondo i dati raccolti dal Registro Nazionale Italiano della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) attivo presso l’ Istituto Superiore di Sanità. I numeri sono stati diffusi in un incontro svoltosi all’istituto superiore di Sanità per fare il punto sul Registro Nazionale  attivo presso l’Iss nel confronto con i principali Registri Europei e del Registro mondiale sulle tecniche di riproduzione assistita. 
Le diverse modalità di raccolta e diffusione dei dati sono state illustrate da rappresentanti di diversi paesi.

Oltre alla dott.ssa Giulia Scaravelli responsabile del Registro Italiano, hanno partecipato tra gli altri il Prof. Karl Nygren, past charmain del Registro Europeo (EIM), il  prof. K. Bulher del Registro tedesco che raccoglie i dati su queste tecniche fin dal 1982, e il Prof. Jaques De Mouzon, coordinatore il Registro Mondiale (ICMART). Presenti anche rappresentanti per  Registro francese dell’Agence della Biomedicine che raccoglie dati dal 1984, e il rappresentante dell’HFEA inglese fondato nel 1990 che non solo raccoglie i dati in un registro nazionale, ma determina anche le politiche di ricerca e sviluppo nel campo della riproduzione assistita.


“Anche se il Registro Italiano è stato istituito da soli 5 anni, può già vantare una copertura nazionale di tutti i dati – afferma la dott.ssa Scavarelli - e un buon sistema di diffusione degli stessi. Dal 2005 infatti il Registro ha raccolto e diffuso dati su 288.685 mila cicli di trattamento di procreazione medicalmente assistita, applicati a 213mila 336 coppie e su 31mila791 bambini nati. Sul sito web dell’Iss, ha inoltre ricordato Scaravelli, “i cittadini possono consultare la lista di tutti i centri operanti sul territorio nazionale ed avere informazioni sui servizi offerti e le diverse tecniche utilizzate. Ogni anno poi una relazione dettagliata sugli esiti e l’efficacia dell’applicazione delle tecniche di riproduzione assistita con le gravidanze ottenute e il numero di nati viene pubblicata sia in un Report cartaceo che via web”.

Parola d’ordine, ha spiegato la dottoressa ”è potenziare i centri pubblici anche per gravare meno sulle casse dello Stato”. Inoltre, ha aggiunto, “nel nostro paese c’è da contrastare ancora un po’ di resistenza delle coppie nel fornire i dati fino alla gravidanza – conclude Scaravelli – C’è infatti un 12% di perdita di informazioni nel follow up. Ciò significa che per questa percentuale di coppie (la media europea si attesta sotto il 10%) non sappiamo se la gravidanza è stata portata a termine, se ci sono difetti alla nascita, se il piccolo è nato a termine o pre-termine, eccetera”.


Forte ancora il fenomeno migratorio da regione a regione. Sono infatti 8.476 le coppie italiane che nel 2008 (ultimo dato disponibile) hanno fatto i bagagli per approdare in un’altra regione a caccia della cicogna. Il 23% degli aspiranti mamme e papà, ovvero quasi una coppia su quattro, ha deciso di spostarsi per ricorrere a tecniche di procreazione medicalmente assistita, scegliendo prevalentemente un centro di Pma del Nord Italia.

A spingere le coppie in cerca di un figlio a lasciare la propria regione e spostarsi altrove due fattori determinanti – sottolinea Scaravelli : “Da un lato c’è la voglia di affidarsi a centri con il più alto numero di cicli, attratti come si è da poli di eccellenza presenti ad esempio in Lombardia. Dall’altro, però c’è il solito ‘gap’ che fa del nostro un Paese a due velocità: “Il 65% delle coppie che decide di spostarsi – dice l’esperta – migra verso centri pubblici, realtà quasi assenti in alcune regioni come Sicilia e Lazio”.

Fonte: Sanità in cifre

da Il Paese delle donne (22 novembre 2010)

Consultori: Negli ultimi due anni 186 chiusi o riaccorpati

A 35 anni dall’istituzione dei consultori il ministero della Salute pubblica il 1° Rapporto nazionale che mette in evidenza carenze e problematicità dei consultori familiari pubblici presenti in Italia che diminuiscono su tutto il territorio e lottano con una cronica carenza di organico che ne limita gli interventi e ne vanifica spesso lo spirito.
I consultori familiari vennero istituiti nel 1975, con la legge 405, con lo scopo di assicurare informazione e assistenza psicologica, sanitaria e sociale per la maternità, la paternità e la procreazione responsabile.

Tre i dati più vistosi che emergono da questa prima indagine sui consultori pubblici esistenti in Italia, il primo è che soltanto in sei Regioni (Piemonte, P.A. Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sicilia) le Asl hanno un capitolo di bilancio vincolato per l’attività dei consultori familiari, condizione indispensabile per la programmazione economica e progettuale delle attività all’interno dei consultori.

Dato questo che conferma, se ce ne fosse bisogno, che in linea generale le Regioni, hanno mostrato uno scarso interesse nel potenziamento e nella valorizzazione dei consultori, evidente nel protrarsi del disagio degli operatori e degli utenti dovuto al mancato adeguamento delle risorse, della rete dei servizi, degli organici, ecc.

Preoccupante la tendenza, lenta ma inesorabile, alla riduzione su tutto il territorio nazionale delle strutture: da 2.097 strutture attive nel 2007 si è scesi a 1.911 nel 2009 che innalza il rapporto tra abitanti e consultori a 1 ogni 31.197 nel 2009, ben lontani dall’ipotesi prevista nella legge 34 del 1996, secondo la quale avrebbe dovuto esserci un consultorio ogni 20mila abitanti nelle aree urbane (ogni 10mila nelle aree rurali) per un totale, quindi, di più di 3mila consultori.
Uniche regioni in contro tendenza sono Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Sardegna che fanno registrare un incremento del numero dei consultori nel 2009.

Oltre alla riduzione delle strutture emerge costante il dato della carenza di personale.
Per lo svolgimento delle sue attività il consultorio dovrebbe avvalersi, di norma, di un organico multidisciplinare tra le seguenti figure professionali: ginecologo, pediatra, psicologo, ostetrica, assistente sociale, assistente sanitaria, infermiere pediatrico, infermiere professionale.
Nell’indagine, relativamente al personale si è riscontrata, nella maggior parte dei casi, l’assenza delle equipe consultoriali complete (così come previste dal Progetto Obiettivo Materno Infantile).
Nel 4% dei casi sono presenti le 8 figure professionali su elencate, nel 21% ve ne sono 6- 7; nel 45% sono 4-5 e nel 23% da 1 a 3.

Le figure più presenti sembrano essere, rispettivamente, quella dell’ostetrica, dello psicologo, dell’assistente sociale e del ginecologo ma, come riportato, in molti casi non sono presenti contemporaneamente nella stessa struttura consultoriale, così da rendere spesso difficile l’attività di equipe.
Relativamente all’andrologo, questo risulta essere presente con una media superiore al 90% in Valle d’Aosta e nel Lazio, mentre quasi o del tutto assente nelle altre Regioni.
Tra le varie figure dei consulenti il legale è presente Valle d’Aosta, P.A. di Trento e Lazio con una presenza dell’84%, mediamente presente (38%) in Piemonte, P.A. di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Molise, Puglia, Abruzzo e scarsamente presente nelle restanti Regioni (7%).

La carenza di alcuni ruoli così come la presenza “ad ore” di diverse figure professionali, continua la ricerca, comporta una notevole frammentazione dell’assistenza consultoriale, anche perchè le varie figure professionali sono spesso costrette a svolgere la loro attività in maniera discontinua ed in più sedi. I problemi legati alle carenze di risorse economiche e di personale si ripercuotono, insomma, direttamente sull’attività ed in molte realtà il servizio all’utenza e, quindi, l’orario di apertura del consultorio, viene garantito a scapito del lavoro d’equipe.

Il servizio consultoriale ha da sempre un ruolo importante nella prevenzione e nella diagnosi dei tumori genitali femminili. Dalla ricerca si evince che ad eccezione della Regione Veneto dove nella totalità dei consultori non vengono effettuati pap test, in tutte le altre Regioni c’è una partecipazione molto alta a questo tipo di screening.

L’assistenza alla gravidanza comprende problematiche sia di natura medica che sociale che nello spirito della legge andrebbero discusse nell’ambito più vasto della salvaguardia della salute, della tutela della maternità e della autodeterminazione della donna.
La legge n. 194/78 ha ampliato la gamma di competenze del consultorio familiare assegnandogli un ruolo importante in materia di interruzione volontaria di gravidanza.

Ad eccezione della Valle d’Aosta dove non si svolgono i colloqui sull’IVG, nella quasi totalità dei consultori delle Regioni questi vengono effettuati con una alta percentuale.
Percentuale che però cala notevolmente se si considerano i consultori che forniscono documenti/certificazioni IVG.
È interessante notare una notevole riduzione della media percentuale relativamente agli incontri post- IVG (carenti o addirittura assenti in molte Regioni), per valutare quante donne che hanno richiesto il documento/certificato presso il consultorio familiare, ritornano per la visita post-IVG, momento che potrebbe essere importante per l’elaborazione del vissuto e l’offerta di un metodo anticoncezionale.

Significativi i dati sulla fruizione da parte delle donne migranti dei servizi consultoriali relativi alle nascite, all’interruzione di gravidanza e in generale alla saluta riproduttiva, soprattutto nelle Regioni del Centro-Nord dove si registrano valori percentuali di gran lunga superiori alla media nazionale.
Per quanto rigurda le interruzioni di gravidanza, nel 1996 sono state registrate 10.131 IVG fra le donne straniere (7,4% del totale), nel 2000 21.201 (15,9%) e nel 2003 31.836 (26%). Nel 2005 le IVG di donne straniere erano il 29,6% del totale e nel 2006 sono ulteriormente aumentate, superando quota 40 mila, pari al 31,6% del totale.

Preoccupanti i dati sui counselling andrologici che rilevano una ulteriore diminuzione dell’offerta, essendo quasi del tutto assenti, ad eccezione della Valle D’Aosta, della Liguria, dell’Umbria e della Sicilia.

Una parola merita la scarsa attenzione mostrata dalla ricerca, pure ricchissima di dati, alla partecipazione dell’utenza alla gestione del consultorio, così importante nei primi anni di attuazione della legge che istituiva i consultori.
Nairobi, 19 gennaio 2010 (IRIN) – L'Afghanistan è uno dei luoghi più rischiosi al mondo per le donne in gravidanza o partorienti. Ad esempio, una donna afghana ha 225 possibilità in più di morire di parto rispetto ad una donna inglese. Difficilmente si trova una famiglia in Afghanistan che non abbia vissuto una tragica esperienza legata al parto.

Nell'opuscolo di 60 pagine “Velo di lacrime” uscito oggi, IRIN riporta una serie di testimonianze personali legate alle perdite e al coraggio durante i parti, raccontate da donne, uomini e bambini provenienti da luoghi diversi dell'Afghanistan.

Le storie sono state originariamente registrate nelle lingue locali, Dari e Pashto. Trascritte in inglese  in “Velo di lacrime”, trasmettono l'immediatezza e l'intimità delle interviste condotte dai giornalisti di IRIN, che in alcuni casi hanno viaggiato per giorni per raggiungere i villaggi più remoti dell'Afghanistan.
Le testimonianze di “Velo di lacrime” ci raccontano situazioni riguardanti la mortalità materna che raramente riusciamo a leggere o a sentire e nel contempo ci mostrano una prospettiva dello stato attuale dell'Afghanistan attraverso le parole di comuni cittadini comuni.

Le interviste raccontano la lotta per ottenere cibo a sufficienza per sostenere una donna durante la sua gravidanza e per nutrire ogni giorno anche la sua famiglia; descrivono le imponenti distanze che separano la gente dei villaggi dalla più vicina struttura sanitaria; la mancanza di strade e mezzi di trasporto appropriati dove un carro trainato da un asino resta spesso l'unica possibilità di tentare un viaggio fra la vita e la morte per condurre in ospedale una moglie incinta o una madre. Spiegano i ruoli culturali e sociali che fanno sì che siano gli uomini a prendere decisioni, spesso troppo tardi, per salvare una donna e suo figlio.
Le donne di queste storie fanno sentire la loro voce e alcune descrivono gli sforzi coraggiosi per auto-educarsi contro le rigidità e per combattere al fine di ottenere migliori servizi sanitari riproduttivi per tutte le donne.

Il governo afghano e i suoi partners hanno raggiunto risultati notevoli aumentando il numero di strutture sanitarie nel Paese dalle 400 esistenti nel 2001 alle 1755 del 2008 e sviluppando corsi di ostetricia, ma è necessario affrontare nuove ed enormi sfide per rendere il parto più sicuro per le donne afghane.

NOTIZIE FLASH
•    Una donna afgana su 8 ha la possibilità di morire durante il parto.
•    Una donna afghana ha 225 possibilità in più di morire di parto rispetto ad una donna inglese.
•    Solo il 25% delle nascite in Afghanistan è assistito da adeguato personale medico e sanitario.
•    Le persone che lavorano nell'ambito sanitario in Afghanistan sono poco meno di 13.000, su una popolazione di 28 milioni.

Traduzione a cura di Cinzia Tosi  
CISDA Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane

WUNRN
http://www.wunrn.com

Direct Link to 63-Page IRIN Report:
http://www.irinnews.org/pdf/Veil_of_Tears.pdf

IRIN Website Link:
http://www.irinnews.org/Report.aspx?ReportId=87731
30 gennaio 2010

Indagine Eurispes sulle opinioni che gli italiani hanno dell'omosessualità. L'82% pensa che i gay siano normali ma che non provino ad ostentarla. Il 10% è imbarazzato in loro presenza

È stato reso noto oggi il tradizionale rapporto dell'Eurispes sulla popolazione italiana. Il documento, che si preoccupa di fotografare la società, le abitudini ma anche le opinioni personali, ha pubblicato come sempre una parte dedicata alla percezione dell'omosessualità nel paese. Se nel 2009 "la percentuale di chi equiparava l'amore omosessuale a quello eterosessuale rispetto al 2003" era cresciuta di più di tre punti, dal 49,2% al 52,5%, nel 2010 la stessa percentuale è calata al 51%. Al contrario "la quota di coloro che tollerano l'omosessualità, purché non sia ostentata" cresce: nel 2003 era del 32,8%, nel 2009 il 33,3% e nel 2010 il 35,3%.

Eppure altri dati sembrano confortanti come il numero di "coloro che considerano l'omosessualità come una cosa immorale (10,3% nel 2003; 9,3% nel 2009; 9% nel 2010)". Sono le donne le più tolleranti (54,7% contro il 47% degli uomini). L'accettazione incondizionata nei confronti dell'omosessualità divide il paese in quattro: "nel Nord-Ovest il 60,1% della popolazione ritiene che l'omosessualità rappresenti una forma d'amore al pari dell'eterosessualità; al Centro condivide la medesima opinione il 55,2% degli abitanti, mentre nel Nord-Est e nel Sud la percentuale scende, rispettivamente, al 48,5% e al 45,5%. Gli abitanti delle Isole sono quelli che manifestano la minore propensione ad equiparare l'amore tra i gay a quello tra eterosessuali (39%) e una propensione alla condanna di immoralità (16,9%)".

La "percentuale degli italiani che dichiara di considerare gli omosessuali uguali a tutti gli altri" è del 82%. "Il 9,4% dichiara di sentirsi imbarazzato in loro presenza, mentre il 4,5% afferma di tentare di non entrarci in contatto. Solo l'1,3% mostra un atteggiamento fermamente oppositore e manifesta apertamente la sua disapprovazione nei loro confronti. Osservando questi dati emerge, dunque, che il 15% circa degli intervistati non ha un atteggiamento di completa e serena accettazione con gli omosessuali, e vive situazione di disagio, più o meno marcate (che vanno dall'imbarazzo alla disapprovazione manifesta), quando vi entra in contatto".

I motivi dell'intolleranza sono i più diversi. Da chi pensa che l'omosessualità sia contro natura (44,8%) a chi la guidica secondo dettami religiosi (5,5%).

Fra chi è convinto della necessità di una legge sulle unioni il 41% "dei cittadini crede che le coppie omosessuali abbiano il diritto di sposarsi con rito civile, e il 20,4% è invece contrario al matrimonio, ma è d'accordo sulle unioni civili. In totale, dunque, il 61,4% è favorevole ad una forma di riconoscimento giuridico per le coppie gay. Il 35,4%, invece, si dichiara contrario".

Fonte:
http://www.azur.altervista.org/modules.php?name=News&file=print&sid=8841


Estratto dal Rapporto Eurispes

OMOSESSUALI: LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI, I DIRITTI NO

La questione omosessuale attraverso le indagini dell’Eurispes. Anche in questa edizione del Rapporto Italia l’Eurispes ha svolto un’indagine per indagare quali siano le opinioni degli italiani in merito al tema dell’omosessualità. Nella maggioranza dei casi (51%) l’omosessualità è considerata una forma d’amore alla stregua dell’eterosessualità. Non manca chi, invece, di tollera l’omosessualità, purché non venga ostentata (35,3%), mentre quasi un italiano su 10 (9%) ritiene che sia sinonimo di immoralità.
Nel 2009 la percentuale di chi equiparava l’amore omosessuale a quello eterosessuale rispetto al 2003 era cresciuta (dal 49,2% al 52,5%), nell’arco di un solo anno la percentuale di coloro che la pensa in questa maniera è passata dal 52,5% (2009) al 51% (2010). È da rilevare, però, che contemporaneamente è lievemente cresciuta la quota di coloro che tollerano l’omosessualità, purché non sia ostentata: nel 2003 era di questo parere il 32,8% degli italiani, nel 2009 il 33,3% e nel 2010 il 35,3%. Si registra anche un lieve decremento di coloro che considerano l’omosessualità come una cosa immorale (10,3% nel 2003; 9,3% nel 2009; 9% nel 2010). Le donne, in generale, accettano con maggiore serenità e naturalezza l’omosessualità: gli uomini, infatti, appaiono, essere meno persuasi che l’amore tra persone dello stesso sesso sia uguale a quello eterosessuale (47% contro il 54,7% delle donne). I primi, però, sono in parte più tolleranti rispetto alle donne (36,6% contro il 34,2%) nei confronti dell’omosessualità, purché questa non venga ostentata. Esiste, infine, una certa differenza percentuale tra maschi e femmine nel ritenere l’omosessualità una forma di immoralità (11,4% vs il 6,7%). Un’accettazione incondizionata nei confronti dell’omosessualità fa registrare le punte più elevate nel Nord-Ovest: il 60,1% della popolazione ritiene che l’omosessualità rappresenti una forma d’amore al pari dell’eterosessualità; al Centro condivide la medesima opinione il 55,2% degli abitanti, mentre nel Nord-Est e nel Sud la percentuale scende, rispettivamente, al 48,5% e al 45,5%. Gli abitanti delle Isole sono quelli che manifestano la minore propensione ad equiparare l’amore tra i gay a quello tra eterosessuali (39%) e una propensione alla condanna di immoralità (16,9%). Per quanto riguarda gli atteggiamenti di semplice tolleranza, purché l’omosessualità non assuma forme di ostentazione, la percentuale più alta si registra nel Nord-Est (40,3), seguito dalle Isole (39,7%), dal Centro (37,2%) e dal Sud (35,2%), quella più bassa invece nel Nord-Ovest (28,6%).
L’atteggiamento degli italiani. L’82% degli italiani dichiara di considerare gli omosessuali uguali a tutti gli altri e di non assumere, con loro, atteggiamenti diversi rispetto a quelli che si hanno nei confronti di chiunque altro. Il 9,4% dichiara di sentirsi imbarazzato in loro presenza, mentre il 4,5% afferma di tentare di non entrarci in contatto. Solo l’1,3% mostra un atteggiamento fermamente oppositore e manifesta apertamente la sua disapprovazione nei loro confronti. Osservando questi dati emerge, dunque, che il 15% circa degli intervistati non ha un atteggiamento di completa e serena accettazione con gli omosessuali, e vive situazione di disagio, più o meno marcate (che vanno dall’imbarazzo alla disapprovazione manifesta), quando vi entra in contatto. Le donne hanno un atteggiamento più aperto comportandosi nell’84,5% dei casi nei confronti degli omosessuali come con qualunque altra persona, a fronte del 79,4% degli uomini. Risulta essere più bassa anche la percentuale di donne che si trovano in imbarazzo nel conoscere un omosessuale (8,3%) rispetto a quella degli uomini (10,5%), così come il numero di donne che tentano di evitare i gay (3,8%), rispetto al numero degli uomini che si comportano nella stessa maniera (5,2%). Indagando sui motivi che possono spingere le persone a non accettare l’omosessualità, secondo il 44,8% questo accade perché viene ritenuta una cosa contro natura, mentre il 41,6% pensa che l’avversione nei confronti degli omosessuali sia frutto di ignoranza. I dettami della propria religione hanno un ruolo marginale nelle prese di posizione contro i gay (5,5%).
Unioni gay: in cerca di diritti. L’Italia rimane uno dei Paesi che, ancora, non ha legiferato in materia di unioni tra coppie omosessuali, nonostante rimanga sempre molto acceso il dibattito sull’opportunità di tradurre in legge le proposte presentate in materia. Il 41% dei cittadini crede che le coppie omosessuali abbiano il diritto di sposarsi con rito civile, e il 20,4% è invece contrario al matrimonio, ma è d’accordo sulle unioni civili. In totale, dunque, il 61,4% è favorevole ad una forma di riconoscimento giuridico per le coppie gay. Il 35,4%, invece, si dichiara contrario. Nella rilevazione del 2009 il 40,4% era favorevole al matrimonio civile; il 18,5% era contrario, ma sosteneva le unioni civili, mentre il 35,9% si dichiarava contrario a qualunque forma di riconoscimento in favore delle coppie omosessuali. Nel 2003, invece, si dichiarava favorevole al matrimonio tra i gay il 51,6%, mentre non si trovava d’accordo il 41,7%.

Fonte: Eurispes
http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1095:rapporto-italia-2010&catid=47:rapporto-italia&Itemid=222

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