CORRIERE DELLA SERA

08 10 2012

Il Censis qualche giorno fa ha elaborato una sintesi simbolica, ma efficace: "Segregazione occupazionale". L'odierno studio dell'Istat non fa che confermare la rilevazione Censis, contabilizzando questa espressione. L'esito è da far tremare i polsi per tutte le considerazioni riguardanti le pari opportunità e le problematiche inerenti il fattore D: «Nel Mezzogiorno la probabilità di lavorare per le ragazze è quasi azzerata: la crisi ha eroso ancora di più le opportunità, con il tasso di occupazione sceso tra aprile e giugno a un minimo del 16,9% per le giovani tra i 15 e i 29 anni, vale a dire che meno di due su dieci ha un posto». Scrive l'Istat che una quota così bassa non si registrava dal secondo trimestre del 2004, ovvero dall'inizio delle relative serie storiche. Un nuovo record negativo.
IL DATO - L'economista Innocenzo Cipolletta, presidente di Ubs Italia, dice a Corriere.it che è l'ennesima conferma della questione meridionale, sulla quale si confrontano da un secolo e mezzo tutte le classi dirigenti italiane. E aggiunge che in questi ultimi venti anni il problema si è ulteriormente accentuato per lo scarso utilizzo dei fondi europei (sui quali l'attuale ministro per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, si sta spendendo per renderli effettivamente utilizzabili e rilanciare in parte l'occupazione senza la logica degli "investimenti a pioggia").

I FONDI EUROPEI - «Per anni li abbiamo sotto-utilizzati - dice Cipolletta - perché la nostra capacità negoziale nell'Unione Europea era ridotta dato l'alto indebitamento. Ora è arrivato il momento di invertire la tendenza, coinvolgendo le regioni ad abbassare l'Irap alle aziende e incoraggiandole a fare nuove assunzioni». Una fiscalità di vantaggio, in realtà già tentata diverse volte, che ora però si confronta con quello che il Censis ha chiamato il rischio "desertificazione industriale" che si staglierebbe dietro l'angolo per tutte le regioni meridionali, se non si rilancia anche tutto il sistema infrastrutturale del Sud - necessario per la logistica, ad esempio - con lo sblocco dei fondi Cipe.

LA CONFERMA - Certo è che la rilevazione Istat testimonia ancor più le difficoltà per le under 30, che da sempre viaggiano su tassi molto bassi di occupazione. Resta così evidente il divario con il Nord, dove la quota di giovani occupate tra i 18 e i 29 anni sale al 45,7%, e con la media nazionale per la componente femminile (pari al 34%). Tema-corollario è quello relativo al welfare.

MISURE PER IL WELFARE - Tesi suggestiva è quella secondo la quale le donne del Sud rifiuterebbero un'occupazione perché gravate di tutti gli oneri familiari: dalla cura e l'assistenza ai bimbi e agli anziani a tutto ciò che concerne i lavori domestici. Rileva Cipolletta che evidentemente c'è anche una questione culturale, che spinge le donne del Sud ad evitare il "pendolarismo" verso nord alla ricerca di lavoro, perchè fondamentali nell'economia familiare. Forse allora incentivare la nascita al Sud di centri di assistenza per anziani non autosufficienti e asili nido (pubblici) può quanto meno mitigare la condizione "segregata" delle donne meridionali. Per rilanciare il sistema-Paese nel suo complesso.
Corriere della Sera
22 11 2012


di Claudia Voltattorni

Centotredici donne uccise in Italia in meno di un anno, di cui 73 dal proprio partner “sono un’emergenza che come tale va combattuta”. Non solo, “in Italia c’è ancora un fortissimo maschilismo”. Ricorda l’avvocato Giulia Bongiorno che il nostro è quel Paese dove solo nel 1981 è stato eliminato il “delitto d’onore” come reato.

Fino a quell’anno la nostra legislazione prevedeva una pena lieve per chi uccideva una donna che aveva leso l’onore dell’uomo, “quasi come se il legislatore avesse simpatia per l’uomo quando uccideva per causa d’onore”, tanto che la sanzione prevista andava dai 3 ai 7 anni, “la stessa che si dà a chi dà fuoco ad un motorino: quindi la donna come uno scooter”.

Ecco perché Giualia Bongiorno, avvocato, deputato di Futuro e Libertà, ideatrice e sostenitrice dell’associazione a sostegno delle donne  “Doppia Difesa” e mamma di un bimbo di 22 mesi, propone una legge più dura per chi uccide una donna solo perché femmina. Ha già depositato la sua proposta di legge e spera che “vista l’emergenza” possa essere approvata il prima possibile, già in questa legislatura. Al suo fianco c’è anche Mara Carfagna, ex ministro delle Pari Opportunità nel governo Berlusconi, deputato di Forza Italia e seconda firmataria della proposta di legge. (Leggi il testo)

Parla di “tragedia quotidiana” Carfagna che spiega come “questa proposta di legge sia trasversale e dimostra come la politica non sia solo scontro ma anche incontro”.

“Ci vuole l’ergastolo per chi uccide una donna“, dice Bongiorno. E’ una pena fortissima, lo sa l’avvocato, ma “dobbiamo tutelare le donne nella loro libertà di autodeterminazione: i femminicidi vengono consumati perché gli uomini non sopportano questa libertà e allora incidono ogni giorno cercando di limitarla o eliminarla levando pezzetti di vita“. Allora “dobbiamo prevedere delle fortissime sanzioni:  se questa è un’emergenza dobbiamo combatterla come tale”.

Ma la proposta di legge di Giulia Bongiorno prevede anche un nuovo articolo, quello che sanziona il “matrimonio forzato“, ed è la prima volta in Italia: rischia da 1 a 5 anni di galera chi costringe una donna con violenze e minacce a sposarsi. “Bisogna considerare l”immigrazione – spiega l’avvocato -, con nuovi tipi di popolazioni che nella loro cultura prevedono i matrimoni forzati, bé il nostro Paese deve saper affrontare questo fenomeno”.

Ma la violenza si può prevenire. Lo sostiene Giulia Bongiorno che, con l’associazione Doppia Difesa creata insieme con Michelle Hunziker, ne è testimone quotidiana: “Spesso le donne sono le prime a non voler denunciare per il bene e la pace della famiglia: ma io dico loro che quella pace non esiste più se c’è violenza, quindi non sottovalutate le prime avvisaglie di violenza, anche di quella psicologica, fatevi forza e denunciate”.
Corriere della Sera
29 10 2012


In Libia le cose miglioreranno. E le donne saranno protagoniste del cambiamento. Anche con l'aiuto dell'Italia (Alaa Murabit)    

di Marta Serafini

“In tanti pensano che le donne libiche stiano chiuse in casa e non facciano niente per cambiare le cose”, racconta a Mtv una ragazza di Bengasi. Ma non è così. Alcune di loro sono colte, usano internet, sanno l’inglese, sono determinate e indipendenti. Molte sognano di esserlo, un giorno. Così, dopo la fine dell’era Gheddafi, mentre il sangue continua a scorrere per le strade della Libia, ci sono donne che stanno lavorando per il futuro del proprio Paese, nonostante le violenze e la paura.

Sette di queste – Alaa Murabit, Ezad Youssef Elghebblawi, Dania Zada, Rayan Fuad, Samah Ben Gabber, Nuwara Al-hebshi, Maram Al Gablawi – sono venute in Italia per un “Soggiorno formativo a Roma per 7 donne libiche imprenditrici”. Il progetto è stato organizzato dalla associazione Pari o Dispare, supportato dal ministero degli Affari Esteri, con il sostegno di Eni, e ha visto in prima fila personalità del mondo istituzionale italiano tra cui Marta Dassù, sottosegretario agli Esteri, Emma Bonino, vicepresidente del Senato e Elisabetta Belloni, direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo. Tutte donne, dunque, che si sono messe intorno a un tavolo per cercare di capire come aiutare altre donne a far sì che la primavera araba non si trasformi in un’occasione mancata. Soprattutto per un paese dove solo il 27% delle donne lavora e dove solo il 22% dei ricercatori universitari è di sesso femminile, come hanno raccontato Viviana Mazza e Farid Adly su la 27esima ora.

“Io non credo che in Libia prenderà piede il fondamentalismo come sta accadendo in Egitto”, spiega Alaa Murabit, laurea in medicina a Zawia, ottimo inglese e studi all’estero.

    “Non bisogna generalizzare: la primavera araba avrà conseguenze diverse. Per 42 anni non si è votato. Ora le cose stanno cambiando”. Ma cambieranno anche per le donne? ”Tante sono le cose che ci vengono impedite e non per motivi religiosi”, sottolinea. “Per le donne libiche troppo contano ancora le pressioni familiari e sociali, che rendono più difficile avere accesso a un diploma”. Ed ecco perché bisogna partire proprio da lì, dall’istruzione e dal lavoro. Alaa Murabit e le altre sei donne ci stanno provando. “Credo che l’Italia sia il paese che ci può aiutare di più: le nostre storie si sono intrecciate. Inoltre viviamo tutte sulle sponde del Mediterraneo: è giusto che si apra un dialogo tra noi”.

Tra queste sette donne, forti dei loro titoli di studio, conseguiti all’estero o in patria, quasi tutte madri di parecchi bambini, c’è chi semplicemente vuole mettere a frutto ciò che ha imparato a scuola, chi grazie a un diploma in legge vuole che le donne non vivano più sotto “l’ombrello del marito” , chi fa la giornalista, chi lavora nel marketing. E chi nel no profit, come Alaa Murabit che ha fondato la Ong The Voice of the Libyan Women. “Lavoriamo a 360 gradi per ridurre il gender gap”, spiega Alaa. Dalla condizione economica (“abbiamo avviato progetti di microcredito”), passando per la lotta alla violenza sulle donne (“siamo partite dalle campagne di sensibilizzazione”), fino all’empowerment economico (“i nostri corsi hanno aiutato parecchie donne a pensare che l’indipendenza economica sia possibile”) e alla partecipazione politica.

Un lavoro duro? “Già, anche perché siamo in poche. Ma sono sicura che darà i suoi frutti”.

    Alla faccia di chi vuole il Medio Oriente come un luogo senza luce, dove le donne non riescono a fare nulla per cambiare le cose.
16 10 2012 
 
Con la primavera araba e la caduta di alcuni regimi dittatoriali i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa si trovano alle prese con una difficile transizione verso la democrazia. Un processo che per avere successo passa attraverso il rispetto dei diritti delle donne. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo indica in quale modo la Ue possa favorire il rispetto della diversità di genere nei governi nascenti. Non è facile se teniamo conto che la presenza marginale delle donne nella politica e nella vita pubblica durante i regimi dittatoriali può tramutarsi in una totale esclusione nei governi di impronta islamica. Come attuare, dunque, il rispetto delle pari opportunità nei Paesi arabi dove la religione ha un ruolo predominante?
 
Le autrici dello studio, tutte accademiche tra cui spicca l’italiana Roberta Aluffi dell’Università di Torino, mettono in chiaro sin dalle prime pagine il grande paradosso: le donne sono agenti attivi dei processi rivoluzionari ma una volta che la rivoluzione è finita vengono messe ai margini ed escluse dal processo decisionale. (nella foto alcune manifestanti puliscono piazza Tahrir durante la rivolta contro il regime)
 
La democrazia trascina dunque con sé, nel contesto islamico, le grandi domande legate all’uguaglianza: per le donne e le minoranze etnico-religiose, che spesso sono discriminate. Ciò avviene perché democrazia significa soluzione del conflitto fra maggioranza e minoranza: non trattare nello stesso modo, sul piano giuridico e politico, maggioranza e minoranza, in qualunque contesto storico-culturale, significa impedire la realizzazione stessa della democrazia. Il ruolo dell’Unione Europea è quello di porre l’attenzione sul rispetto dei trattati internazionali che devono essere in qualche modo bilanciati con i precetti dell’Islam, ma anche di dare voce alle donne che hanno un’interpretazione femminista della religione musulmana. “Moltissime magrebine — si legge nello studio — si meritano di essere incoraggiate e ascoltate in Occidente e in altri Paesi della regione”. Oltre a questo sono raccomandate politiche per promuovere la consapevolezza dei diritti di genere tra le categorie professionali più coinvolte come gli avvocati, i funzionari governativi e i poliziotti. E ovviamente è necessaria una campagna di informazione tra i ragazzi e le ragazze sui diritti umani.
 
Un altro tema fondamentale è quello della violenza contro le cittadine dei Paesi della primavera araba. In tutta la regione si sono registrati stupri e atti di ostilità commessi dalle milizie, dai soldati, dalla polizia e talvolta anche dai dimostranti. Chi può dimenticare l’immagine della ragazza egiziana spogliata a forza da un soldato in piazza Tahrir e lasciata a terra coperta solo da un reggiseno blu? La giustizia transizionale dovrebbe occuparsi di questo tema, facendo passare il messaggio che la violenza di genere non è più accettabile né tollerabile. La Ue, dal canto suo, può «incoraggiare e monitorare ogni azione che dia supporto psicologico e aiuto alle vittime, oltre a provvedere a un regolare finanziamento di questo approccio»
 
Insomma, la parola d’ordine è cooperazione: cercare di capire l’Islam politico, incontrare la società civile, le Ong e le organizzazioni locali per instaurare un dialogo critico sul tema dell’uguaglianza di genere. E, come sempre, dare il buon esempio: cioè assicurarsi che le delegazioni dell’Unione Europea in visita nei Paesi in transizione siano composte anche da donne e siano in grado di sottolineare l’importanza del tema a tutti gli incontri di alto livello politico.
Il Corriere della Sera
27 07 2012


L’Olimpiade di Londra 2012 è anche un’Olimpiade di donne, in un modo o nell’altro. Prima di tutto perché per la prima volta tutti i Paesi che partecipano ai Giochi avranno almeno un’atleta, compresi Brunei, Qatar e Arabia Saudita. In particolare, Riyad schiererà la judoka Wodjan Shahrkhani e la giovane ottocentista Sarah Attar, una diciassettenne dalle idee chiare: «E’ un onore per me, ma spero che la mia partecipazione aiuti a fare grandi passi avanti alle donne che laggiù vogliono fare più sport», ha spiegato dalla sua base a San Diego. Perché in Patria difficilmente potrebbe allenarsi e correre come vorrebbe.

 E, con l’avvento della boxe e della lotta al femminile, abbiamo anche un ribaltamento di contorni: visto che i maschi non possono partecipare nel nuoto sincronizzato e nella ginnastica ritmica, le ragazze si trovano ad affrontare più competizioni rispetto ai colleghi. Anche questo non si è mai visto.

Le donne hanno dato il la all’Olimpiade mercoledì scorso, con il calcio d’inizio della partita tra Gran Bretagna e Nuova Zelanda, e le donne chiuderanno la oldrassegna domenica 12 agosto, intorno alle 18:15, con l’ultima medaglia, quella del pentathlon moderno. Un po’ uno schiaffo, una volta tanto, al barone De Coubertin, che disegnando le Olimpiadi Moderne era categorico:

 «I Giochi con le donne non sarebbero corretti, non sarebbero pratici, non sarebbero interessanti e non sarebbero estetici», dichiarava nel 1896. Aveva torto. Il Locog, il comitato organizzatore, ha anche diverse donne dirigenti e Debbie Jevons, una donna, è il direttore dello sport ai Giochi. Giusto per badare non solo a pedane e campi di gara, ma anche a ciò che circonda l’evento.

E poi, l’Olimpiade è sempre particolare per le storie speciali che si vengono a creare intorno ai cinque cerchi. A Londra saranno soprattutto al femminile (dovrebbero essere 4.847 in totale, le atlete: il 44% del totale. A Parigi 1900 erano 22 su quasi mille partecipanti): si va dalla tiratrice incinta all’ottavo mese (ne ha scritto Carlotta De Leo qui), che si è qualificata subito dopo aver scoperto di aspettare una bambina, alla fondista peruviana che ogni giorno corre 20 km a quota 4.000 metri e che a Londra sarà accompagnata dalla madre, che non aveva mai lasciato il Perù.

Note positive arrivano anche dagli Stati Uniti, che puntano a vincere il medagliere: inviano una delegazione 530 atleti e scoprono, per la prima volta, che le signore sono più dei gentlemen: 269 contro 261. Non è poco.

L’Italia si presenta con un burocratico 43% di donne che è un aumento del 5% rispetto a quattro anni fa: anche questa è storia.

Olimpiade rosa, quindi, eppure non sono mancati incidenti e lamentele.

Due episodi non da poco hanno visto protagoniste la squadra di calcio giapponese – sono campionesse del mondo in carica –, costretta a viaggiare in classe economica mentre i maschi viaggiavano in business («Loro sono professionisti», si è difesa la Federcalcio giapponese), e quella di basket australiana che si è trovata nella stessa, discriminante, condizione.

A parte questi due episodi che potrebbero, comunque, essere considerati «minori», è tutto rose e fiori per le donne a Londra 2012 e dintorni? No, perché è proprio la Gran Bretagna, paese ospitante, a lanciare l’allarme sulla condizione generale dello sport femminile quando ci si allontana dalle atlete da medaglia.

Sue Tibbals, direttrice della Fondazione inglese per lo sport e l’attività fisica femminile (Wsff), denuncia:

«Abbiamo misurato la copertura mediatica dello sport femminile in questo paese, ed è inferiore al 5%. Questo è un grosso problema».

Quello dell’appeal degli eventi, infatti, è un cane che si morde la coda: meno visibilità viene concessa a un evento, meno sponsor richiamerà, e meno possibilità avrà di crescere e di guadagnare ulteriore visibilità. Secondo la Wsff questo si traduce, in quote di mercato, esattamente nello 0,5% di sponsorizzazioni dedicate solo a eventi femminili. Ovvia la speranza che l’Olimpiade cambi qualcosa anche da questo punto di vista.
La città nuova
13 11 2012


di Shady Hamadi

Qualche tempo fa ho conosciuto Shaza, una ragazza saudita, egiziana, olandese…un mix. Abbiamo bevuto insieme un caffè e questo è quello che mi ha raccontato di lei e del  rapporto con la sua identità. “Sono nata e cresciuta ad Amsterdam e , sempre in Olanda, ho frequentato l’Università dove mi sono laureata. Mio padre è egiziano mentre mia mamma e’ saudita: sono un mix. A ventidue anni sono andata a vivere in Arabia Saudita perché da sempre ne ero affascinata. Volevo tornare alle radici e quindi sono rimasta li’ per cinque anni”.

“Ho vissuto a Jeddah (Gedda) per tutto quel tempo. Sono entrata nella società saudita a piene mani. A 27 anni ho deciso di tornare in Europa e facendo su e giù per lavoro con l’Italia ho dato le dimissioni e mi sono trasferita qui. Lavoro per una grossa azienda di alta moda. Qui mi trovo benissimo. In Italia la gente è aperta, esiste ancora la famiglia, cose che in Olanda mancano”.

Rispetto all’Arabia Saudita qui c’è una via di mezzo: la gente e’ calorosa come in Arabia ma, a differenza di li’, qui c’e’ piu’ libertà personale. Ti faccio un esempio banale: camminare senza motivo ascoltando l’Ipod non dovendo prendere nulla in considerazione (come l’autista che ti accompagna ovunque) era impensabile.

Cosa ne pensi dell’abaya (indumento tradizionale che copre il corpo dalla testa, lasciando visibili mani e volto)?

Per me l’abaya non era un problema, anzi, ti dava quel qualcosa da “Mille e una notte”. E’ molto elegante. Io lo personalizzavo, prendendolo di diversi tessuti. Poi sotto metti quello che vuoi! Ti dico una cosa: Mettendo l’abaya tu obblighi l’uomo a osservare, esclusivamente, la tua professionalità…non le tue cosce.

Secondo te la società saudita deve cambiare?

Certo, ma il 90% non vede i problemi. Siamo ancora una società tribale. I ragazzi educati, noi, siamo ancora una minoranza e stiamo provando a migliorare la situazione, creando eventi come “Edge of Arabia” (evento di arte indipendente).

Siamo una società segregata, divisa tra uomini e donne. Sai come la maggioranza degli uomini, prima di Facebook, approcciava le donne? Se eri per strada a camminare i ragazzi ti buttavano a terra dei biglietti con il loro numero di telefono. Se, invece, ti trovavi in macchina e loro in un’altra ti passavano i foglietti con il numero di telefono dal finestrino…

Per certe persone in Arabia Saudita non c’è un modo di incontrarsi, neanche di bere un caffè e quindi la società si è inventata questo e altri trucchi. Ma la società non può essere tenuta segregata per sempre.

E il Re che cosa fa?

Re Abdallah è più aperto. Ha appena inaugurato la King Abdallah Economic City, una mini città dove sono state costruite residenze, una universita’ mista tra uomini e donne, un cinema…insomma come qualsiasi altra citta’ del mondo e, in piu’,

le donne possono guidare e non si mettono l’abaya.

Questo e’ il modo del Re di combattere le élite religiose che impongono queste regole ristrettive nella societa’.

Che rapporto hai con tuo padre?

Mio padre è il numero uno. Mi ha sempre dato libertà. Abbiamo sempre coltivato una relazione aperta. I miei mi hanno sempre spinto a sviluppare le mie potenzialità leggendo, scrivendo e lavorando. I miei genitori sono “cool”.

Che rapporto hai con la religione?

Ho un rapporto profondo con l’Islam. Ho studiato tanto la mia religione, perché volevo capire sempre di più. Non seguo le regole senza conoscere il perché sono state fatte. La religione è libertà e non obbligo, come anche il Corano dice.

Sei anche una seconda generazione…

Ogni tanto mi sento“una crisi d’identita’ ambulante” egiziana- saudita – olandese per cui analizzo tutto con varie prospettive e questo, ogni tanto, ti causa un bel mal di testa! Ma ovviamente e’ soprattutto una ricchezza.

Razzista su Twitter? Esclusa la greca Voula

26 07 2012

Il Comitato olimpico greco ha espulso Paraskevi «Voula» Papachristou, due volte campionessa europea Under 23 di salto triplo, dai Giochi olimpici che stanno per iniziare a Londra 2012. L'atleta, che ha un personale di 14,40 (secondo risultato di sempre nella categoria), è stata deferita perché colpevole di aver scritto, lo scorso 23 luglio, una frase razzista a mezzo Twitter: «Con tanti africani in Grecia, le zanzare che arrivano dal Nilo occidentale almeno mangiano il cibo come a casa».

Il tweet incriminato: «Con tutti gli africani che ci sono in Grecia,le zanzare che arrivano dal Nilo occidentale almeno mangiano il cibo come a casa» (keeptalkinggreece.com)

REGOLE FERREE PER I SOCIAL NETWORK - Papachristou, quindi, è la prima «vittima» delle norme che regolano l'utilizzo dei social network in questa edizione dell'Olimpiade. Inutili le scuse che la ragazza ha affidato a un altro social network, Facebook: «Vorrei scusarmi per la sgradevole battuta che ho pubblicato. Sono profondamente addolorata, non volevo offendere nessuno e tantomeno calpestare i diritti umani. I miei sogni sono legati alle Olimpiadi, non potrei certo partecipare se non rispettassi i valori dei Giochi». L'atleta mercoledì ha anche bloccato l'account personale (peraltro aperto soltanto a fine giugno) su Twitter, in parte anche per i troppi commenti negativi - e insulti - ricevuti. Il sito lifo.gr, però, ha scovato altri commenti poco gradevoli dell'atleta, e numerosi retweet - i «rilanci» delle frasi di un'altra persona - della pagina ufficiale del partito di estrema 
                     
LA REAZIONE DI SINISTRA DEMOCRATICA - Uno dei partiti appena saliti al governo, Sinistra Democratica, ha colto la palla al balzo diffondendo una nota che ha reso il caso decisamente politico in un paese in cui le tensioni sono esacerbate dalla gravissima crisi economica. «L'umorismo razzista e le «barzellette» a proposito delle vite umane non sono tollerate dalla società greca e non possono prosperare nell'atletica greca. Il meno che può fare ora il Comitato Olimpico è revocare alla signorina Voula Papachristou il permesso di partecipare ai Giochi Olimpici. Assistendo all'Olimpiade dallo schermo, potrà esprime quante «barzellette» schifose vorrà anche sui social media. Ma di certo non può rappresentare la Grecia a Londra».

SPIRITO OLIMPICO - «Paraskevi (Voula) Papachristou della squadra di atletica leggera viene esclusa dalla Nazionale per affermazioni contrarie ai valori e alle idee del movimento Olimpico», recita il comunicato del Segas, la Federatletica locale. La giovane è stata anche deferita alla Commissione disciplinare.
22 11 2012 
 
Mai più orfanotrofi. Lo hanno promesso ieri a Sofia i rappresentanti di 21 Paesi dell’Europa centrorientale e dell’ex Unione Sovietica, decisi  a combattere il fenomeno dell’abbandono di bambini e minori in strutture statali, una pratica largamente diffusa sotto i vecchi regimi comunisti. Una tradizione che produce 15.000 abbandoni di minori l’anno. L’impegno è arrivato a margine di un convegno dell’Unicef. Ora si aspettano i fatti. Oggi 1,3 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni in Europa dell’Est e Asia centrale vivono separati dalle loro famiglie. “Sono le cifre più alte al mondo –  ha denunciato l”Unicef in un rapporto  -. Si tratta di un’eredità dell’epoca sovietica, che poneva gli interessi pubblici al di sopra di quelli privati e cedeva allo Stato la responsabilità principale di allevare i bambini”. Ma la pratica è dura a morire: ”Molti Paesi – ha detto Sofia Marie-Pierre Poirier, direttrice regionale dell’organizzazione umanitaria -  puntano ancora oggi sul collocamento in massa nelle istituzioni, ignorando le prove esistenti che questo va a scapito degli interessi dei bambini e provoca handicap fisici e cognitivi che si trascinano per tutta la vita”. Sì perché tre mesi passati in un istituto, assicurano gli esperti, provocano un ritardo di un mese nello sviluppo fisico di un bimbo piccolo.

A detenere il triste primato è la Russia con la metà dei 31mila bambini con meno di tre anni lasciati in orfanotrofio. Ma anche la Bulgaria non è messa bene:  secondo l’Agenzia statale per la tutela dei bambini vengono abbandonati dai genitori in media ogni anno circa 2.000 bambini di età fino a tre anni, dei quali circa mille sono neonati. Gli esperti sostengono che le cause di questa preoccupante realtà in Bulgaria sono la povertà e la politica inefficiente dello Stato nei confronti delle famiglie. “L’abbandono di neonati e bambini avviene soprattutto in seno alle comunità emarginate, soprattutto tra i rom”, ha detto Milena Harizanova, della sezione di Sofia dell’Unicef. I loro genitori, ha osservato, sono per la maggior parte disoccupati, vivono in miseria e non hanno nemmeno la carta d’identità per registrarsi nei Comuni e chiedere gli aiuti sociali. Per risolvere questa piaga della società bulgara, il governo di Sofia intende far passare in Parlamento entro il 2013 una legge che vieti il ricovero di bambini fino a tre anni di età in istituti statali, e far chiudere queste strutture entro il 2025.

Finora solo tre Paesi, Croazia, Romania e Serbia, hanno proibito il collocamento in orfanotrofio dei bambini di meno di tre anni. Una tendenza percettibile alla diminuzione degli abbandoni si registra nell’area da una decina d’anni, con l’eccezione di Bosnia-Erzegovina, Tagikistan e Macedonia dove invece c’è stato “un aumento allarmante”. L’Unicef raccomanda misure di prevenzione all’abbandono dei neonati, quali sostegni alle madri single e la moltiplicazione dei centri giornalieri per l’accudimento dei bambini con handicap.
Corriere.it
24 07 2012


Si indaga per omicidio colposo ma altri pesanti capi d'accusa potrebbero riguardare l'occulatemento delle vicenda

ROMA - Salgono a 20, tra medici e infermieri, gli iscritti nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sul neonato morto - forse per una flebo di latte somministrata erroneamente al òposto di un analgesico - all'Ospedale San Giovanni di Roma. I venti sono stati iscritti dai magistrati che indagano sul tragico errore, occorso nella notte tra il 29 e il 30 giugno scorsi. Si indaga per il reato di omicidio colposo ma a breve potrebbero emergere altri pesanti capi d'accusa se si accerterà che qualcuno ha tentano di insabbiare la vicenda.

VICENDA INSABBIATA - La notizia del decesso, infatti, sarebbe giunta alla direzione sanitaria soltanto 5 giorni dopo la morte del piccolo. Intanto il procuratore aggiunto Leonardo Frisani ha disposto una nuova autopsia sul corpo del bambino (di cui è stata evitata all'ultimo momento la cremazione) allo scopo di chiarire le cause del decesso. L'esame autoptico verrà eseguito giovedì mattina all'obitorio dell'Universià di Tor Vergata a cura del professor Saverio Potenza.

TUTTI IN SERVIZIO A NEONATOLOGIA - I sette medici già iscritti nel registro degli indagati fino a lunedì e i 13 infermieri coinvolti erano tutti in servizio nel reparto di Neonatologia del San Giovanni quando al piccolo, per un errore, venne somministrato il latte con la flebo. Un atto dovuto, la loro iscrizione nel registro degli indagati, necessario per ricostruire i fatti e per risalire alle singole responsabilità. Per questo tutti e 20 saranno interrogati a breve.

MADRE INFORMATA DAI GIORNALI - Intanto la madre del piccolo, una donna filippina, avrebbe rivelato di aver saputo solo lunedì che il caso riportato dai giornali era quello riguardante suo figlio. La donna si è recata in Procura, accompagnata da un legale, e dopo un colloquio con il magistrato di turno, ha avuto conferma che la vicenda riportata dai media riguarda suo figlio. Alla donna, infatti, non erano state comunicate le reali cause del decesso del bambino.
Corriere della Sera
21 11 2012


Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felice? Tutte, tutte, dormono sulla collina.

di Stefania Ulivi

Il Mo’ basta! è  scattato dopo l’ennesimo delitto, quello di Carmela Petrucci, la diciassettenne uccisa mentre cercava di salvare la sorella dalle coltellate dell’ex fidanzato. Aveva cominciato mesi prima, Serena Dandini, a scrivere una sua personalissima di Spoon River delle donne morte ammazzate, spinta stesse dalle motivazioni per cui si si stanno muovendo in tanti, comprese noi della 27esima ora. «Non si può rimanere in silenzio. La vicenda delle due sorelle di Palermo purtroppo è emblematica. E’ successa in mezzo a noi, tra giovani come i nostri figli. Giovani eppure impregnati di una cultura che giustifica una reazione atavica al possesso, che denota la mancanza di educazione ai sentimenti: “mia per sempre”. Non ne posso neanche neanche più di assistere a quel che viene dopo ai delitti: le vittime date in pasto senza rispetto, chiamandole solo per nome, pubblicando le foto senza ritegno, raccontandone brandelli di vita per soddisfare la curiosità morbosa». Basta.

Anzi. “Mo basta!”, traduzione in dandinese della convenzione No More che moltissime associazioni impegnate sul fronte (è il caso di dirlo) della violenza  contro le donne stanno promuovendo in occasione del 25 novembre. Un 25 novembre, come ha raccontato qui Giovanna Pezzuoli, quest’anno molto sentito.

«Con Maura Misiti, amica e ricercatrice del Cnr e le donne del centro antiviolenza di Palermo abbiamo pensato che fosse ora di muoversi». Le storie scritte da Dandini sono diventati dei monologhi, Ferite a morte, un gruppo di attrici che ha chiamato a raccolta (senza troppa fatica) saranno sul palco del Teatro Biondo il 24 novembre. E poi il 30 al Teatro Duse di Bologna, sede di uno dei più attivi centri antiviolenza, e poi il 9 dicembre al Teatro della Corte di Genova. Geppi Cucciari, Paola Cortellesi, Sonia Bergamasco, Micaela Ramazzotti, Paola Minaccioni, Angela Finocchiaro, Isabella Ragonese, Angela Finochiario, Lella Costa, Ambra Angiolini. Le giornaliste, Lilli Gruber, Fiorenza Sarzanini, Concita De Gregorio. Il vicequestore di Palermo. Probabile che non finisca il 9 dicembre e che le voci delle ferite a morte continuino a risuonare.

Le abbiamo lette alcune di queste storie, ne parleremo sul quotidiano nei prossimi giorni. Colpiscono al cuore. Donne morte che si raccontano ai vivi, con ferocia, ironia, disperazione, stupore. Persino con una vena comica. Non lasciano indifferenti.

Il testo della convenzione No More è rivolto al governo. E’ stata mandata, anche via mail, al premier Monti. Ad oggi nessuna risposta.

 

facebook