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CORRIERE DELLA SERA

Corriere della Sera
17 09 2012


di Mario Pappagallo

Gelosia, smania di possesso, impossibilità di accettare un abbandono. Non giustificano il perseguitare né tanto meno l’uccidere. Eppure, al 10 settembre 2012, 90 delitti sono stati compiuti nel nome di almeno uno di questi tarli della psiche. Novanta donne uccise da uomini da cui si erano separate o con cui non volevano avere alcun tipo di rapporto (rifiutati). E, sempre alla stessa data, una decina di assassini suicidatisi subito dopo aver tolto la vita a colei che dicevano di amare. Il 15 per cento circa delle vittime aveva presentato denuncia per stalking.

In apparenza poche, ma i motivi per i quali si evita la denuncia sono noti: paura per sé o per i familiari, sfiducia nelle autorità, difficoltà nel far fronte alle inevitabili spese legali (che non dovrebbero nemmeno esistere per questo genere di reati).

Nel corso dell’intero 2011, le donne uccise sono state 127 e 15 gli assassini suicidi. Numeri che nel 2012, continuando l’andamento finora registrato, potrebbero aggravarsi.

    Nonostante una legge specifica sia stata pensata e varata proprio per arginare violenze, stalking e omicidi.

Secondo l’Osservatorio nazionale stalking, almeno un persecutore su tre è recidivo, e dopo la denuncia o condanna torna a perseguitare la vittima, spesso con ancora più cattiveria. Dettata da uno spirito di vendetta che non viene minimamente mitigato dall’intervento delle autorità. Per fortuna non sempre è così.

Ma quando un omicidio avviene dopo una denuncia per stalking è necessario riflettere sulla reale efficacia della legge 612-bis. Dati ufficiali relativi al 2011 descrivono una realtà sconcertante: le misure cautelari contengono solo per un 50% la recidiva nei casi di violenza e di atti persecutori. Mentre in una percentuale significativa, gli omicidi avvengono dopo o durante l’adozione delle misure cautelari.

O dopo che la vittima ha presentato una o più denunce. Poi si piange sul latte versato e ci si interroga se è stata adeguatamente protetta.

Senza intenti di sterile critica, ci sono margini per ritoccare la legge con l’ottica di renderla a prova … di stalker. Che, meglio ricordarlo, nel 70 per cento dei casi è di sesso maschile. E nel 95% circa è un conoscente (familiare, partner, ex partner, amico o collega di lavoro e studio).

Ed è bene sapere che è possibile “curare” questi individui (se c’è una psicopatologia predisponente), così come sarebbe il caso (ma questa è utopia) attivare meccanismi culturali anti-stalking e agire quindi in chiave di prevenzione.

A volte, soprattutto tra i giovani e laddove prevale la logica del branco, violentare (e non solo fisicamente) una coetanea è considerato figo, non un reato ma una medaglia di cui farsi vanto. Spesso dietro questi ragazzi c’è una famiglia o un ambiente dove prevaricazioni, violenze, logiche medioevali di sudditanza di genere, sono la quotidianità. Ambienti nei quali le stesse vittime potrebbero non avvertire l’”anormalità” di ciò che subiscono.

E’ bene sapere, invece, che tutto ciò non è normale. Studi scientifici recentissimi hanno visto che non esiste un gene della violenza, né tantomeno un gene della vendetta. Il che significa che si nasce puri. E’ l’ambiente poi a forgiare nel bene e nel male. Se ne dovrebbe parlare a scuola, anche se nel nostro Paese nemmeno l’educazione sessuale è mai decollata. E collocare certi atteggiamenti per quello che sono. L’informazione è poi cardine di un cambiamento culturale. E il Corriere, con la sua inchiesta, ha alzato il coperchio ad una pentola che si è sempre preferito tenere chiusa.

Dagli atteggiamenti culturali sbagliati si può poi arrivare allo stalker: un individuo che generalmente presenta gravi difficoltà ad accettare ed elaborare un abbandono a causa di un disagio psicologico pregresso che, secondo l’Osservatorio nazionale stalking, deve essere affrontato con specifici strumenti e con l’intervento di psicoterapeuti specializzati. La sola coercizione (come previsto dalla legge) non desta, nello stalker, la consapevolezza dei suo errori, perché egli non è in grado di prendere autonomamente consapevolezza della lesività del suoi atti. E l’Osservatorio nazionale stalking, che ha istituito dal 2007 il Centro presunto autori dove sono già stati risocializzati con successo 200 stalker, dispone oggi di un percorso di recupero.

Questa, però, è solo una delle modalità per stroncare la recidiva del persecutore e permettere alle vittime di tornare a condurre una vita normale. E la loro esperienza sarà base di confronto con altre realtà internazionali dal 15 al 17 novembre 2012, a Roma, nel corso del I° Congresso Europeo sui presunti autori di violenza, stalking e omicidi, organizzato dall’Osservatorio in collaborazione con il Sindacato di polizia Coisp, la Commissione sicurezza di Roma Capitale e con l’Assessorato politiche sociali e famiglia della Regione Lazio.

Ma chi è uno stalker? Come detto, nel 70% dei casi è una persona di sesso maschile e nel 95% circa è un conoscente (familiare, partner, ex partner, amico o collega di lavoro e studio). Secondo l’Osservatorio, poi, nell’80% circa dei casi è un manipolatore affettivo, una persona che agisce da subito violenza psicologica. Nel 70% ha subito un lutto, un abbandono o una separazione significativa mai elaborata: tale dolore lo rende molto sensibile ad un abbandono, una separazione o rifiuto. Nell’85% si ammala di Cai, colpo di abbandono improvviso. Ma deve esistere già un substrato psicologico alterato. E nel 100% circa dei casi dal Cai passa ad una forma di craving (non può più fare a meno di agire determinati comportamenti) simile alle persone che sono dipendenti da gioco, da internet o da sostanza. Nel 90% dei casi circa lo stalker, o presunto tale, avrebbe uno stile di attaccamento insicuro, evitante o ambivalente. E, ancora, in 8 casi su dieci (la ricerca è ancora in atto) inizialmente dimostra un’empatia molto elevata che nasconde in realtà un’empatia vicina allo zero finalizzata ad usare le altre persone. Ma solo nel 10% circa soffre di una psicopatologia invalidante con perdita di contatto con la realtà. Anche se, sempre secondo l’Osservatorio, nel 90% circa soffre di una psicopatologia delle relazioni.

Io però non sono completamente d’accordo con la tesi della malattia da curare. O almeno non basta. Secondo me il problema culturale è ben più forte, soprattutto nel Sud del mondo. Italia compresa.

Ciò che a parole si condanna, nel silenzio si giustifica e nei discorsi da bar capita anche che sia gratificato. Un retaggio medioevale, un’insofferenza ai lenti cambiamenti verso una cultura di genere e non maschio-centrica che persiste nella società odierna e che riguarda, solo a parole, una minoranza. Non a caso gli stalker sono in prevalenza maschi. E, non esistendo un gene dello stalking legato al sesso maschile né tantomeno una psicopatologia di quelle individuate dall’Osservatorio che non colpisca anche le donne, sono fermamente convinto che è solo cambiando una certa cultura, questa sì malata, si potrebbe arrivare ad una società stalking-free.

E solo allora temi quali le quote rosa o le forme di mobbing che colpiscono le donne nella loro femminilità troverebbero una naturale soluzione non esistendo più il problema. Non sono battaglie che solo le donne devono portare avanti.

    Anzi, dovrebbero essere gli uomini a cominciare con una vera e profonda auto analisi, accettando storiche colpe di genere per poi finalmente elaborarle. Utopia anche questa?
di Maria Luisa Agnese, 27esima ora
24 maggio 2011



Per una bizzarra coincidenza mi sono trovata di fronte alle donne violate di Paul McCarthy in mostra a Punta della Dogana a Venezia proprio nei giorni della bufera internazionale scoppiata intorno alle accuse di violenza sessuale a Dominique Strauss-Kahn. Le statue dell’artista americano sono in gesso e silicone, donne a grandezza naturale sdraiate su un tavolaccio da lavoro, corpo nudo e gambe larghe quasi abbandonate e perlopiù senza testa o meglio con la loro testa/volontà/anima annientata, in quanto sormontata da un grosso testone maschile.

Schiacciate dall’oppressione sessista della società, si vedono negata l’identità di genere: sessuale, sociale, persino estetica. Sostando in quella sala, dove le donne sono attorniate da una serie di busti maschili in bronzo con i volti stravolti in fattezze di porco, ci si sente avvolti dalla brutalità del potere maschile e si viene colti da un disagio molto forte, si vorrebbe fuggire da quel laboratorio dell’orrore – come fa una signora spagnola che dice “Per me é insopportabile” – in quanto accerchiati da quel connubio di potere e sesso su cui, secondo la denuncia dell’artista, si fonda la società americana.

E che fa capire come la questione femminile sia ancora indietro e di parecchio. Tanto più che spesso le donne diventano vittime consenzienti del meccanismo mediatico che valorizza/annienta i loro corpi. Ma soprattutto, mettendo a confronto l’opera di questo artista con gli echi che arrivano dalla Francia di legittimi garantismi e di indulgenze preventive – molto preventive – verso il suo brillante politico da esportazione investito dallo scandalo, Dominique Srauss-Kahn, il senso di sgomento aumenta. In quella stanza pensavo che avrei voluto invitare a sostare per un momento Carmen Llera, vedova Moravia, autrice di una Lettera al Corriere in cui assicurava che Strauss-Kahn, che lei conosce bene, “non è un uomo crudele primitivo o sadico, ama il sesso, non mi sembra un delitto”, liquidando il tutto con un già leggendario “so what?”.

Chissà, forse in quella stanza riuscirebbe anche lei a mettersi in ascolto e a intercettare per un attimo i diversi desideri e le brutali umiliazioni di altre donne che non riescono a prendere i rapporti di sesso e potere con altrettanta brillante leggerezza. La mostra di Venezia, dove le statue di Paul McCarthy sono esposte insieme a quelle di molti altri autori contemporanei, si chiama, preveggentemente, Elogio del dubbio, a dimostrazione che l’arte è chiamata prima di tutto a far riflettere. Ma qualche volta, anche, a suscitare l’indignazione, specie se i tempi lo richiedono, come ha reclamato un pensatore francese carico di anni e di esperienza,

Stéphane Hessel, in un suo libretto, Indignatevi, diventato in un baleno best seller internazionale. Fra dubbio e indignazione in questo caso da che parte state? La forza simbolica di quelle immagini fortissime di Paul McCarthy mi ha convinto che il dubbio è un esercizio che talvolta può tramutarsi nel suo contrario: nel dubbio, dunque, io m’indigno, e voi?

di Francesca Bonazzoli, La 27esima ora
27 gennaio 2012

Sarà l’aria poco allegra che tira nei consumi, sarà che nel commercio non si può propinare la stessa confezione per troppi anni, fatto sta che la pubblicità dei prodotti femminili sta cominciando ad abbandonare il cliché della modella emaciata, scontrosa e imbronciata, il tipo dell’esistenzialista annoiata e nevrotica alla Kate Moss, per intenderci. Finalmente fanno timidamente capolino sorrisi, sguardi diretti, espressioni più vivaci se non intelligenti, insomma più gioia di vivere rispetto all’altezzoso e annoiato distacco delle anoressiche che ci è stato propinato più o meno negli ultimi vent’anni.

La colpa, però, non è dei pubblicitari: loro non inventano mai niente, ma rielaborano immagini già conosciute e riconoscibili, anche se in modo subliminale, che fanno insomma già parte del nostro DNA visivo e dunque provengono dall’arte. Più che mai per quanto riguarda l’immagine della donna, soggetto per eccellenza di millenni di scultura, pittura e poi fotografia.

Il repertorio che l’arte mette a disposizione della pubblicità copre tutta la gamma della bellezza fisica e psicologica femminile, ma si può dividere in due grandi gruppi: le grasse e felici da una parte e le magre e nevrotiche dall’altra.

Le donne di Wildt, con le guance scavate, le occhiaie profonde, il naso affilato e le mani lunghe e affusolate, a un passo dal sembrare artigli, appartengono a pieno titolo al secondo gruppo. Ma a loro volta hanno illustri antenate o contemporanee, prime fra tutte le femmes fatales della Vienna fin de siècle di Klimt: le Giuditte, le Salomé e le signore dell’alta borghesia industriale praticamente coeve alle vergini, alle Marie e sante immacolate di Wildt: queste ultime più spirituali nei pensieri, ma non meno nevrotiche nelle apparenze.

Un altro celebre cultore della bellezza emaciata fu Edvard Munch che, nella vita, le donne le temeva davvero e infatti le dipinse anche come Vampiri. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo: andare a cercare questo modello muliebre nel Novecento appare fin troppo facile e basti pensare a Kirchner, Schiele o Helmut Newton. Quello che può sorprendere di più è invece ritrovare la bellezza estenuata già nel Cinquecento, nella prima epoca nevrotica, quella manierista.

Dopo le bellezze perfette, serene e sensuali di Raffaello, Giorgione, Leonardo e Tiziano, gli artisti si interrogarono su come superare tali maestri e non trovarono di meglio che accentuare la perfezione ideale della Bellezza trasformandola in artificiosità. Ecco quindi che Parmigianino inventa ben prima di Modigliani colli allungati, teste piccole e espressioni malinconicamente assenti.

Lo stesso si può dire per le figure dai volti allampanati del Rosso Fiorentino, delle nobildonne algide e assenti di Bronzino o di quelle serpentinate e dagli occhi interrogativi del Pontormo, accusato di essere tedesco, ovvero di aver abbandonato l’armonia della venustà classica per quella gotica, alla Cranach, il padre di tutte le donne ossute della pittura nord europea.

Insomma, quando ad essere rappresentata non è tanto la donna, quanto la sua idea, allora assistiamo alla stilizzazione mentale della sua forma

come già era successo nel Quattrocento per esempio con Pisanello e Cosme Tura che dipingevano donne uscite dall’immaginario fiabesco dei poemi di corte e cavallereschi, più illustrazioni da codice miniato che rappresentazioni reali. Una tentazione in cui cadde anche Botticelli, con le sue donne algide e distanti, più mentali che carnali, il tipo femminile in voga nella Firenze neoplatonica, opposto a quello esaltato a Venezia, capitale della prostituzione dove certi predicatori come il Savonarola non potevano mettere piede e dove veniva apprezzata la Venere formosa e sensuale.

Alla base di ogni ideale di bellezza, quale che sia, ci sono dunque gli stereotipi sulla virtù morale della donna, gli stessi imperituri, da secoli.

Da una parte la donna diavolo tentatrice (Eva) e dall’altra la donna vergine e santa (Maria), una rielaborazione cristiana del kalòs kai agathòs greco dove al bello corrisponde il buono morale (mentre in Grecia il buono era civico). A stabilire il canone di bellezza, poi, è sempre l’uomo, dal mito di Paride in su: è lui ad assegnare la mela che sancisce il modello.

Soltanto, a volte, l’uomo è confuso e non sa se preferire Eva o Maria finendo così per mescolare i canoni di bellezza, se non addirittura i generi sessuali come fecero Michelangelo che mascolinizzò le donne o Leonardo che femminilizzò gli uomini.

Nel frattempo, per la donna, la cristianità ha trovato una terza via, quella della Maddalena penitente, la peccatrice che non può ambire alle virtù di Maria, ma che può redimersi attraverso la preghiera, il digiuno, la sottomissione.

Siamo entrati nel secondo millennio ma anche a causa della pubblicità che li perpetua, gli stereotipi sulla bellezza femminile non sono cambiati.
di Giovanna Cosenza, dis.amb.iguando
5 dicembre 2011

La commozione di Elsa Fornero mentre pronuncia la parola «sacrificio» in conferenza stampa si guadagna, com’era prevedibile, la prima pagina di quasi tutti i quotidiani.

Le decine di commenti sulle lacrime, fra ieri e oggi, si dividono in due:

- quelli/e che le valorizzano positivamente, vedendo la commozione di Elsa Fornero come un segno di grande coinvolgimento personale e sottolineando come l’episodio sia servito a scaldare la complessiva freddezza della conferenza stampa (vedi per esempio «Anche i tecnici hanno un’anima» di Filippo Ceccarelli su Repubblica, ma anche le dichiarazioni di Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare, riprese da La ventisettesima ora del Corriere);
- quelli/e che al contrario ne sono infastiditi, perché «siamo noi a dover piangere, non lei», perché «basta con questa storia che le donne piangono in pubblico», o addirittura perché «è chiaramente una messinscena per tenerci buoni»: vedi per esempio Libero, che oggi titola «Il governo chiagne e fotte», e il Giornale che titola «Piange il governo, noi di più».

Su entrambi i fronti stanno anche alcuni estremismi: dal lato dei favorevoli, c’era ieri chi salutava le lacrime di Elsa Fornero come (prendo a caso da Twitter e Facebook) un «evento storico», «il momento più alto della politica italiana da decenni»; dal lato dei denigratori, c’era invece chi si scandalizzava perché «ora tutti si concentreranno sulle lacrime e nessuno parlerà dei contenuti della manovra», perché «un ministro non deve piangere», o perché «un ministro non deve piangere, specie se donna, perché altrimenti tutti dicono che le donne sono deboli».

Volendo stare al di qua degli estremismi da ambo le parti, vale la pena precisare alcune cose:

- Elsa Fornero non è «scoppiata a piangere», né Monti ha «dovuto consolarla», come ha scritto ad esempio il Corriere (ma fa’ una ricerca su internet e vedi quanti blog – tantissimi – hanno usato espressioni analoghe): è stato un momento di commozione assai contenuto (una lacrima o due), di cui subito la ministra si è scusata con grande compostezza; inoltre Monti ha semplicemente proseguito per pochi secondi in sua vece, mettendoci subito dell’ironia per sdrammatizzare («commuoviti, ma correggimi»).
- Tutti i media hanno ripreso – è vero – le lacrime di Elsa Fornero, ma non è accaduto, come alcuni temevano, che le lacrime siano diventate pretesto per non parlare dei contenuti della riforma delle pensioni: di questi contenuti parlano oggi tutti i media, con numerosi approfondimenti (sulla carta, in rete, in televisione). Basta aver voglia (e tempo) di seguirli.
- Sarebbe il caso che coloro che si sono scatenati contro l’«ipocrisia» di queste lacrime, supponendo di assumere una posizione «di sinistra», perché «la Fornero è ricca, mentre i poveri pensionati non arrivano a fine mese, eccetera» riflettessero sulla coincidenza della loro posizione con quella di Libero e il Giornale, e si chiedessero se non sono proprio loro, a essersi troppo concentrati sulle lacrime a sfavore dei contenuti.
- Inviterei tutti, da ambo le parti, a scollegare le lacrime dalle questioni di genere: il tema non è se Elsa Fornero si sia commossa «in quanto donna», né se «le donne usino il pianto per manipolare», e neppure se «a una donna sia concesso di piangere più che a un uomo». Elsa Fornero si è commossa «in quanto persona», punto. Poteva commuoversi anche un uomo, al posto suo? Certo: nella nostra cultura gli uomini sono educati a non piangere e dunque sono in media più capaci di trattenere le lacrime delle donne, ma può accadere anche ai politici, non solo alle politiche, di piangere in pubblico, in momenti di grande tensione e stanchezza. Penso ad esempio alle lacrime di Fassino, appena eletto sindaco (vedi L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola).

Ora, dal punto di vista comunicativo che un personaggio pubblico si commuova non è certo cosa negativa, anzi, perché non solo esprime coinvolgimento personale, ma lo suscita negli altri e lo fa per una sorta di automatismo psico-antropologico: vedere qualcuno piangere ci tocca sempre, sia nel senso della vicinanza empatica, che per alcuni arriva addirittura al contagio, sia nel senso del rifiuto viscerale (per evitare il contagio, appunto). Il che in parte spiega perché le reazioni siano state anche estreme.

Certo, alcuni politici conoscono i vantaggi del pianto in pubblico e lo simulano, se ne sono capaci, al momento opportuno. Ma per simulare il pianto in pubblico in modo credibile, occorre essere attori molto bravi, altrimenti le persone si rendono conto della finzione: ricordo ad esempio quanto sembrò fasulla la commozione di Luca Barbareschi alla convention di Futuro e Libertà nel novembre 2010 (vedi La confezione di Barbareschi e i contenuti di Fini).

Ma Elsa Fornero non è né attrice né politica consumata e la sua commozione era visibilmente autentica. Che la conferenza stampa ne abbia tratto vantaggio dal punto di vista comunicativo è indubbio: senza di lei Monti sarebbe apparso ancora più freddo e Passera ancora più consigliere di amministrazione. Ma chi l’accusa di strategia manipolatoria soffre evidentemente di allucinazioni.

E chi la sbeffeggia «in quanto donna» non vede che la commozione di Elsa Fornero è stata molto più maschile – se di differenze di genere vogliamo parlare – di quanto voglia ammettere, perché subito seguita da scuse, e soprattutto compensata da una chiarezza e lucidità di esposizione – prima e dopo le lacrime – che i suoi colleghi uomini non sono riusciti a eguagliare.

GIORNATA NAZIONALE CONTRO LA PEDOFILIA

Giornata nazionale contro la pedofilia: la fotografia della situazione in Italia
di Stefano Giuntini

Gli abusi sessuali sui minori sono il 4 per cento di tutti i maltrattamenti sui bambini. A segnalarlo oggi, in occasione Seconda Giornata nazionale contro la Pedofilia, è Telefono Azzurro. Tra il primo gennaio 2008 al 15 marzo 2010, su 6.623 casi segnalati alle linee di ascolto quelli relativi ad abusi sessuali sono stati infatti stati 269. Si tratta di segnalazioni provenienti soprattutto da Lombardia, Lazio e Veneto (30%).

Per quanto riguarda le forme di abuso segnalate, si tratta soprattutto di 'toccamenti' (136). Molto numerosi (88) sono però i casi di abusi sessuali in cui chi ha fatto la denuncia non riesce a definire l’atto, ma sono presenti comunque segni fisici o comportamentali che fanno sorgere sospetti di abuso

Sono soprattutto le bambine e le adolescenti le principali vittime di abusi sessuali (il 66% dei casi circa), in linea con i dati disponibili a livello internazionale. È tuttavia degno di nota il fatto che una segnalazione su tre riguardi minorenni maschi (89 casi, ovvero il 33,8%) a conferma che anche bambini e adolescenti maschi sono significativamente coinvolti in atti di abuso sessuale, soprattutto se in età inferiore agli 11 anni. Le vittime di abuso sessuale segnalate a Telefono Azzurro hanno infatti generalmente un’età inferiore agli 11 anni (57,6%).

Le femmine subiscono in misura maggiore toccamenti (87 casi femmine vs. 46 maschi) e abusi con penetrazione (29 femmine vs 12 maschi). Più spesso dei maschi, inoltre, ricevono proposte sessuali di tipo verbale (24 casi). I maschi sembrano essere più spesso costretti ad assistere ad atti sessuali (10 casi) oltre che a penetrazioni anali (11 casi).
Nel 90,3% dei casi le vittime degli abusi sono stati minori italiani; nel restante 9,7% si tratta invece di bambini e adolescenti stranieri, provenienti principalmente da Paesi dell’Est.

Ma chi è di solito che compie questi abusi? Anche in questo caso, i dati raccolti da Telefono Azzurro smentiscono il luogo comune secondo il quale il pedofilo è quasi sempre un estraneo. Nella maggior parte dei casi infatti gli abusi sessuali sono commessi da persone appartenenti al nucleo familiare: padri, madri, noni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti. Se solo l’11% circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di soggetti esterni alla famiglia ma comunque conosciuti: tra questi, spiccano gli amici di famiglia (12,9%) e gli insegnanti (9% circa), i vicini di casa (4,7%). L’1,2% delle segnalazioni al Telefono Azzurro riguarda figure religiose.
Un altro dato interessante è quello relativo alle donne autrici di abusi sessuali che riguardano il 12.2% di segnalazioni (21 casi).

Fonte:
http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=26531


Gli abusi dei sacerdoti italiani secondo le cifre fornite dai governi

Gli organi di informazione si riempiono sempre più spesso di notizie su casi di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, ma mancano cifre ufficiali sulla diffusione del fenomeno: di qui un balletto di cifre che assume talvolta aspetti surreali. In realtà, un modo per conoscere quantomeno le cifre “ufficiali” c’è.
L’articolo 17 della legge 3 agosto 1998, n. 269 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù) stabilisce infatti che il Presidente del Consiglio dei ministri presenti ogni anno al Parlamento una relazione sulla materia.
I governi succedutisi negli ultimi dieci anni hanno adempiuto a questo obbligo soltanto cinque volte:

- nel luglio 2000
- nell’agosto 2002
- nel febbraio 2004
- nel marzo 2006
- nell’aprile 2008

Stando alle relazioni, i casi riguardanti sacerdoti/religiosi risultano essere i seguenti:

1999: 21 su 926
2000: 3 su 476
2001: 0 su 222
2002: 0 su 481
2003: 0 su 605
2004: 3 su 606
2005: 3 su 538

Nel periodo osservato, dunque, secondo i governi italiani sarebbero stati verificati 30 casi su 3854: 7,7 ogni 1.000. In Italia, secondo quanto riporta l’Annuarium Statisticum Ecclesiae, i religiosi sono circa 54.000, quasi 1 ogni 1.000 adulti; anche aggiungendo le professe, si arriva a circa 150.000 quadri, circa 3 ogni 1.000. Quantitativamente, secondo le relazioni, il maggior numero di abusi si verifica in ambito familiare; seguono la scuola, l’ambito sportivo, e alcune categorie quali medici curanti, baby sitter, datori di lavoro, dipendenti di istituti minorili: solo questi ultimi sembrano avere al proprio interno una percentuale di abusatori superiore a quella dei religiosi.
La relazione del 2000 è l’unica a commentare le cifre relative ai religiosi, scrivendo che “un altro dato allarmante per quanto numericamente meno significativo, riguarda il numero di bambini che hanno subito violenze da parte di persone tradizionalmente e istituzionalmente reputate sicure ed affidabili, ovvero i religiosi e i responsabili educativi (insegnanti, educatori, tutori). Considerati nel complesso questi risultano indicati in 37 casi (pari al 5,6%) [NDR: 21 religiosi e 16 educatori]. Pur essendo un fenomeno di ridotte dimensioni, questo dato segnala come anche nel nostro Paese sia necessario sviluppare, pur senza falsi allarmismi, un’attenzione rispetto alla possibilità del verificarsi di abusi anche in ambiti educativi diversi dalla famiglia”.
Come si può notare, sono due anni che la relazione attende di essere presentata in parlamento: data l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento, sarebbe opportuno che il governo provveda al più presto, aggiornando altresì i dati forniti, ormai datati.

Fonte:
http://www.uaar.it/news/2010/04/01/gli-abusi-dei-sacerdoti-italiani-secondo-cifre-fornite-dai-governi/


In Italia aumenta il numero di casi di abuso sui minori non ancora denunciati. Nel dossier di Telefono Azzurro le cifre di un fenomeno ancora troppo sottovalutato
di Nicolò Maria Iannello

Il dramma quotidiano che vivono tanti bambini e adolescenti non può essere taciuto. Per questo, il 5 maggio è la Giornata dedicata in tutta Italia alla lotta alla pedofilia e alla pedopornografia. Un’occasione per riflettere, discutere e proporre strategie di intervento nel contrasto a un fenomeno che desta sdegno, ma che «troppe volte viene sottovalutato», si legge nel dossier annuale pubblicato da Telefono Azzurro. Come è accaduto nella Capitale, a Palazzo Valentini, con il convegno organizzato dall’associazione Giovanna d’Arco, dedicato proprio al tema “Abusi e traumi infantili: fattori eziologici della personalità pedofila e della sua vittima”.

In Italia, confermano i dati forniti dall’associazione, gli abusi sessuali sui minori sono il 4% di tutti i maltrattamenti che gli adulti perpetrano nei confronti dei più piccoli. Dal dossier emerge il profilo dei responsabili degli abusi: nel 29% dei casi è proprio il padre ad approfittarsi dei figli; sempre nell’ambiente familiare, Telefono Azzurro stima che la percentuale di “altri parenti” che abusano dei minori ammonta al 13,5%. Gli estranei sono il 10%. Il dossier permette di tracciare anche l’identikit delle vittime: sei bambini su dieci tra quelli che hanno subito abusi sessuali non hanno ancora compiuto 12 anni; nel 66% dei casi si tratta di bambine. I minorenni maschi sono oltre il 33%, e sono tutti di età inferiore agli undici anni.

Quello che viene messo in evidenza dalle statistiche non è che la punta di un iceberg di un problema che non riguarda più soltanto le fasce degradate della popolazione. «I carnefici - spiega Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro - sono molte volte persone perfettamente integrate e appartenenti a ogni contesto sociale, quindi difficili da riconoscere».

Per sensibilizzare il mondo degli adulti che ruotano intorno ai minori, il Telefono Azzurro ha stilato un manifesto contro la pedofilia, consultabile sul sito www.azzurro.it.

Fonte:
http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=5955


Il 60% delle vittime non ha ancora compiuto 12 anni
«Alto il numero di casi non denunciati»
Telefono Azzurro: gli abusi sessuali sui minori sono il 4% di tutti i maltrattamenti sui bambini

ROMA - Sono il 4 per cento di tutti i maltrattamenti sui bambini gli abusi sessuali a minori. Nella giornata nazionale contro la pedofilia che si celebra oggi, Telefono Azzurro diffonde un dossier che prende in esame tutti i contatti e le richieste di aiuto ricevute dal gennaio 2008 al marzo 2010. Non sono pochi. Quel 4 per cento è solo la percentuale «contata» dagli operatori di Telefono Azzurro, «in realtà — spiega il presidente Ernesto Caffo — sono migliaia i casi di abuso sessuale grave e decine di migliaia i casi meno gravi».
DEGRADO E NON SOLO - L’infanzia abusata in Italia non è un’infanzia emarginata e degradata. «Fino a qualche tempo fa si pensava che queste cose accadessero in ambienti sociali degradati — continua Caffo —. Non è così, adesso sappiamo che gli abusi sessuali avvengono in ogni contesto sociale e che i carnefici spesso sono persone perfettamente integrate, quindi difficili da riconoscere». Sei bambini su dieci tra quelli che hanno subìto abusi sessuali non hanno ancora compiuto i 12 anni. «Questo dato deve far riflettere, i bambini così piccoli sono quelli che hanno minori difese, che non hanno protezione e che spesso non aprono bocca perché si sentono in colpa. Bisogna agire su due fronti: quello dell’osservatorio per monitorare quanto più possibile, e poi quello degli strumenti di prevenzione. Inoltre, il bambino violato ha bisogno di sostegno, deve comprendere che non è colpevole, deve prendere coscienza che è lui la vittima».

CONOSCENTI - Nella maggior parte dei casi, si legge ancora nel dossier, consultabile sul sito Azzurro.it, gli abusi sessuali sono commessi da persone di famiglia, genitori, nonni, parenti, ma anche in ordine decrescente conviventi, amici di famiglia, insegnanti, educatori. C’è anche un 1,6 per cento che riguarda figure religiose. Gli estranei, quelli che non si conoscono e che carpiscono la fiducia del bambino o del ragazzo, sono l’11 per cento. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere e in Italia il numero di casi non denunciati è molto alto — dice ancora Ernesto Caffo —. Mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra istituzioni e associazioni». In linea con i numeri disponibili a livello internazionale, il dossier di Telefono Azzurro rileva che sono soprattutto le bambine e le adolescenti le principali vittime di abusi sessuali, si tratta del 66 per cento dei casi. Tuttavia una segnalazione su tre riguarda minorenni maschi, sono oltre il 33 per cento, a conferma che anche bambini e adolescenti maschi sono significativamente coinvolti in atti di abuso sessuale, soprattutto se di età inferiore agli 11 anni.

Fonte:
http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_04/giornata-contro-pedofilia_895fda9e-57ba-11df-8ce3-00144f02aabe.shtml
di Luigi Offeddu, Corriere della sera
7 marzo 2011

Perfino nell'Europa del 2011, sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un'oggettiva difficoltà di vivere. Questo dicono i dati che l'Eurostat, l'istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell'8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell'Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l'aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario.

"PERCHE' LO ABBIAMO FATTO". PARLANO GLI UOMINI

Corriere della Sera
25 maggio 2012

Incapacità di vivere una relazione di coppia, paura di stare soli. La fragilità dietro gli abusi italiane dichiara di aver subito violenza, significa forse che il 25-30% degli uomini sono delinquenti? Impossibile. Esiste piuttosto un sommerso enorme in Italia, che richiede un cambiamento profondo nelle relazioni, nella capacità di saper gestire i conflitti.
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di Lea Melandri, La 27esima ora
29 luglio 2012

Ho deciso di tornare sul caso di Anne-Marie Slaughter perché penso che, nella sua eccezionalità - una donna chiamata a dirigere il policy planning del Dipartimento di Stato statunitense e che dopo due anni ha preferito lasciare il prestigioso incarico per la sua cattedra all’università di Princeton - ci permetta di riprendere il tema della “conciliazionefamiglia/lavoro con qualche argomento in più.

SE NON SI TRATTASSE DI MORALISMO?

di Lea Melandri, La 27esima ora
5 marzo 2012

Sembra che siano in tanti e tante ad avere un aggettivo da applicare alla parola “femminismo”. C’è chi lo definisce “violento”, nemico della femminilità e chi, al contrario, “moralista”, attaccato ai valori “autentici” del femminile. Pochi sanno di che cosa stanno parlando, nel senso che, pur esistendo ormai archivi, biblioteche, centri di documentazione pieni di materiale storico al riguardo, c’è da dubitare fortemente che qualcuno abbia interesse e curiosità a darci un’occhiata.

QUEL "NO" SULLE BARACCHE FERMA LE RUSPE

corriere.it, 10 maggio 2011

Il sindaco fa ripartire gli sgomberi, ma «salva» le case dei rom con i bimbi in età scolastica, dopo gli appelli di Caritas e Sant'Egidio. L'Arpj: «Così si discrimina»

Salvati dallo sgombero da una scritta sulla baracca: un «No» tracciato con vernice rossa. Tutto intorno, altre abitazioni di fortuna distrutte, rase al suolo, le persone evacuate. Riprendono nella Capitale gli sgomberi dei campi nomadi abusivi, dopo la tregua concessa dal sindaco tra Pasqua e l'inizio di maggio. Ma i nomadi che hanno i bambini iscritti a scuola, sono stati «graziati» dal Comune: possono rimanere negli accampamenti abusivi fino alla fine dell'anno scolastico dei figli. Con il marchio sulla baracca e la distruzione fuori.

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