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HUFFINGTON POST

Huffingtonpost
01 12 2014

A causa della pioggia i residenti delle tende A2.59, A2.60, A2.61 e A2.62 hanno occupato le tende vuote circostanti. Alcuni di loro, una madre e 4 bambini, sono rimasti fuori: la loro tenda era piena zeppa di acqua. In quel momento di tende vuote vicine non ce n'erano e intanto continuava a piovere incessantemente. Allora le abbiamo fatte entrare nella nostra, dove di acqua ce n'era pochissima. Per fortuna mia madre e mio padre avevano passato il pomeriggio ad accumulare terra intorno alla tenda. Un'altra famiglia ha passato invece la notte in macchina. In realtà anche parte della mattina, finché la terra ha smesso di essere acqua per diventare fango - almeno percorribile.

Domenica 30 novembre ho parlato con tante persone, e tutti la pensano allo stesso modo. "Questi problemi non si risolveranno presto: le tende mancano tutte di una base concreta in cemento. E fino a quando non ci sarà avranno la funzione di vasche da bagno quando piove. L'alternativa è andarsene dal campo".

Altre 25 tende in un'altra parte del settore dove abito sono state fortemente danneggiate. Ma le persone non sono potute andare da nessuna parte. Hanno passato la notte cercando di resistere - non so come - contro l'acqua. Nessuno oggi ha chiesto a queste persone come stanno e cosa sia possibile fare per loro. Né il dmc (camp management del campo) né alcuna altra organizzazione.

La pioggia in questione è avvenuta mercoledì 26 novembre. È il racconto di Khaled, operatore di Un ponte per... nel campo per sfollati iracheni di Shariya (circa 15 km da Dohuk), tradotto dall'arabo all'inglese da Sulayman, suo collega, e accompagnato dalle foto che suoi amici hanno condiviso su Facebook. Me le ha fatte avere Salam, che ugualmente lavora con noi nelle aree urbane del Governatorato. Dopo averle viste sono tornato a Shariya, e "dal vivo" ho constatato goccia dopo goccia quanto mi era stato riferito. Insieme abbiamo fatto un giro lungo del campo, partendo dai depositi di cibo, vestiti e altri beni di prima necessità che poco alla volta vengono distribuiti. Poco, alla volta. Come la terra che manca sotto la rete che delimita i settori del campo. Le persone la usano per ricoprire i bordi delle tende. Per fare massa, per contrastare la pioggia. L'immagine che sembra riassumere al meglio il quadro fangoso del campo è l'enorme tir del World food programme che ha portato scatoloni di cibo nel campo. Doveva scaricarli vicino alle tende-deposito ma è rimasto incagliato nel fango poco dopo l'ingresso. Somiglia a una nave che affonda, mentre tre macchine-scialuppe di salvataggio mettono "in salvo" il carico e lo trasportano dal tir alle tende.

Proseguiamo lungo i settori, le tende, la ghiaia e il fango. Le persone salutano, una bambina salta con la corda, alcune donne svuotano le tende dall'acqua, dei ragazzini ci lanciano pietroline e mi chiedono "What's your name?". Vogliono giocare, loro, mentre un signore ci mostra la sua nuova "casa". È il caravan delle lavatrici, una lavanderia pubblica che non funziona a gettoni e che ha la porta aperta. Per fortuna, perché altrimenti la notte scorsa lui, la moglie, i suoi cinque figli, il fratello e i suoi genitori sarebbero rimasti in piedi per cercare di bagnarsi solo i piedi. Banale, troppo, chiedere se il danno sia stato riportato al camp manager. La risposta è furiosa, e a cosa serve riportarla?

Shariya non è stata l'unica pozzanghera ad ospitare migliaia e migliaia di famiglie. A Garmawa e Khanke la situazione è molto simile e l'unica, determinante differenza la fa chi ha costruito il campo. Perché significa individuare subito chi ha dato alle tende una base in cemento e chi invece ha forse pensato che la ghiaia svolgesse il suo ruolo rinfrescante come fa d'estate. Ma qui siamo in inverno, ormai abbastanza inoltrato. E durerà per almeno altri tre mesi.

Per questo le domande che ci si può porre sono abbastanza insolite. Ci si aspetterebbe una rabbia ricchissima, una rivolta di popolo, ma di quelle vere, di cui c'è da aver paura. E invece le parole forti sono sporadiche. Ci sono, non mancano affatto. Dispiacere e dispiacersi sono i verbi che descrivono forse al meglio quanto gli occhi vedono in un'istantanea. Per capire di più occorre fermarsi, ascoltare, parlare con chi questo dramma lo vive da mesi e sotto ogni punto di vista.

Khalid, per fare un esempio immediato, è arrivato in Kurdistan dopo essere fuggito dal suo villaggio vicino Sinjar, Khatania. Prima però ha passato 7 giorni imprigionato nel palazzo dove abitava insieme ad altre famiglie. Daesh era arrivato e aveva conquistato tutto. Vorrei passare un'intera giornata con lui ad ascoltare quanto ha da raccontare. E moltiplicherei questa esperienza per oltre 700 mila, quanti sono gli iracheni rifugiati in Kurdistan solo qui a Dohuk.

Numeri, abbondanza, ricchezza. Di quella vera, non solo incommensurabile come la sensazione che ti lascia un sorriso e la dignità con cui le persone che incontri ti accolgono, raccontano, collaborano e ti offrono del tè. È grande, davvero, e non sai come e se ringraziare se ti viene offerto un letto, pasti di una bontà indescrivibile, e l'accompagnamento a luoghi sacri che mai avresti pensato di visitare.

La settimana scorsa Husam, Sudad, Gigi ed io siamo andati a Baadre, dove ci sono le rovine del castello dove risiedeva l'ultimo imperatore ezida*. Ora oltre alla popolazione locale ci sono più di 1.700 famiglie ezide e cristiane scappate da Sinjar e Bashiqa. Vivono in case incomplete, e della generosità della comunità. Per il resto aria, té, sole, pioggia e attesa. Hassan e Khasan, fratelli, sostengono la famiglia portando l'acqua, andando in giro cercando aiuto, provando ad avere i contatti giusti. Shammu invece ha come unico passatempo guardare i bambini che giocano fuori, quando c'è il sole, che gli riscalda un po' la pelle. È invalido, gli manca una gamba da 15 anni, postumi di una storia che nel 90% dei casi è molto fresca nella memoria delle persone. Più di quella iniziata con la Guerra del Golfo del 1991 e delle più recenti invasioni statunitensi e di Daesh. È la guerra Iraq-Iran dell' '80-88. Terribile, violentissima, nei ricordi curdi delle persecuzioni di Saddam, e nelle reminiscenze irachene della prigionia iraniana. Che nel caso di Khasan è durata 7, lunghissimi anni, dopo i quali una vita normale non è stata più possibile. Oggi senza la famiglia del fratello lui non sarebbe nessuno, "perché sono schizofrenico, non so stare con una donna, e non posso farcela da solo".

Dopo Baadre è arrivata la volta di Lalish, il tempio sacro per eccellenza degli Ezidi*. Qui le parole forse sono inutili. Difficile descrivere l'atmosfera incantata, tetra e al tempo stesso pacifica che abbiamo trovato sul far del tramonto, mentre entravamo e leggevamo i cartelli "No hunting", divieto di caccia. La violenza nel credo ezida è vietata.

Percorrere a piedi la strada che porta al tempio, i volontari che puliscono il percorso e il tempio con scope di faggina - o rami secchi assemblati meticolosamente. Fedeli che distribuiscono cordicine bianche intrise di olio per sostenere la fiamma. "Fuoco, acqua e terra sono la base della vita, per noi ezidi è il principio da cui nasce il resto", mi dice Hussam. Il tempio infatti ne è pieno di fuoco, acqua e terra, attorno ai quali si prega, si baciano le mura, ci si stringe le mani, si esprimono desideri facendo nodi alle lenzuola colorate che adornano le colonne, all'interno. Di questa ricchezza ne respiri il sapore, lo osservi in silenzio mentre ascolti racconti che non potrebbero finire mai.

Poco prima di arrivare a Lalish, proprio a 1 km di distanza, c'è un pozzo petrolifero. Ce lo indica la fiamma, che brucia 24 ore su 24 ore e non ha nulla a che vedere con la sacralità del tempio. Però racconta anch'essa qualcosa di importante. Ricorda che l'Iraq è un paese profondamente ricco. Di petrolio, di acqua, di cibo, di umana bellezza. Te ne parlano tutti, sfollati che vivono dei campi, gli abitanti di Dohuk, imprenditori, commercianti, religiosi, rifugiati siriani. Anche in questo caso la domanda è di una superficialità ed efficacia disarmante. "Perché allora tutto questo? Come fai a torcere un solo capello a questa ricchezza?". La risposta è un'altra storia, e non ce n'è una sola, e nessuna è scontata. Nessuna è decisiva. Venerdì 28 novembre, c'è il sole, non piove. Per alcuni credenti sono sicuro che sia un segnale divino. Ma anche per altri credo non manchi l'occasione di sorridere, una volta di più, di fronte al fango che li circonda.

 * Il termine Êzid significa "Dio". È da lì che origina il nome della religione e della comunità. "Yazida" invece è stato introdotto da Saddam Hussein, nel senso che è stato scritto proprio sulla carta di identità di coloro che da allora sono stati conosciuti più comunemente come "yazidi". Questo perché c'è stata la volontà politica di assegnare le loro origini al periodo di Umayyad Caliph Yazid, califfo ottomano della dinastia Ummayad che ha regnato dal 647 al 683. In pratica è significato mettere nero su bianco che gli Ezidi sono di origine musulmana, fatto assolutamente non vero. Questa storia me l'ha raccontata per la prima volta l'amico Latif al-Saadi prima di partire. La stessa storia me l'ha ricordata Hussam, prima di arrivare a Lalish.

Testo già pubblicato su Osservatorio Iraq - Medio Oriente e Nord Africa

(Post di Stefano Nanni, Community Mobilization Coordinator Dohuk Area, Un Ponte per...)

Huffingtonpost
30 11 2014

di Chiara Piotto

Il Brasile offre gratuitamente ai malati di Aids che soffono di lipodistrofia un intervento di ricostruzione facciale per tutelarli dalla discriminazione. Prevenzione. Assistenza. Terapia. Queste le parole chiave della lotta contro l'Aids, la malattia del sistema immunitario riconosciuta per la prima volta nel 1981. Il progetto a tappe del fotografo milanese Nanni Fontana ha l'ambizione di ritrarne gli effetti a distanza di 33 anni in Brasile e in altri quattro Paesi del mondo: Thailandia, Mozambico, Ucraina e Stati Uniti. Nato in collaborazione con l'Organizzazione mondiale della sanità, Out of Sight si è sviluppato dal 2011 al 2013 e dal 28 novembre al 7 dicembre sarà in mostra all'AMY-D Arte Spazio di Milano, in coincidenza con la giornata mondiale della lotta contro l'Aids il 1 dicembre.

"La didattica nelle scuole è fondamentale - ha spiegato il fotografo alla presentazione del lavoro al Parallelozero Café di Milano - per trasmettere alle nuove generazioni l'idea che l'hiv non è legato solo ad un mondo 'altro', all'omosessualità o alla droga. A causa dell'ignoranza la discriminazione che i malati devono affrontare è altissima e nessuno fa il test: in Italia un quarto della popolazione sieropositiva non sa di esserlo, molti fanno il test e poi non vanno a ritirare il risultato per paura. "

"Entrai in contatto con questa realtà quando mi sottoposi io al test - ha raccontato Fontana - e mi resi conto che c'era ancora bisogno di informare: perché molti credono che l'Aids sia una malattia sonfitta, scomparsa, e si sbagliano. Decisi di raccontare la storia di alcuni tra i Paesi più coinvolti. Ho scelto la Thailandia, meta per eccellenza del turismo sessuale, il Mozambico dove è altissimo il tasso di trasmissione madre-figlio, il Brasile che ha trovato il modello di risposta più efficace con la produzione delle medicine, l'Ucraina che dopo la caduta dell'Urss ha avuto una fortissima esplosione per via delle iniezione endovenose e infine gli Stati Uniti, il Paese che spende più di tutti per la ricerca."

Ad oggi sono circa 36 milioni le persone affette da hiv nel mondo. Solo 2012 ci sono state 2,3 milioni di nuove infezioni di cui ben 4mila in Italia.

Huffington Post
27 11 2014

"Ass Hunter", Google rimuove il gioco "omofobo". Lo scopo era quello di uccidere i gay. Scaricato da più di 10mila utenti

"Play and don't be gay" ("Gioca e non fare il gay"): è questo il motto di "Ass Hunter", il videogioco approdato in versione mobile nello store di Google Play, poi giudicato "omofobo" e rimosso. Lo scopo è quello di uccidere gli omosessuali che corrono nudi sullo schermo. Se si fallisce la missione e si perde troppo tempo, i gay iniziano a molestare il "cacciatore". "Ricorda, quando loro ti prenderanno ti faranno ciò che vogliono", recita uno slogan.

In circolazione dal 2002, il gioco solo recentemente era riuscito ad arrivare su Android passando attraverso lo store di Google Play. Nonostante fosse chiara l'incitazione alla violenza e il messaggio contro l'omosessualità, l'applicazione ha avuto successo e, nel breve periodo in cui è stato possibile scaricarla, il download è stato effettuato da circa diecimila utenti. Molti hanno espresso il loro gradimento votandola con cinque stelle.

Dopo numerose critiche e segnalazioni, Google ha deciso di rimuovere il gioco. Ma prima della rimozione, lo store presentava così l'app: "Uno dei più popolari giochi in cui si uccidono i gay è ora su Android!". Secondo molti utenti ai quali il gioco non è affatto piaciuto, Google ha rimediato troppo tardi e troppo lentamente al suo errore, mancando di sorvegliare. "Possono anche esistere giochi di questo genere - scrive uno di questi su Twitter - il problema riguarda chi gli dà spazio e gli concede le piattaforme per diffondersi".

Ilaria Betti

 

 

Huffingtonpost
22 11 2014

"Le città non sono fatte di abitazioni, ma di abitanti", c'è scritto sul sito di DAR-casa, una delle cooperative a proprietà indivisa che hanno meglio operato nell'edilizia sociale a Milano.

Dovremmo scrivercela nel pensiero questa frase.

Le occupazioni, gli inquilini morosi, l'abbandono, gli sgomberi, le porte sprangate...non devono essere gestiti solo come un problema di spazi e vani: da liberare o da riassegnare.

In Italia ci sono più appartamenti che famiglie; e più vani che abitanti.

Ci sono decine di migliaia di appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica vuoti (e altre migliaia occupati abusivamente) e 700mila cittadini in lista di attesa; con la media attuale ci vorrebbero 1000 anni per farli entrare tutti nell'abitazione a cui hanno diritto.

In Italia ci sono decine di migliaia di persone (soprattutto giovani) che non rientrano nei parametri ERP ma non riescono ad accedere al mercato libero. E centinaia di migliaia di appartamenti e uffici privati vuoti, perché sfitti e invenduti.

Ma questi paradossi non si risolvono solo con l'efficienza di chi amministra e con la forza legittima degli sgomberi. Non basta, da solo, un piano per gestire meglio la contabilità e le procedure di assegnazione degli ex IACP (oggi Aler); e neppure -bisogna saperlo- è sufficiente una politica di ripristino della legalità che eviti, finalmente, che la fragilità di chi occupa le case ERP annulli i diritti ad abitare dei cittadini in lista di attesa, spesso ancora più fragili.

Serve per la casa lo stesso ribaltamento di paradigma che si è fatto per il lavoro, quando l'attenzione delle politiche pubbliche si è spostata: dal posto di lavoro alla vita di chi lavora.

Quello che serve oggi è una politica per la casa che sposti l'attenzione: dagli spazi da abitare - agli abitanti e alle loro vite.

Serve un intervento coordinato -città per città- che coordini i progetti di recupero e riequilibrio del patrimonio ERP, con il potenziamento dei progetti di Social Housing (che affittano al doppio dell'ERP e alle metà del mercato libero) e con le politiche per reimmettere sul mercato delle abitazioni a basso costo le migliaia di appartamenti e uffici privati vuoti.

E per far questo, servono nelle grandi città Agenzie della Casa che affrontino con una visione integrata il problema dell'abitare.

Coinvolgendo gli enti locali, le banche e il mondo dei piccoli proprietari privati. Agenzie per la Casa con una regia pubblica, che uniscano le politiche sulla casa a quelle sui servizi sociali e sulla cultura. Che orientino ogni intervento secondo una visione integrata dei problemi di quel territorio. E che si affidino per questi alle cooperative e i soggetti del privato sociale; i soli che sanno come intervenire nella vita degli inquilini delle abitazioni popolari; come sostenerli nell'accesso ai servizi di quartiere (asili, centri anziani, ma anche biblioteche di condominio...) e nella ricerca di un lavoro; come accompagnarne le scelte di mobilità; come aiutarli ad uscire dalla morosità o dall'illegalità.

Le città non sono fatte di abitazioni, ma di abitanti.

Huffington Post
21 11 2014

Amina ha 11 anni, nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre era sola nella capanna di fango a Tabit, cittadina a 45 chilometri dalla capitale del Nord Darfur, el-Fasher. Tre uomini sono entrati, l''hanno picchiata e violentata a sangue, a turno, più e più volte. Una guarnigione dell'esercito del Sudan, supportata da milizie filo-governative, era arrivata nel villaggio con i kalashnikov spianati. I militari hanno radunato e immobilizzato gli uomini e, minacciandoli di morte, gli hanno impedito di reagire e di proteggere le loro donne. In duecentodieci, tra cui 79 adolescenti e 8 bambine, sono state stuprate in poche ore. All'origine di tale inconcepibile violenza il presunto coinvolgimento di alcuni residenti nella scomparsa di un militare. Il brutale atto sessuale è stato usato come arma di guerra.

Il due novembre Italians for Darfur ha raccontato sul proprio blog quello che era avvenuto, in contemporanea ad altre organizzazioni per i diritti umani che hanno diffuso testimonianze sulla vicenda. Mentre in gran parte del mondo anglosassone i media hanno rilanciato la notizia, nel nostro paese è stata totalmente ignorata.

Venerdì 21 novembre Unamid, la missione Onu dispiegata in Darfur, ha annunciato che presto avvierà una nuova indagine, a distanza di una settimana dal report con cui affermava che non era possibile accertare l'accaduto. La realtà è che i testimoni avvicinati erano stati intimiditi dalle forze governative e nessuno ha avuto il coraggio di parlare. Dopo l'ondata di indignazione sui social media che da subito ha travolto la rete, il team di peacekeepers che aveva indagato sulle accuse rivolte ai militari sudanesi - concludendo che non ci fossero elementi per appurare le responsabilità dello stupro - tornerà presto nel villaggio per ascoltare le vittime dirette delle violenze. Le stesse che sono state intervistate da Radio Dabanga e che hanno raccontato i dettagli di ciò che è accaduto in quella terribile notte.

Per tenere alta l'attenzione sulla vicenda, venerdì 28 novembre, in tutto il mondo, i profughi sudanesi manifesteranno davanti ai parlamenti dei paesi in cui sono rifugiati insieme agli attivisti della coalizione di organizzazioni internazionali 'Sudan365', tra cui Italians for Darfur, Amnesty International e United to end genocide. Se il mondo punterà lo sguardo su Tabit forse questa volta sarà possibile raccogliere le testimonianze di ciò che li è avvenuto e che il governo continua a negare, nonostante il comandante della guarnigione abbia confermato che alcuni suoi uomini quegli stupri li hanno compiuti. Per impedire che episodi del genere possano essere ancora perpetrati impunemente è necessario sottrarre la regione del Sudan dal cono d'ombra in cui è precipitata da quando Khartoum, nel giorno in cui al presidente Omar Al Bashir venne notificato il mandato di arresto della Corte penale internazionale per i crimini in Darfur compiuti dalle milizie janjaweed tra il 2003 e il 2006, espulse le maggiori ong internazionali, sentinelle di quanto quotidianamente avveniva nella regione sudanese che in undici anni di conflitto ha superato le 300 mila vittime e conta oltre due milioni di sfollati.

Antonella Napoli

L'anno record delle emergenze umanitarie

Huffington Post
20 11 2014

Prima c'è stata l'estate torrida, ora si avvicina l'incubo dell'inverno con le temperature che scendono a precipizio. Per le centinaia di migliaia di persone che in Iraq sono in fuga o hanno trovato un riparo precario, anche il clima può trasformarsi in nemico. La condizione umanitaria di moltissimi, già pessima a causa del persistere del conflitto, rischia di aggravarsi ancora di più. In Iraq, da metà giugno, 1,8 milioni di persone sono sfollate, molte non hanno accesso ai servizi di base con scarsa disponibilità di cibo e acqua. Tante vivono in ripari di fortuna. Senza contare gli oltre 180.000 rifugiati in fuga dal conflitto in Siria e giunti in Iraq. Nel sud del paese si attende un nuovo flusso di sfollati. Si moltiplicano le aree di stoccaggio del cibo. Si cercano nuove "rotte" per instradare gli aiuti che oggi arrivano soprattutto attraverso la Turchia e le province di Dahuk e Erbil nella Regione autonoma del Kurdistan.

Negli ultimi quattro mesi, dal network di basi di pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite (Unhrd), gestito dal Programma alimentare mondiale (Wfp), sono partite 3,5 milioni di tonnellate di beni per la risposta all'emergenza in Iraq. Ma ogni sforzo rischia di infrangersi contro le risorse limitate su cui la comunità umanitaria può contare. Lo ricordava giorni fa anche la portavoce per l'Italia dell'Alto commissariato per i rifugiati, Carlotta Sami. Lo ripete da tempo il Wfp, la cui operazione è finanziata sino a dicembre di quest'anno ma che rischia di dover ridurre il proprio intervento se non reperirà decine di milioni di dollari necessari alla propria operazione nei primi quattro mesi del 2015.

Viviamo un periodo di crisi senza precedenti. Nel 2011, le Nazioni Unite hanno introdotto un nuovo sistema di classificazione delle emergenze umanitarie. Il livello 3, detto L3, è il più alto. Ebbene oggi, ci sono 5 crisi classificate come tali: Iraq, Siria, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e i paesi colpiti dal virus Ebola in Africa Occidentale. È il massimo concentrato di emergenze di questo livello da quando le Nazioni Unite hanno introdotto il nuovo sistema di "misurazione". L'eccezionalità si misura in termini di ampiezza, complessità, urgenza e capacità di risposta a queste crisi. Basti pensare che nella prima metà del 2014 il Wfp ha inviato, per via aerea, 56 volte più cibo e altri beni d'emergenza di quanto ha fatto nello stesso semestre dell'anno precedente.

È un quadro di crisi profondissima che deve far riflettere e spingere ad agire i governi ma utile anche a far conoscere ai tanti cittadini che pensano di proteggere la propria (finta) tranquillità al grido di "rimandiamoli tutti a casa". Difficile tornare dove la casa brucia.

Vichi De Marchi


 

Huffingtonpost
17 11 2014

L'indagine della polizia e speriamo un sollecito intervento del Miur (che ieri non ha trovato parole pubbliche di condanna) chiariranno la vicenda del professore accusato di aver insultato uno studente quattordicenne con una frase del tipo: "Essere gay è una brutta malattia e tu lo sai bene vero?" attuando poi, secondo le testimonianze dei compagni di classe, una vera e propria aggressione ai danni del giovane. Le cronache giornalistiche parlano di un adolescente turbolento, con problemi di apprendimento, in verità eterosessuale, tutte ipotesi da prendere con le pinze. Il tema rimane se è perché quel docente abbia davvero fatto scattare un'azione, che se comprovata, dovrebbe portare all'immediato licenziamento.

C'è un clima pesante che si è addensato sulla scuola italiana, forse un po' abbandonata in questi mesi di governo Renzi da un ministro, Stefania Giannini, magari pure mossa da buone intenzioni, ma politicamente debolissima, a capo di un partito ormai inesistente, soggetta alle pressioni delle associazioni cattoliche reazionarie che colgono ogni occasione per mettere in discussione il ruolo costituzionale della scuola pubblica. È di qualche giorno per esempio la pubblicazione su Famiglia Cristiana di un decalogo a cura del Forum delle famiglie che in dodici punti sollecita i genitori cattolici a difendersi dalle scuole che favoriscono la teoria gender (una poetica inventata dalla cultura clericale, di cui nessuno comprende i contorni). La premessa di questa guida chiarisce bene gli intenti: "Prima dell'iscrizione verificate con cura i piani dell'offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave cui prestare attenzione sono: educazione all'effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l'indottrinamento del gender".

L'attacco è preciso e mira al cuore stesso della funzione educativa del sistema scolastico italiano, come l'altro tentativo della curia milanese di schedare, attraverso un questionario distribuito ai seimila insegnanti di religione della provincia, quali scuole si macchiassero di trattare i temi sopra descritti. Se l'odio si sparge nel luogo della conoscenza, il nostro paese è perduto, perché sempre più gli adolescenti, che siano eterosessuali o omosessuali, magri o obesi, abili o disabili, bianchi o neri, si sentiranno soli. Il bullismo violento dei compagni e quello culturale di troppi insegnanti, potrà prendere il sopravvento, di tutto questo si vuole rendere coresponsabile il cattolicesimo italiano? Le risposte inevase degli adulti alle domande più intime dei ragazzi e delle ragazze, alle loro inquietudini e paure, che a volte sfociano nel ruolo di carnefice o di vittima, di spaccone o di silente e disperato introverso, portano fino alle estreme conseguenze, a patologie sociali e mediche devastanti, in qualche caso al suicidio.

Di tutto questo deve tenere conto il ministro e agire, abbandonando le belle parole o gli imbarazzati silenzi, non spargendo le cortine fumogene dei progetti negli istituti, che sono pochi e in molti casi osteggiati dai dirigenti scolastici, da tanti insegnanti e, appunto ora dai genitori organizzati sotto le bandiere di un certo ipocrita e colpevole moralismo religioso. In ultimo, impressiona il silenzio dei sindacati di categoria, con felici e importanti eccezioni, di cui non si sentono mai pronunciare parole sul bullismo e l'omofobia dilagante. Se il compito di queste organizzazioni è solo quello di difendere le ragioni economiche dei propri iscritti è evidente che interpretano il proprio ruolo in forma neutralistica, avulsa dalla realtà in cui operano. Il neutralismo e l'indifferenza (se non l'ostilità) nell'ambito della formazione delle nuove generazioni sono indice di complicità.

Huffington Post
14 11 2014

Il mondo ha bisogno di una cultura alimentare che si basi su qualità e diversità. Soprattutto oggi, in un momento in cui gli alti costi ecologici, sanitari e sociali dell'agricoltura industriale stanno diventando sempre più evidenti. La cultura alimentare dell'Italia è ricca e va nella giusta direzione. Per questo ho sempre sostenuto il progetto iniziale dell'Expo e ho creduto che il posto giusto per realizzarlo fosse l'Italia. In questo paese dove esiste una tradizione alimentare ricca di biodiversità, creatività millenaria e saperi locali si sono sviluppati con grande armonia i temi come il biologico, la filiera corta e la libertà dagli ogm. Tutto questo è stato possibile perché la vocazione del mondo rurale italiano trae forza dall'agricoltura familiare e dal concetto che ogni campo si trasforma in un organismo in equilibrio ambientale, capace di alimentare la fertilità del suolo e di chi ne trae nutrimento. E da queste radici avrebbe dovuto trarre nutrimento e crescere l'Expo. Soprattutto ora che abbiamo montagne di prove scientifiche che eleggono l'agricoltura familiare come l'unica strada per sconfiggere la fame.

Ad Expo, a discutere di agricoltura e di ambiente, non dobbiamo lasciare solo le multinazionali della chimica e dei semi. Entità - come dice anche il mio amico Carlo Petrini - senza volto ma con mille braccia e fortemente impegnate non solo nella difesa dei loro interessi ma anche in una vera e propria campagna di conquista della cultura del Nord del mondo che rischia di fare molti nuovi adepti. Expo avrà un senso solo se parteciperà chi s'impegna per la democrazia del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di corruzione e di cementificazione del territorio. Sono stata nominata fra gli ambasciatori dell'Expo e ringrazio per l'onore che mi è stato fatto.

Purtroppo però non vedo nei programmi o nei calendari delle iniziative specifici richiami a temi fondamentali: la giustizia e la sovranità alimentare, l'agricoltura familiare, la biodiversità, il dramma dell'erosione genetica e le possibili soluzioni. Questa mancanza di chiarezza nel promuovere temi così essenziali sta producendo un vuoto che gli interessi commerciali e finanziari dell'industria biotecnologica rischiano di riempire con una campagna di spot pubblicitari: l'Expo rischia di trasformarsi in una fiera della colonizzazione finanziaria e industriale dei campi piuttosto che un'occasione di risposta alle vere cause della fame.

Non intendo in nessun modo sostenere, nemmeno indirettamente, le compagnie biotecnologiche che promuovono tutto ciò che è contrario alla buona nutrizione, non ecologico, insostenibile e che provoca al contempo la distruzione dell'agricoltura familiare. Il monopolio e l'illimitata pretesa di guadagno distruggono la sovranità e sostenibilità alimentare. L'agricoltura industriale che proviene dagli Stati Uniti fornisce cibo di cattiva qualità e provoca danni alla salute umana, inquina il suolo e danneggia l'ambiente. Le compagnie agroindustriali considerano il principio di precauzione, cioè la salute umana, un ostacolo al libero commercio da eliminare. Al contrario uno dei principali obiettivi dell'Expo deve essere proprio il rafforzamento della biosicurezza e dei modelli agroecologici. Per queste ragioni, come ambasciatrice dell'Expo - aderendo anche all'appello di Carlo Petrini, don Luigi Ciotti e Ermanno Olmi, anche lui ambasciatore dell'Expo - chiedo che sia fatta subito chiarezza sulla promozione dei principi a cui, assieme a tanti altri, sto lavorando da più di trent'anni e che ciò risulti evidente a tutti nell'agenda della manifestazione.

La mia proposta è semplice: affrontiamo a un tavolo il modello di produzione alimentare da mettere in agenda. Facciamo entrare le idee dentro Expo e teniamo fuori la cultura del profitto che danneggia le persone e il pianeta. Affrontiamo la questione chiave: il modello di produzione del cibo che viene proposto per il futuro è quello industriale basato su ogm e brevetti che finiscono per controllare la filiera alimentare da parte delle multinazionali oppure è quello che promuove la sovranità alimentare basata sulla biodiversità e sui sistemi ecologici, locali e territoriali? Questo dibattito ha una portata mondiale e l'Italia è il paese che più legittimamente può proporlo considerando anche le scelte chiare e coraggiose che ha fatto il suo governo sugli ogm.

Mi rendo perfettamente conto che l'attuale crisi economica in Italia, provocata da Wall Street e dal sistema bancario, ha un impatto sullo stanziamento previsto in origine per l'Expo e che perciò le imprese biotech, in forza della loro capacità finanziaria, tendono a prendere una piattaforma più ampia. Ma proprio questa crisi rende ancora più evidente la validità del modello che tanti movimenti contadini propongono da decenni e che sostengo con tutta me stessa perché so essere quello migliore per garantire la salute del pianeta, il diritto al cibo e a un lavoro dignitoso per tutti.

Vandana Shiva

 

 

 

 

Huffington Post
13 11 2014

La partenza del traghetto Olbia-Civitavecchia è prevista per le 21:30 e, a quel punto, si interromperanno anche le comunicazioni via cellulare: l'etere sul Tirreno azzittisce i telefoni privati. L'arrivo dell'aereo da Beirut, fissato per le 19:05, è ritardato di due ore e, dunque, rischiamo di non sapere se Aya sia arrivata finalmente in Italia o se, per la seconda volta, sia stata respinta. Poi la buona notizia: alle 21:23 di lunedì 10 novembre Aya ha superato il controllo della polizia di frontiera italiana. Io e Valentina Brinis tiriamo un sospiro di sollievo. Quei 138 minuti di ritardo si sono sommati ai lunghissimi 34 giorni già trascorsi da quando - era il 6 ottobre - Aya era stata rimandata in Turchia dopo aver tentato di entrare in Italia con un documento falso. Quello vero era nascosto in valigia.

Aveva adottato questo ingenuo stratagemma perché, ottenere un visto per l'Italia, tanto più da un altro paese (in questo caso la Turchia), appariva davvero difficile. D'altra parte, il superamento di quella frontiera rappresentava per la giovane donna il passaggio a una vita nuova accanto a suo marito Fady. Con questi, dopo una relazione epistolare durata alcuni anni e dopo appena due incontri si era sposata nel settembre scorso. Quel 6 ottobre, a Fiumicino, Fady era stato arrestato con l'accusa di favoreggiamento all'immigrazione irregolare, e trasferito per qualche ora nel carcere di Civitavecchia. Ora è in attesa dell'esito del processo. L'Italia, nell'immaginario di Aya, è anche il paese attraverso il quale sarebbe potuta arrivare in Svezia, dove Fady è titolare dello status di rifugiato, e dove avrebbe potuto intraprendere le terapie richieste dalla patologia da cui è affetta: condrosarcoma di secondo grado del calcagno sinistro. Da qui la necessità di ritentare in tutti i modi di varcare il confine con l'Europa.

Ecco perché, una volta respinta in Turchia, ha raggiunto una conoscente in Libano. Qui si è rivolta all'ambasciata italiana per chiedere un visto che non le poteva essere rilasciato in quanto il suo precedente tentativo si era concluso con il respingimento. La vischiosità di norme e regolamenti ha protratto la ricerca di una via d'uscita per oltre un mese, nonostante la disponibilità di tanti funzionari. Cinque lunghe settimane per un'operazione che poteva richiedere giusto un paio di giorni. Ed è stato necessario esercitare una forte e costante pressione sul ministero degli Esteri e su quello dell'Interno e sull'ambasciata italiana in Libano per individuare il meccanismo che avrebbe consentito un esito positivo. Molta sensibilità e paziente ricerca di soluzioni, ma il peso dei vincoli imposti dal sistema delle frontiere europee, è sembrato a lungo prevalere. Infine l'ambasciata ha ritenuto che la soluzione più opportuna fosse il rilascio di un visto per cure mediche. E così è stato.

I requisiti per ottenerlo sono numerosi e alcuni complicati da soddisfare. Uno di questi, per esempio è il documento che attesta la disponibilità anticipata al ricovero da parte di una struttura ospedaliera italiana, con tanto di nota indicante l'ammontare della spesa medica. Un altro, invece, riguarda la possibilità di un soggetto di coprire le spese mediche. Nel caso di Aya, grazie all'intervento del chirurgo oncologo Eugenio Santoro dell'ospedale San Camillo e all'associazione A Buon Diritto, sono stati soddisfatti entrambi i requisiti. Un lavoro collettivo, insomma, che ha visto coinvolte tanto le istituzioni quanto i rappresentanti di associazioni che da anni lavorano su questi temi. Considerato il gravissimo stato di salute di Aya l'obiettivo era uno e la mobilitazione si è incentrata su questo: garantirle cure adeguate e urgenti. Così, infine è stato.

Ma gli ostacoli incontrati, la lentezza delle decisioni, le resistenze della burocrazia - di fronte a un caso umanitario non ignorabile e non rimuovibile - ci impongono di riflettere su come la "fortezza Europa" sia diventata insensibile e avara: ne sono conferma la denuncia penale nei confronti di un marito (titolare di documenti europei) per aver voluto portare con sé la propria sposa, la difficoltà di comunicazione e coordinamento delle stesse istituzioni e dei loro apparati, il continuo irrigidimento delle procedure che riduce le persone a pratiche e schede informatiche.

Aya adesso è ricoverata e sottoposta a un'intensa terapia analgesica per aiutarla a contrastare il dolore fisico ormai intollerabile. La sofferenza che ha provato in questo lungo mese, per essere stata allontanata dal marito e costretta all'attesa in un'altra terra straniera che sembrava allontanarla sempre più dalla speranza di ricongiungimento e di cura, quella non sarà guaribile, né attenuabile.

Luigi Manconi

Huffingtonpost
09 11 2014

Di Barbara Tomasino

Morbide, prosperose, “in carne”: poco importa il termine usato, quello che conta è la nuova tendenza che porta a valorizzare le belle forme delle donne che evocano tanti capolavori dell’arte, da Tiziano a Klimt.

La dittatura delle taglie slim sembra agli sgoccioli e tra le collezioni affiorano sempre più creazioni pensate per corpi sinuosi, ma non necessariamente da “top model”. Ieri a Bologna, nel segno dei tempi che stanno cambiando, si è tenuto il secondo Curvy Pride a favore della bellezza senza taglia, creato dalla blogger e imprenditrice Marianna lo Preiato.

Oltre 300 persone si sono date appuntamento in piazza del Nettuno per un flash mob dedicato alla bellezza senza stereotipi sulle note di All About That Bass di Meghan Trainor. Le donne - di diverse età, misura e provenienza – hanno voluto lanciare un messaggio al mondo della moda che da anni suggerisce un unico modello vincente (la silhouette magra e senza curve) formando alla fine del balletto la scritta umana curvy pride seguita da un cuore.

Il flash mob del 2013 è stato una dichiarazione di orgoglio morbido per affermare il diritto a un'idea di bellezza che non discrimini e non crei modelli irraggiungibili e dannosi. I concetti proposti dal pride sono pochi e semplici: la bellezza non ha taglie, più moda per tutti i tipi di donna, no alla taglia zero per le modelle e la moda non può essere discriminatoria.

Quest'anno, inoltre, il Curvy Pride è stato realizzato con l'obiettivo di sostenere la Onlus Fanep, che si occupa di aiutare i bambini e gli adolescenti che soffrono di disturbi del comportamento alimentare.

Non sono mancati all’appello i tanti blogger curvy, uomini e donne, che hanno sostenuto il pride sin dalla prima edizione, da Giorgia Marino di "Morbida, la vita" ad Alessandro Carella di "Uomini di un certo peso".

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