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HUFFINGTON POST

Huffington Post
16 10 2014

Carol Rossetti è una giovane illustratrice brasiliana di Belo Horizonte. Nel suo sito ha ammesso di essere irritata per la maniera nella quale la società tenta di controllare il corpo, il comportamento e l' identità delle donne. Per questo motivo ha creato una serie di cartoline femministe con messaggi di libertà e comprensione per quelle donne che subiscono i condizionamenti del mondo e una morale sessuale colpevolizzante: "Ho usato un tono amichevole nella speranza di far comprendere quanto la realtà sia assurda".

Rose ha deciso di non avere figli. Non preoccuparti, Rose. La maternità è una scelta e la tua decisione non ti rende meno donna!

Susan indossa lo hijab per scelta, eppure molti dicono che lei è "un'altra donna oppressa dall'Islam". Susan, quello che indossi è una tua decisione, e la vera oppressione è privarti della libertà di decidere!

Quando Olivia ha perso i capelli, pensava che non avrebbe mai osato uscire di casa senza la parrucca. È passato del tempo, e Olivia ha cominciato a volersi bene di nuovo e a trovarsi bella nonostante la parrucca. C'è così tanta libertà nell'amore per se stessi, vero Olivia?

Laura indossa soltanto vestiti larghi perché non si è mai sentita a proprio agio con l'abbigliamento da donna. Laura, il genere non definisce lo stile. Ognuno dovrebbe poter indossare qualsiasi cosa possa accordarsi con la propria identità. Hai l'intero negozio a disposizione per trovare la mise perfetta.

Isaura ha abortito. Tutti sono sembrati più pronti a giudicare la legittimità dei suoi motivi piuttosto che aiutarla. Isaura, tu meritavi una procedura sicura a prescindere dalle tue ragioni.

Alice si sta dedicando al sesso occasionale. Alcuni amici le suggeriscono di cambiare comportamento "per rispettare se stessa". Alice sa che la sua vita sessuale non ha niente a che vedere con il rispetto.

Whitney ha speso gli ultimi dieci anni della sua vita cercando di dimagrire per essere felice. Poi ha capito che il suo corpo non le impediva di fare quello che amava alla ricerca della felicità.

Quando Maite ha avuto la sua prima fidanzata a 16 anni, molti pensavano che stesse sperimentando. Probabilmente era così, tuttavia Maite non ricorda di aver sentito che sua sorella stesse attraversando una fase quando ha cominciato a uscire con il suo primo fidanzato...

Silvia ha i capelli bianchi. La gente le consiglia di tingerli così non sembrerà vecchia. Silvia, tingersi i capelli è una scelta, e mai un obbligo. Se ti piacciono i capelli bianchi, a nessuno deve interessare. L'età non deve mai farti vergognare.

Amanda ha deciso che non le piace depilarsi. Amanda, è il tuo corpo e fai quello che vuoi. Nessuna convenzione sociale dovrebbe intromettersi nella tua identità!

Ana è stata violentata. Ana, non sei sola. Non è colpa tua. Questa esperienza non deve definire quello che sei. Sei molto più di questo.

A Ursula non è mai piaciuto truccarsi. Non è un problema, Ursula! Sei la padrona della tua faccia!

Huffingtonpost
13 10 2014

La crisi morde soprattutto tra i giovani. Tra 2012 e 2013 è cresciuto del 35%, a quota 1,4 milioni, il numero dei "minori" in povertà assoluta. Ma una forte crescita di poveri c'è stata anche nella fascia tra i 18 e i 35 anni, aumentati del 21,8% a quota 1,249 milioni. Sono i dati di uno studio Istat fornito nell'audizione alla Camera sul Def. Lo studio dell'Istat fornisce ulteriori dettagli rispetto ai dati diffusi a luglio, effettuando alcune correlazioni. In totale, spiega l'Istat, i poveri nel 2013 erano oltre 6 milioni: in un solo anno, ad entrare nella povertà assoluta sono state 1 milione 206 mila persone con una crescita del 25% rispetto ai 4,8 milioni del 2012.

In particolare i minori in povertà assoluta, che salgono da 1,058 a 1,434 milioni, sono quelli che hanno sofferto di più le difficoltà della crisi. Nella maggior parte dei casi - spiega l'Istat - la loro condizione si lega a quella dei capifamiglia che si trovano nella prima fase del ciclo di vita familiare: il 55% dei minori in povertà assoluta (790 mila) vive in famiglie con a capo una persona con meno di 45 anni. L'altra connessione è quella che lega la povertà assoluta con la mancanza di lavoro. Una realtà che pesa soprattutto sui giovani che vedono allungarsi sempre di più il momento dell'ingresso nel mondo del lavoro: il tasso di povertà per gli under 35 è passato dal 9,4 all'11,8%. Ma a pesare sono anche i bassi salari d'ingressi. Così la povertà è cresciuta sia tra i giovani che lavorano (dal 7,5 all'11%) sia tra quanti cercano un'occupazione, perchè disoccupati (dal 16,4 al 19,2%) o perchè non hanno mai avuto un lavoro (dal 15,3 al 18,2%).

Huffington Post
10 10 2014

"La loro lotta si iscrive nella tradizione di Gandhi. La stanno mantenendo e portando avanti". Per questo il Premio Nobel per la Pace va a Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana e all'attivista indiano Kailash Satyarthi. Ad annunciarlo il presidente del comitato per il nobel, Thorbjoern Jagland. La ragazzina pakistana è stata vittima di un attentato talebano nel 2009 quando aveva solo 12 anni (perché difendeva il diritto delle bambine allo studio nella valle dello Swat). "Nonostante la sua giovane età Malala Yousafzay ha già combattuto diversi anni per il diritto delle bambine all'istruzione ed ha mostrato con l'esempio che anche bambini e giovani possono contribuire a cambiare la loro situazione. Cosa che ha fatto nelle circostanze più pericolose", spiega il presidente della giuria. "Attraverso la sua lotta eroica è diventata una portavoce importante del diritto delle bambine all'istruzione".

Premiato per la difesa dei diritti dei più piccoli anche Satyarthi, un attivista dei diritti umani di 60 anni, impegnato dagli anni '90 nella lotta contro il lavoro minorile con la sua organizzazione Bachpan Bachao Andolan. La sua azione ha permesso di liberare almeno 80.000 bambini dalla schiavitu', favorendone la reintegrazione sociale. "Per la lotta dei due attivisti contro l'oppressione dei bambini e dei giovani e per il diritto alla loro istruzione. I bambini devono andare a a scuola e non essere sfruttati economicamente" si legge, infatti, nella motivazione della commissione.

Announcement of the 2014 Nobel Peace Prize #nobelprize2014 #peace http://t.co/RmdeknZNU9

— The Nobel Prize (@NobelPrize) 10 Ottobre 2014

"Una scelta difficile" ha confessato il segretario del Comitato norvegese per i Nobel, Geir Lundestad, parlando con Associated Press. Nella lista dei favoriti, infatti, oltre ai vincitori, anche il controverso ex agente della Nsa Edward Snowden e, naturalmente, Papa Francesco. Tra i candidati anche il gruppo pacifista "società di sostegno all'articolo 9", un gruppo giapponese (l'articolo nove della costituzione è quello che impedisce operazioni militari nipponiche all'estero) e il militante bielorusso per i diritti dell'uomo, Ales Beliatski. Tra gli outsider molti nomi da Angelina Jolie a Tony Blair, per finire con Facebook.

Kailash Satyarthi and Malala Yousafzai win #NobelPeacePrize "for their struggle against the suppression of children" pic.twitter.com/kHsvIwCFHu

— BBC Breaking News (@BBCBreaking) 10 Ottobre 2014

Huffington Post
09 10 2014

Mara Carfagna chiede a Matteo Renzi di siglare un Patto del Nazareno sui diritti civili: "Partiamo dal modello tedesco"

“Un Patto del Nazareno sui diritti civili, partendo dal modello tedesco per il riconoscimento dei diritti delle coppie gay”.

A parlare è la responsabile del nuovo dipartimento per le libertà civili e i diritti umani di Forza Italia, Mara Carfagna, ex ministro delle Pari Opportunità, sancendo la svolta gay friendly del partito, sollecitata a gran voce da Francesca Pascale, compagna di Silvio Berlusconi. Un messaggio al premier Matteo Renzi per dire che “anche sui temi etici possiamo riscrivere insieme le regole del gioco”.

Carfagna non vuole parlare di “metamorfosi” di Forza Italia, quanto piuttosto di “una naturale evoluzione della sensibilità di un partito. E di unioni gay, di omofobia, o dei diritti delle coppie di fatto ci eravamo già a lungo occupati proprio durante il governo Berlusconi”.

In questi giorni c’è una vera e propria bufera attorno al ministro dell’Interno, Angelino Alfano, per la circolare in cui vieta la trascrizione dei matrimoni gay contratti all’estero. “È probabile che sul fronte del diritto Alfano abbia il potere di farlo” sottolinea Mara Carfagna, secondo cui non si può intervenire con ordinanze, ma “c’è bisogno che la politica decida”. E una base “condivisibile”, da cui partire, è la proposta di unioni di fatto per le coppie gay sul modello tedesco. Quanto alle adozioni, si può discutere di “stepchild adoption”, perché “è la strada più giusta per tutelare il minore”.

Carfagna bacchetta Renzi quando dice che “ha avocato a sé tutte le deleghe sulle Pari Opportunità, con il risultato che sono finiti nel dimenticatoio provvedimenti fondamentali come la lotta al femminicidio, i soldi per i centri antiviolenza, la legge sulle coppie di fatto”. Tuttavia tende una mano al premier proponendo “un nuovo patto per i diritti civili”. Forza Italia si dice pronta, “è evidente che deve mettersi al passo dei grandi partiti conservatori europei, che hanno fatto dei diritti civili una realtà”.

Huffington Post
03 10 2014

È l'"esercito" più grande che esista oggi al mondo. Un 'esercito' senza armi e senza diritti. L'esercito dei dimenticati. Di quelli che fanno notizia solo quando le loro esistenze disperate si trasformano in tragedie che, per qualche giorno, scioccano il mondo e impongono ai Grandi della Terra di cimentarsi con la consunta arte dell'autocritica, del rimpallo delle responsabilità, del 'non deve più accadere'.

Intanto, però, 'quell'esercito' dei senza speranza cresce a dismisura: oltre 51 milioni di persone nel mondo oggi sono in fuga da guerre e fame, vittime di violenze e del più alto livello di disparità economica e sociale dell'ultimo decennio. A un anno dall'anniversario dalla tragedia che lo scorso 3 ottobre costò la vita a 366 migranti a 500 metri dall'ingresso del porto di Lampedusa - e mentre oggi si ha notizia di un nuovo tragico naufragio di migranti sub-sahariani, stavolta al largo delle coste libiche, con almeno 10 morti e decine di dispersi - Oxfam ha inteso accendere i riflettori sulla necessità impellente di rivedere il sistema di accoglienza di profughi e migranti in Italia e in Europa, cominciando a garantire visti per motivi umanitari.

Molte lacrime saranno versate in questi giorni in ricordo di quella immane tragedia. Ma poche, c'è da scommetterci, saranno gli impegni concreti assunti. Per questo, è bene ascoltare quanti, sul campo, hanno dimostrato cosa significhi per davvero solidarietà Una solidarietà concreta. Dare spazio a queste voci, rilanciandone denunce e proposte, è un modo concreto, per chi opera nel campo dell'informazione, per rompere la cortina di silenzio che accompagna, fuori dagli appuntamenti canonici, una emergenza che tale non è più, perché è diventata normalità. Che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi, spesso, troppo spesso, disattenti.

"Non è possibile affrontare questo gigantesco flusso migratorio con gli strumenti usati sino ad oggi e con un approccio che sembra a volte schizofrenico - sottolinea Alessandro Bechini responsabile programmi domestici di Oxfam Italia - Serve quanto prima uno sforzo europeo per garantire visti per motivi umanitari o altri meccanismi di ingresso per quanti fuggono da guerre e fame, altrimenti ci saranno ancora solo lacrime e commemorazioni. Oxfam è favorevole a un'operazione che crei un canale sicuro nel quale profughi e migranti siano messi in grado di poter sfuggire alla morte in mare, dato che solo dall'inizio dell'anno si sono contate 3.045 vittime durante i viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo, secondo i dati forniti dall'OIM (l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

Apprezziamo l'incredibile lavoro svolto dal'Italia con il programma Mare Nostrum per salvare il maggior numero possibile di migranti arrivati dalle coste del nord Africa. Tuttavia i limiti e le responsabilità dell'Europa sono evidenti e la prospettata operazione Frontex Plus non lascia sperare in una svolta, che vada oltre l'approccio puramente emergenziale." Una situazione complessiva di difficile gestione, che secondo Oxfam, è strettamente correlata anche all'insufficienza degli investimenti da parte dei Governi europei in interventi di Cooperazione allo Sviluppo nei Paesi di provenienza dei migranti: Siria, Eritrea, Somalia, Mali e Nigeria solo per citare alcuni dei Paesi da dove sono più consistenti i flussi migratori verso l'Italia e l'Europa. Investimenti che restano, per la maggior parte, ben al di sotto degli impegni che vengono pubblicamente presi nei vari summit internazionali e che non vengono, salvo rare eccezioni, rispettati. Ad esempio l'Italia è ancora ferma allo 0,14% del Pil negli investimenti in cooperazione, di contro a un obiettivo assunto che dovrebbe portare il nostro Governo a destinare lo 0,7.

Gli impressionanti dati forniti da Oxfam sono suffragati dall'ultimo rapporto dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr). Nel mese di giugno (2014), l'Unhcr ha reso noto che il numero di rifugiati presenti al mondo ha raggiunto i 51,2 milioni, un livello mai registrato dai tempi del secondo dopoguerra. Soltanto negli ultimi 12 mesi, l'Unhcr e i suoi partner hanno affrontato cinque vere e proprie crisi umanitarie, definite dal sistema delle Nazioni Unite Emergenze di Livello 3. Le conclusioni a cui è giunto l'Alto Commissario dell'Unhcr, Antònio Guterres, sono il segno dei tempi. Tempi di cecità internazionale, d'indifferenza colpevole, di risorse centellinate.

"Continuo a essere profondamente sconvolto - rileva Guterres - dall'indifferenza di coloro che sono politicamente responsabili per lo sradicamento di milioni di persone dalle loro case. Questi considerano tali movimenti forzati, e l'enorme impatto che comportano su persone, paesi, comunità e intere regioni, come normali danni collaterali delle guerre che conducono. Agiscono nella convinzione che saranno gli operatori umanitari a ricomporre i pezzi. Ma vorrei essere molto chiaro: noi non possiamo più rimediare ai guai causati. Qualcuno deve impedire alla radice che essi si verifichino".

Ma quei 'Qualcuno' - a Washington come a Mosca, a Pechino come nelle più influenti cancellerie europee - hanno altro a cui pensare. Magari, a imbastire nuove guerre. Allargando così ancor di più le fila dell'"esercito dei senza speranza".

Umberto De Giovannangeli

Huffingtonpost
01 10 2014

Un anno dopo i naufragi al largo di Lampedusa, in cui annegarono oltre 500 persone, un nuovo rapporto di Amnesty International mette in luce come "la vergognosa mancanza d’azione dei paesi dell’Unione europea abbia contribuito all’aumento delle morti nel mar Mediterraneo, dove migliaia di migranti e rifugiati hanno perso la vita nel tentativo disperato di raggiungere le coste europee": almeno 2500, ma il numero potrebbe essere molto più alto.

Nel rapporto di Amnesty International, intitolato “Vite alla deriva: rifugiati e migranti in pericolo nel Mediterraneo centrale”, la risposta dei Paesi europei alla questione dei profughi viene definita "penosa".

“Mentre l’Unione europea erige muri sempre più alti, i rifugiati e i migranti attraversano il Mediterraneo nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. Stipati su imbarcazioni insicure da scafisti senza scrupoli, ogni settimana centinaia di loro ondeggiano tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione” tuona John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, per il quale Bruxelles dovrebbe mettere a disposizione più navi e maggiori risorse per il salvataggio dei profughi che si imbarcano alla ricerca della salvezza.

Amnesty riconosce l'importanza della missione italiana Mare Nostrum che ha tratto in salvo 130mila persone in undici mesi. Ma chiede "percorsi sicuri e legali" (i cosiddetti corridoi umanitari) per coloro che scappano dalle persecuzioni e dalle guerre, affinché non debbano più affidarsi all'incertezza delle onde e alle mani dei trafficanti senza scrupoli.

Mohammed, 22 anni, proveniente da Damasco (Siria), ha raccontato ad Amnesty International: “Quando abbiamo lasciato la Libia, eravamo 400 adulti e circa 100 bambini. Abbiamo dovuto raggiungere a remi l’imbarcazione più grande. All’inizio non riuscivo a vederla, poi quando l’ho notata ho visto che era in cattive condizioni. Non volevo salire, ma lo scafista mi ha minacciato con una pistola. Ci sono volute due ore per far salire tutti. Poi, alle 2 di notte, ho sentito degli spari. Un’altra imbarcazione con uomini armati a bordo ci si è messa davanti. Hanno cercato di fermarci per circa quattro ore. Sparavano da ogni direzione. All’alba, se ne sono andati. La nostra barca, danneggiata, stava affondando. Abbiamo gettato in mare tutte le nostre cose, compresi i salvagente: volevamo vivere!”.
Grande preoccupazione suscita il futuro ritiro di Mare Nostrum dalle acque che separano la Libia dall'Europa. L'annuncio è stato ripetuto dal ministro dell'Interno Angelino Alfano, anche se per la Commissione europea la nuova missione Triton/Frontex Plus non potrà sostituire Mare Nostrum. “La recente proposta di affidare tali operazioni a Frontex, l’agenzia dell’Unione europea per il controllo delle frontiere, sarà un passo positivo solo se gli stati membri metteranno a disposizione mezzi adeguati e se le operazioni si svolgeranno in acque internazionali con un mandato nettamente focalizzato sulla ricerca e il soccorso”, si raccomanda Dalhuisen.

Infine l'associazione umanitaria chiede una revisione del regolamento di Dublino, secondo il quale lo stato dell’Unione europea di primo arrivo è responsabile dell’esame delle domande d’asilo: una norma che "pone onere iniquo a carico dei paesi impegnati nelle operazioni di soccorso, che devono poi provvedere alle necessità di lungo termine delle persone soccorse". Occorre arrivare a una "responsabilità condivisa tra i Paesi europei".

Huffingtonpost
29 09 2014

Donatella Barus

Quella della cura del tumore al seno è una vicenda straordinaria, che in molti non esitano a definire un modello di evoluzione scientifica. Rispetto a venti o trent’anni fa, i tassi di guarigione sono raddoppiati e la qualità di vita è migliorata e sempre più donne – sono 47.000 quelle che ogni anno scoprono di essere malate – superano la malattia o possono controllarla a lungo. Umberto Veronesi ha visto da vicino e guidato alcune delle tappe fondamentali di questo cammino.

“Ho cominciato a occuparmi di tumore al seno 50 anni fa, quando era una condanna e la maggioranza delle donne ne moriva. E’ una malattia antica - Erodoto racconta che Atossa, regina persiana figlia di Ciro il grande e moglie di Dario morì per un cancro al seno - ma è stata una malattia rara fino a due o tre generazioni fa, quando le donne hanno smesso di fare molti figli e di allattarli, fattore di protezione verso il tumore al seno. Quando sono arrivato, io giovane medico, i numeri erano già elevati”.

Quando le prime speranze?
“La malattia aveva una caratteristica straordinaria: se scoperta in fase precoce, guariva. Questa fu la prima luce che si accese: capimmo che la preocità della diagnosi faceva la differenza fra la vita e la morte. Fino agli anni ’60 esaminavamo i seni solo con le mani. Ci vuole tempo, perizia e pazienza, ma ancora adesso con queste dieci dita so trovare noduli piccolissimi. E’ un’abilità che si sta perdendo. Ma all’epoca sapevamo che nei nostri polpastrelli c’era il destino delle pazienti. Cominciammo a incentivare controlli periodici, i primi screening, e le donne cominciarono a entrare nell’ordine di idee che se si trova un tumore molto piccolo si può guarire”.

Ma le mani avevano un limite.
“Negli anni ‘70 venne la svolta della mammografia, poi l’ecografia, e la risonanza magnetica. Oggi abbiamo strumenti straordinari, oltre alle nostre mani, che è giusto siano sempre esperte. Il 25-30% dei casi che operiamo sono tumori non ancora palpabili. Nell’arco di un decennio, dal 2000 al 2010, ho raccolto i dati di 1.300 donne. E sa quante ne sono guarite? Il 99,3%”.

Queste percentuali, però, sono anche figlie dell’evoluzione delle terapie, o no?
“Rivoluzione, direi. Fino agli anni '70 curare il cancro significava togliere l’organo, era un principio che pareva inossidabile. Io, che sono molto femminista - lo dico sempre, sono un ermafrodita, ho il corpo di un maschio e il pensiero da femmina - ho sempre sofferto delle menomazioni tremende che vedevo in corsia. Non poteva essere inevitabile tutto quello scempio. Prima di essere professore in chirurgia, ero professore di anatomia patologia a Perugia. Passavo le giornate a vedere vetrini e mi convinsi che, se il tumore è sufficientemente piccolo, bastava asportare il lobo interessato. E tutti a dire che ero pazzo. Ho messo a punto una tecnica per asportare il lobo dalla periferia fino al capezzolo, che veniva risparmiato. Decisi di proporla al congresso mondiale di Ginevra, che ospitava tutti i Soloni dell’oncologia. Scatenai una reazione molto violenta. “Quack”, mi dicevano, “ciarlatano”. Imperterrito ho insistito: dovevamo fare uno studio per confrontare l’intervento radicale con quello conservativo. Alla fine, dopo tre giorni di convegno, mi dissero “se vuoi fare questo studio, fallo”. Fu un lasciapassare importante, ottenni il via libera dal comitato etico dell’ospedale e partimmo col reclutamento. Lo studio prevedeva di coinvolgere 700 pazienti sottoposte per metà alla quadrantectomia e per metà alla mastectomia, dopo assegnazione casuale. All’inizio molte non accettavano perchè volevano “togliere tutto”, i loro medici dicevano loro che sarebbero morte”.

Non aveva paura di essersi sbagliato?
“In quei 10 anni io non ho dormito bene una sola notte. Pensavo: “Se viene fuori che con il mio intervento muoiono di più, sono morto anche io”. Ma ero convinto che l’idea fosse giusta. A poco a poco, le cose cambiarono e alla fine le donne non volevano aderire allo studio perchè volevano solo la quadrantectomia. Nel 1980 avevamo tutti i dati: la differenza fra le due metodiche era pari a zero. Feci i salti di gioia. Nel luglio 1981 il New England Journal of Medicine pubblicò il nostro paper. Il giorno seguente, Jane Brody, giornalista del New York Times, ne fece un pezzo da prima pagina Study support limited surgery for breast cancer. The Italian study... Quella fu la svolta. Le donne avevano vinto, da lì era partita la grande rivoluzione della conservazione del seno”.

Anche la seconda luce, quella del passaggio dalla terapia massima tollerabile a quella minima efficace. Ricorda la sua prima volta in sala operatoria?
“Certo, ma era una cosa molto graduale, si andava prima a guardare, poi si passavano i ferri, poi si ricuciva, finchè arrivava il giorno in cui toccava a te. Succedeva quasi sempre d’estate, quando i chirurghi più anziani erano in vacanza e noi giovani ci buttavamo a tagliare e cucire”.

Un giorno in cui si è sentito sconfitto e ha pensato di cambiare mestiere?
Ride: “Nessuno, mai avuto segnali di ravvedimento dalla mia follia. Ho sempre amato le donne e con amore ho sempre portato avanti la mia passione per la medicina. La semplice verità è questa: bisogna amare la gente per fare il medico”.

Un nuovo filone di studi che la entusiasma?
“La ricerca di tumori in fase precocissima attraverso l’analisi del DNA circolante. Ci potrà dire se c’è o no un tumore in fase iniziale e poi, con tecniche diagnostiche avanzate, come la risonanza magnetica e la PET potremo fare uno scanning totale del corpo e individuare la malattia quando è ancora del tutto guaribile. Ci arriveremo, vedrà”.

Huffingtonpost
29 09 2014

Domenica 28 settembre 2014, una data da ricordare a Belgrado. Il movimento LGBTI serbo ha infatti scritto una pagina di storia europea riuscendo a marciare dal Palazzo del Governo al Parlamento per il gay Pride. Il primo tentativo era stato fatto nel 2001, ma i manifestanti furono violentemente attaccati dai nazionalisti serbi senza che la polizia li proteggesse. Quel primo tentativo è diventato anche un commovente film del 2011, Parada di Srđan Dragojević, che purtroppo non è riuscito a superare il muro della grande distribuzione Italiana ed è rimasto confinato ai soli circuiti dei festival.

Un altro tentativo fu fatto nel 2010. In quel caso la polizia era presente, ma gruppi di nazionalisti e neonazisti si scagliarono con una tale violenza anche contro di essa, oltre che contro i manifestanti, da trasformare le strade di Belgrado in un vero e proprio campo di battaglia. Dopo gli scontri, i feriti si contarono a decine.

Naturalmente la stampa serba incolpò i manifestanti Lgbti, non i nazionalisti e i neonazisti, delle violenze, mentre le televisioni continuarono a trasmettere immagini di violenze ogni volta che si parlava di Pride. Per molti cittadini serbi, pertanto, il Pride è associato a violenze di ogni genere causate dalla comunità Lgbti. Non c'è allora da stupirsi se, per tre anni di fila, le autorità serbe hanno vietato la parata con il sostegno dell'86% della popolazione, ma in palese violazione del più elementare diritto umano alla libertà di associazione nonché a di quello di espressione del pensiero.

Di fronte a un'omofobia così spaventosamente diffusa e pervasiva, occorre ricordare che la Serbia ha ottenuto da ILGA-Europe, l'organizzazione ombrello di tutte le associazioni Lgbti europee, 30 punti, pochissimi, ma comunque ben 5 in più dell'Italia che pure, a dispetto della sua spaventosa arretratezza politica e legislativa, è socialmente molto più accogliente nei confronti della comunità Lgbti. Il dato dimostra come il percorso verso il rispetto dei diritti umani di tutti sia assai complesso è debba muoversi sul piano sociale e su quello politico/legislativo in contemporanea, per non arrivare a questi tristi paradossi.

Civil Right Defenders, National Endowment for Democracy e Prajd Normalno, le associazioni organizzatrici del Pride, comunque, non si sono arrese e hanno continuato a chiedere di poter manifestare pacificamente in piena collaborazione con le forze di polizia. La richiesta è stata sostenuta dall'Unione Europea, che ne ha fatto un test fondamentale per l'ammissibilità della Serbia all'Unione stessa, e da varie delegazioni tra cui quella olandese, canadese, australiana e, quest'anno per la prima volta, anche italiana.

Il sostegno al Pride serbo non è mancato, nella formula della partecipazione diretta di alcuni rappresentanti, neanche da parte di varie associazioni Lgbti balcaniche, nonché da ILGA-Europe, in rappresentanza della quale sono andato a Belgrado. Tra le associazioni italiane, l'unica presente era il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, con Andrea Maccarrone ed Elisabeth Beretta.

Molti gli eventi in programma, ma io ho potuto partecipare solo a partire da sabato, quando si è tenuta una conferenza molto interessante e di altissimo livello che ha riflettuto sui temi della sicurezza durante i Pride, sul sostegno ai diritti umani nel globo, sull'uso strumentale dei sondaggi - sia nella loro formulazione, sia nella loro divulgazione - e, infine, sul ruolo dei Social media nell'attività di advocacy a favore dei diritti umani.

Durante la giornata, la presenza della polizia è diventata sempre più imponente, benché fino a mezzanotte non era previsto alcun annuncio sulla marcia dell'indomani. La ragione della massiccia presenza della polizia già sabato pomeriggio, mi è stata chiara all'uscita dal Pride Forum quando ho visto centinaia di ultra nazionalisti del gruppo Dveri marciare con bandiere serbe al suono roboante di tamburi. La polizia ci ha costretto a prendere un taxi per recarci in hotel, mentre I nazionalisti del gruppo Obraz si univano in centro a quelli del gruppo Dveri per chiedere al governo di vietare lo svolgimento del Pride.

Passata la mezzanotte l'annuncio del divieto non è arrivato e quindi si ha avuta la certezza dello svolgimento della parata. A quel punto il locale dove ci eravamo radunati, insieme agli attivisti locali, ha chiuso improvvisamente e la polizia ci ha, ancora una volta, costretti a tornare subito in albergo col taxi. Al nostro arrivo, ho scoperto che anche l'albergo dove tutti gli ospiti internazionali risiedevano era stato piantonato da due agenti che sarebbero rimasti lì tutta la notte e tutta la domenica.

Alle 8:30 del mattino di domenica abbiamo avuto un briefing sulla sicurezza e su come si sarebbe svolta la giornata e poi ci siamo recati, con grande anticipo, di fronte al Palazzo del governo da dove sarebbe partita la marcia. Lungo il tragitto il nostro colorato e gioioso micro corteo, che comprendeva già anche la parlamentare europea Terry Reintke e il parlamentare tedesco Volker Beck, è stato scortato da numerosi agenti in tenuta antisommossa attraverso una città che aveva assunto una strana atmosfera: tutto era estremamente calmo e quasi nessuno si poteva scorgere nei paraggi: una sorta di città fantasma.

Arrivati al Palazzo del Governo, ho capito che il governo non avrebbe ammesso in alcun modo la ripetizione di quanto era avvenuto nel 2010. L'area era stata completamente transennata e per accedervi si doveva passare una meticolosa perquisizione. Una volta entrati ci siamo trovati uno schieramento di centinaia di militari - a volto coperto, armati di mitragliatrice e in tenuta da combattimento - dispiegati lungo parte del breve percorso e in altri punti chiave come gli incroci. La memoria del 2010 evidentemente pesa e un applauso deve andare ai poliziotti serbi che hanno rischiato la loro stessa incolumità, non certo per via di noi manifestanti, ma per possibili attacchi dei nazionalisti. Nonostante il contesto, sicuramente non invitante, e le previsioni degli stessi organizzatori, che si aspettavano poche centinaia di partecipanti, un migliaio abbondante di persone sono invece arrivate alla spicciolata, insieme a decine e decine di giornalisti, Il sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, i ministri serbi dell'Integrazione Europea e della Cultura, Jadranka Joksimovic e Ivan Tasivac, e vari ambasciatori e diplomatici europei, tra cui il responsabile della delegazione UE Michael Davenport e anche la delegazione italiana con Alessandro Neto e Gianfranco Petruzzella: una dimostrazione del fatto che la partecipazione italiana ai Pride in aree sensibili, dopo Tirana e Nicosia, è diventata una buona prassi per la quale complimentarsi con la Farnesina.

Durante l'attesa, ho notato che di fronte al Palazzo Del Governo incombono sull'incrocio altri due palazzi sventrati dai bombardamenti NATO che il governo non ha demolito per ricordare, non gli orrori di cui la Serbia si è macchiata durante il conflitto jugoslavo, ma lo sfregio fatto alla Serbia dall'Occidente: le contraddizioni di un faticoso, e a tratti doloroso, tentativo di lasciarsi il passato alle spalle.

Intorno alle 12:30 l'ordinato e pacifico corteo è partito rallegrato dai tradizionali colori dell'arcobaleno e dalle bandiere rosa degli organizzatori, ma senza quella tensione erotica che caratterizza invece vari Pride in giro per il mondo e a cui siamo abituati anche in Italia. A metà del percorso ci siamo fermati tutti, i pugni dei partecipanti si sono levati e un composto silenzio è calato tra le vie deserte di Belgrado in memoria delle troppe vittime dell'omofobia che hanno segnato il Paese. Dopo circa un minuto il corteo ha ripreso con rinnovato vigore. L'emozione era palpabile, come anche la consapevolezza di aver scritto una bellissima pagina di storia che aiuterà non solo la comunità lgbti serba nella sua lotta per i diritti umani, ma la Serbia tutta nel suo cammino verso la modernità e la stessa Europa nel recuperare alla sua civiltà un altro suo importante e prezioso componente.

Ravnopravnost i ljudska prava za sve! Eguaglianza e diritti umani per tutti! Questo il messaggio che ILGA-Europe ha portato al Pride e che Belgrado ha lanciato a tutta la Serbia e all'Europa.

 

Huffington Post
25 09 2014

Papa Francesco rimuove Rogelio Ricardo Livieres Plano, vescovo del Paraguay. È accusato di aver coperto preti pedofili

Il Papa ha disposto lo spostamento dalla diocesi Ciudad del Este in Paraguay di monsignor Rogelio Ricardo Livieres Plano, nominando al suo posto come "amministratore apostolico" monsignor Ricardo Jorge Valenzuela Rios. Livieres è accusato tra l'altro di malversazione e copertura di abusi sessuali di preti della sua diocesi.

L' "avvicendamento" alla guida della diocesi viene annunciato da una nota della sala stampa vaticana che ricorda le "conclusioni" delle visite apostoliche disposte dal Papa prima di decidere. "Dopo l'accurato esame delle conclusioni delle visite apostoliche compiute al vescovo si sottolinea nella nota -, alla diocesi e ai seminari di Ciudad del Este, da parte della Congregazione per i vescovi e della Congregazione per il Clero, il Santo Padre ha provveduto all'avvicendamento di monsignor Ricardo Livieres Plano e ha nominato amministratore apostolico della medesima sede, ora vacante, monsignor Ricardo Jorge Valenzuela Rios, vescovo di Villarrica del Espiritu Santo".

"La gravosa decisione della Santa Sede - continua - ponderata da serie ragioni pastorali, è ispirata al bene maggiore dell'unità della Chiesa di Ciudad del Este e alla comunione episcopale in Paraguay. Il Santo Padre, nell'esercizio del suo ministero di 'perpetuo e visibile fondamento dell'unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedelì chiede al clero e a tutto il popolo di Dio di Ciudad del Este di voler accogliere i provvedimenti della Santa Sede con spirito di obbedienza, docilità e animo disarmato, guidato dalla fede. Inoltre invita l'intera Chiesa paraguaiana, guidata dai suoi Pastori, a un serio processo di riconciliazione e superamento di qualsiasi faziosità e discordia, perchè non sia ferito il volto dell'unica Chiesa 'acquistata con il Sangue del suo proprio Figlio' e il 'gregge di Cristo' non sia privato della gioia del Vangelo".

Huffingtonpost
21 09 2014

Il 12 agosto Matteo Renzi, in un'intervista a Raitre sembrava chiudere la discussione sulla riforma dello statuto dei lavoratori. "L'articolo 18? Un simbolo. Un totem ideologico. Proprio per questo trovo inutile adesso discutere se abolirlo o meno. Serve soltanto ad alimentare il dibattito agostano". Si trattava del resto di una posizione ripetuta da Renzi più volte nel corso degli anni, fin dalla celebre manifestazione al Circo Massimo della Cgil nel marzo 2003. Ancora ai tempi della riforma Fornero, in un'intervista a Michele Santoro, l'allora sindaco di Firenze ironizzava in questo modo contro i paladini dell'abolizione: "In vita mia non ho mai incontrato un imprenditore, un singolo imprenditore straniero, che mi abbia mai detto: non investo in Italia perché c'è l'articolo 18. L'articolo 18 è soltanto un problema mediatico".

Come mai allora in un mese, soltanto un mese, il premier è passato dal considerare inutile e stupido il dibattito sulla riforma dell'articolo 18 al farne un cavallo di battaglia della sua azione e l'argomento principe di una crociata contro la Cgil?

Al netto della conclamata rapidità del Renzi-pensiero, a volte cinica (tendenza "Enrico stai sereno") e in attesa di una risposta, sono state fatte alcune ipotesi, più o meno maliziose. In ordine di cattiveria.

1) Ipotesi Camusso-Landini. Per una volta d'accordo, i duellanti della Cgil ritengono che il governo Renzi, chiacchiere a parte, sia un fantoccio in mano a Bce, Fmi e falchi dell'Ue, ai quali il premier è chiamato a portare "lo scalpo" dell'articolo 18 per dimostrare di essere "figo" e soprattutto fedele alla linea del rigore.

2) Ipotesi Economist-Diego La Valle-Fabrizio Barca. Quando parla di economia, il premier non sa di che cosa si tratti. Non ha una visione e si affida di volta in volta all'esperto di turno, che ascolta mangiando un gelato. L'attuale consigliere, l'israeliano Yoram Getguld, una colonna della multinazionale americana McKinsey, è un liberista convinto che la salvezza del mondo si ottenga privatizzando tutto il possibile e riformando alcuni diritti dei lavoratori considerati "privilegi indifendibili".

3) Ipotesi renziana. Si prega di non rivolgere domande al conducente. Qualunque cosa faccia o dica. Grazie.

4) Ipotesi "me l'ha detto il vicino di ombrellone". Pare che questa estate, nei pochissimi giorni di vacanza interamente dedicati a letture sull'economia - come raccontato carinamente dai giornali - Matteo Renzi abbia maturato un radicale ripensamento sui grandi temi della crisi. Ne consegue il ribaltone sull'articolo 18, che ricorda un poco la conversione del "profeta pazzo" di Quinto Potere dal ribellismo ("Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più") all'idolatria delle multinazionali.

Scartiamo pure le prime due, troppo negative, e la terza, troppo diffusa. Rimane la possibilità d'illuminanti letture. In questo caso, il premier non potrebbe rendere pubblico il ragionamento che l'ha portato a cambiare clamorosamente idea su un argomento così delicato e importante, magari scrivendo una lettera ai militanti del Pd, meno esortativa e più pensata? Su Twitter è un gioco divertente lanciare uno slogan un giorno e quello opposto una settimana dopo. Ma esistono ancora problemi che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone e forse meritano di non essere liquidati in una battuta di 140 caratteri.

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