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Sanità: un ticket più equo è possibile

Il Fatto Quotidiano
20 01 2015

di Lavoce.info 

Circola la proposta di far pagare il ticket anche a chi ha più di 65 anni. L’esenzione resterebbe solo per gravi patologie, famiglie numerose e redditi bassi. Se fosse accolta si tratterebbe di un’occasione persa per correggere le incongruenze più significative del sistema di compartecipazione.

di Simone Pellegrino e Gilberto Turati, 19.01.15, lavoce.info

La proposta è circolata sui giornali nei giorni scorsi: le Regioni stanno pensando di rimodulare il sistema della compartecipazione alla spesa (il ticket) eliminando l’esenzione automatica per chi ha più di 65 anni e un reddito annuo non superiore a 36.151,98 euro. L’esenzione – questa la dichiarazione all’Ansa del coordinatore degli assessori Luca Coletto – rimarrebbe solo per gli ultrasessantacinquenni con una pensione sociale (se interpretiamo bene dovrebbe equivalere ad abbassare a 5.818,93 euro la soglia di reddito) e verrebbe estesa a chi ha (non meglio specificate) patologie gravi, ai disoccupati e alle famiglie numerose. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, si è però affrettato a precisare che la proposta non è condivisa da tutte le Regioni. Vedremo come andrà a finire. Al momento la proposta – che doveva arrivare entro il 30 novembre scorso, ma se ne comincia a parlare solo ora – sembra più una boutade per testare le reazioni che non una vera e propria proposta di indirizzo al ministero della Salute.

Immaginiamo di prenderla sul serio. La ridefinizione del sistema di compartecipazione della spesa è prevista dall’articolo 8 del patto per la salute 2014-2016 firmato nel luglio scorso: si parla di un sistema chiaro e semplice da applicare, basato sulla condizione reddituale e sulla composizione del nucleo familiare; solo successivamente si potrà considerare l’Isee. Si prevede anche l’invarianza di gettito a livello regionale: non dovrebbe cambiare quindi quanto si paga, dovrebbe cambiare chi paga, per evitare che la compartecipazione rappresenti una barriera per l’accesso ai servizi e alle prestazioni.

Che cosa succederebbe nelle diverse Regioni se la proposta fosse accolta così come è stata raccontata? La tabella 1 mostra le entrate da ticket per il 2013: a livello nazionale, considerando i dati della Corte dei conti, si arriva a più di 2,9 miliardi di euro, meno del 3 per cento del finanziamento complessivo per il Sistema sanitario nazionale previsto per lo stesso anno (il dato potrebbe essere sottostimato: non è chiaro se la Corte abbia incluso il ticket da strutture convenzionate). Circa la metà (1,4 miliardi di euro) è la compartecipazione al prezzo dei farmaci (inclusa la quota fissa per ricetta); il resto è la compartecipazione alla spesa per prestazioni (specialistiche, pronto soccorso, e così via). In termini pro-capite si pagano in media 50 euro, ma la variabilità fra le Regioni è marcata: per i 66 euro pagati da ogni veneto e i 60 versati dai toscani, si scende ai 39 euro pagati in Calabria, ai 38 in provincia di Trento, fino ai 32 della Sardegna. Tralasciando gli esenti per patologia, difficili da mappare, gli individui oggi esenti con più di 65 anni e meno di 36mila euro di reddito annuo sono 11,6 milioni (tabella 2).

Nel caso in cui venisse realizzata la proposta regionale (individui in famiglie numerose, disoccupati e individui con più di 65 anni e pensione sociale, sempre tralasciando chi non paga il ticket a causa di patologie gravi) sarebbero molti meno: 4,3 milioni in base alle nostre stime (tabella 2). Si allargherebbe quindi il numero dei paganti, con ovvie differenze a livello territoriale: in Liguria si arriverebbe al 20 per cento in più sull’intera popolazione; in Calabria solo al 3,9 per cento. Se vale la parità di gettito, il ticket medio (includendo sia la componente regionale sia quella nazionale) dovrebbe ridursi, naturalmente di più nelle Regioni dove maggiore è l’aumento del numero dei paganti.

Nella tabella 3 abbiamo ricalcolato il ticket medio su chi paga con le regole in vigore oggi (più alto rispetto a quello determinato dalla Corte dei Conti) e il ticket medio su chi pagherebbe domani per arrivare ai 2,9 miliardi di gettito attuale: a livello nazionale, la riduzione stimata dovrebbe essere del 13 per cento; con forti differenze regionali: per guardare di nuovo agli estremi, in Liguria il calo dovrebbe assestarsi al 21 per cento, in Calabria al 4 per cento.
Le Regioni non hanno parlato di riduzione del ticket, ma se non lo si fa allora viene il sospetto che l’operazione sia guidata dai tagli imposti dalla Legge di stabilità, altro che maggior equità del sistema.

Perché non si sfrutta invece l’occasione per rivedere sul serio la compartecipazione e per correggerne le incongruenze più significative? Le disparità di trattamento rimangono evidenti anche con la bozza di proposta delle Regioni: i poveri ci sono a tutte le età e non sono rappresentati solo dai disoccupati; né sono necessariamente povere tutte le famiglie numerose (che si possono aiutare meglio rivedendo le detrazioni per carichi famigliari in ambito Irpef o il sistema degli assegni al nucleo familiare). Se si vuole eliminare l’esenzione automatica per gli anziani per favorire l’equità nell’accesso, allora sarebbe auspicabile l’introduzione di una soglia di reddito valida per tutti.

In secondo luogo, l’uso del reddito per definire soglie di accesso ai servizi sociali è pericoloso in un paese dove l’evasione fiscale e la mancanza di controlli continuano a essere un problema. Meglio sfruttare fin da subito il nuovo Isee (soprattutto perché sembra funzionare e perché alcune regioni già lo usano). Anche il sistema attuale delle esenzioni per patologia sembra più il risultato di pressioni lobbistiche che non un modo per aiutare davvero chi si trova in difficoltà.

Andrebbe rivisto e dovrebbero migliorare i controlli, anche sui prescrittori. E qui sta un punto importante: il ticket dovrebbe essere pensato come strumento di controllo della domanda, molto spesso inappropriata. Si consumano servizi, anche se non strettamente necessari, tanto non si pagano. Il punto è che i servizi non li paga nemmeno chi li prescrive per gli esenti: c’è quindi una responsabilità anche da parte dei medici (specialmente quelli di medicina generale), che – vuoi per ragioni difensive, vuoi per negligenza – prescrivono farmaci ed esami diagnostici che non servono a nulla. A quando una riflessione su questo tema?

La Corte dei conti: così le Regioni truccano i bilanci

  • Lunedì, 03 Novembre 2014 10:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
03 11 2014

Non c'è quasi Regione che ne esca indenne. Da quest'anno la Corte dei Conti ha il potere di controllare e certificare i conti dei governatori, grazie a una norma dell'ottobre 2012. E da qualche mese nelle relazioni della Corte stanno venendo alla luce centinaia di trucchi e imbellettature che a volte sconfinano nella falsificazione dei bilanci. ...

Nonostante l'annunciato disboscamento, sull'eterologa resta in piedi la giungla dei ticket. In conferenza delle Regioni ieri i governatori hanno finito di mettere a punto, l'accordo.
Paolo Russo, La Stampa 
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La 27 Ora
22 05 2014

Certo, c’entra la spending review. Soldi non ce ne sono più e anche i consigli di amministrazione si sono messi a dieta. Ma non c’è dubbio che la legge sulle quote abbia il suo bel peso.

Di colpo nelle società controllate dallo Stato, attraverso tutte le sue declinazioni, è esplosa la moda dell’amministratore unico. Un dato che qua e la era già emerso in indagini campione, ma che il primo censimento del dipartimento per le Pari opportunità ha fotografato in modo netto: le società che hanno adottato l’amministratore unico sono quasi raddoppiate.

«Venerdì 23 maggio a Napoli presenteremo i primi dati sull’attività di monitoraggio e la vigilanza sulle quote di genere nelle società pubbliche svolta dal Dipartimento Pari opportunità a partire da febbraio 2013», anticipa Monica Parrella, direttrice generale al Dipartimento e coordinatrice dell’ufficio per gli interventi in materia di parità e pari opportunità.

La legge Golfo-Mosca è divenuta vincolante anche per le società pubbliche dal 12 febbraio 2013. Da quel giorno ha rinnovato i propri organi sociale il 35% delle quasi 4mila società controllate da pubbliche amministrazioni fino al terzo livello.

Si tratta di 1367 società. Ebbene, 496 di queste oggi sono guidate da una sola persona. Prima del rinnovo erano solo 247. Significa che 219 società hanno sostituito il Cda con l’amministratore unico. Che è uomo nel 95,2% dei casi: sono 455 uomini e 41 donne.

Ma c’è un altro dato da sottolineare e riguarda chi non si adegua alla legge.

«In poco più di un anno abbiamo ricevuto circa 250 segnalazioni da parte delle società obbligate, di cui circa il 10% non conformi alla normativa. L’elemento positivo – sottolinea Parrella – è che quasi tutte le società diffidate ad adeguarsi lo hanno fatto molto velocemente. Al momento sono pendenti solo 6 procedimenti su 25, che con tutta probabilità si chiuderanno con l’adeguamento e senza sanzioni».

Purtroppo l’Italia marcia a due velocità: le società pubbliche del Sud che hanno segnalato il rinnovo degli organi sono pochissime (solo 16) «e questo è il motivo per cui abbiamo promosso l’iniziativa di Napoli».

Delle 246 segnalazioni arrivate al Dipartimento, 127 provengono dal Nord, 106 dal Centro e 16 dalle isole. Guardando le città, Milano e provincia ne ha acute 33 e Roma e provincia 70 (dati al 30 aprile).

La legge sulle quote ha prodotto anche un risultato “a latere” dell’oggetto preciso della normativa: per la prima volta è stato costruito il database di tutte le società pubbliche (pare strano, ma lo Stato non sapeva finora quali è quante società controllava attraverso le sue varie articolazioni).

«Meno di un mese fa abbiamo avviato la seconda fase dell’attività di monitoraggio e vigilanza, sulla base dell’anagrafe completa delle società pubbliche che siamo riusciti faticosamente a costruire e che è attualmente l’unico database in possesso di una pubblica amministrazione che comprende le informazioni complete sulle società pubbliche a tutti i livelli territoriali», dice Parrella. In particolare, partendo dalle società a più alto fatturato, divise per 5 zone geografiche, è stato definito un massiccio piano di vigilanza partito il 29 aprile scorso con l’avvio dei procedimenti per la diffida di ulteriori 14 società distribuite sul territorio nazionale.

«Siamo però solo all’inizio, perché, da una prima analisi dei dati, è emerso che globalmente un po’ meno della metà delle società che hanno rinnovato gli organi di amministrazione e di controllo non si sono adeguati alla nuova normativa e quindi mano mano avvieremo i procedimenti per tutte le società non conformi alla legge sulle quote di genere”, conclude la direttrice.
“Non stupisce che dove non c’è l’obbligo di rappresentanza di entrambi i generi la presenza di donne si riduca sensibilmente, al l’8,3% contro un dato generale di presenza femminile nei cda pubblici che si attesta oggi attorno al 14%”.

Maria Silvia Sacchi

Altrimenti è di grande consolazione il pacchetto-Senato "gratis", e comunque, ultima offerta di giornata, le moriture province contribuiranno con il loro sacrificio a mettere "nelle tasche degli italiani 80 euro" (sempre citazione renziana). ...

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