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Il Fatto Quotidiano
20 11 2015

Jihadisti hanno attaccato l'albergo con armi da fuoco e granate, sigillando la struttura che ospitava anche i militari della missione Onu nel Paese

Una sparatoria è in corso nell’hotel Radisson a Bamako, nel centro della capitale del Mali. Gli uomini armati hanno sigillato l’albergo di lusso, che ha 190 camere quasi tutte occupate al momento dell’irruzione, prendendo in ostaggio 170 persone: 140 clienti e 30 dipendenti. Tra gli ospiti della struttura anche i militari della missuone Onu in Mali. L’area è stata immediatamente circondata dalle forze di sicurezza. L’attacco è avvenuto con armi da fuoco e granate.

Una fonte della sicurezza ha riferito: “E’ successo al settimo piano: jihadisti stanno sparando nel corridoio”. Secondo Rfi, il commando di uomini armati responsabili dell’attacco sarebbe arrivato nell’albergo a bordo di una macchina con la targa “corpo diplomatico”.

L’hotel si trova poco a ovest del centro della capitale maliana, in un quartiere che ospita ministeri e sedi diplomatiche. “Molto presto questa mattina c’è stata una sparatoria. Apparentemente è stato un tentativo di prendere degli ostaggi. La polizia è sul posto e ha isolato l’area”, ha dichiarato la fonte della sicurezza. Le strade circostanti l’albergo sono state bloccate. L’ambasciata Usa ha twittato di essere “a conoscenza di una sparatoria in corso all’hotel Radisson”, chiedendo ai cittadini americani di restare al chiuso.

Il presidente del Mali, Idriss Déby Itno, ha evocato la matrice islamista dell’attacco terroristico: “condanno nella maniera più ferma possibile questo atto barbaro che non ha niente a che vedere con la religione”, ha detto il capo di Stato come riferisce il sito Jeune Afrique.

Corriere della Sera
23 04 2015

È rimasto ucciso in un raid Usa Giovanni Lo Porto, cooperante di Palermo, 38 anni, rapito in nella provincia del Punjab, a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, il 19 gennaio del 2012 da quattro uomini armati. Il governo Usa ha annunciato di aver ucciso per sbaglio Lo Porto in gennaio, nel corso di un’operazione di antiterrorismo contro Al Qaeda. Da quanto è trapelato, l’attacco è stato condotto da un drone della Cia. La Casa Bianca ha aggiunto che insieme a Lo Porto è rimasto ucciso un secondo ostaggio di al-Qaeda, lo statunitense Warren Weinstein. Nell’operazione è stato ucciso anche Ahmed Farouq, cittadino americano tra i leader di al Qaeda.

«Mi sento responsabile»
«Ho parlato ieri (mercoledì, ndr), con il primo ministro italiano Matteo Renzi» dell’uccisione dell’ostaggio Giovanni Lo Porto»: lo ha detto Barack Obama in un messaggio video. «I nostri pensieri vanno alle famiglie di Warren Weinstein, americano prigioniero di al Qaeda dal 2011, e Giovanni Lo Porto, un cittadino italiano ostaggio di al Qaeda dal 2012», ha detto il presidente. «Nessuna parola può esprimere appieno il nostro rammarico per questa terribile tragedia», ha affermato. E ha aggiunto: «Come marito e come padre posso solo immaginare il dolore e l’angoscia che stanno provando le due famiglie» per la perdita dei loro cari». «Il loro esempio sarà una luce per chi è rimasto».

«Un esempio per noi»
Obama ha poi dichiarato di «assumersi tutte le responsabilità di tutte le operazioni antiterrorismo, compresa questa». E ha definito Lo Porto e Weinstein «un esempio per noi». «Quelle persone che vedono la sofferenza e rispondono con la compassione, vedono guerre e rispondono con la pace». «I servizi» umanitari «di Giovanni riflettevano gli impegni degli italiani nostri alleati e amici nel garantire la sicurezza di tutti nel mondo».

Renzi: «Profondo dolore»
«L’Italia porge le più sentite condoglianze alla famiglia di Giovanni Lo Porto», ha dichiarato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi che esprime «profondo dolore per la morte di un italiano, che ha dedicato la sua vita al servizio degli altri». Renzi ha espresso condoglianze «anche alla famiglia di Warren Weinstein».

L’operazione
In un comunicato, la Casa Bianca ha sottolineato che nell’operazione contro un edificio di al Qaeda, sono stati uccisi «accidentalmente» entrambi gli ostaggi e che «non c’era motivo di credere che all’interno del compound, al confine tra Afghanistan e Pakistan, fossero presenti» i prigionieri. «Nessuna parola può esprimere il nostro dispiacere per questa terribile tragedia», ha aggiunto la Casa Bianca. Le informazioni, finora segrete, sono state diffuse per volontà del presidente Obama, «declassificate e condivise con il popolo americano», prosegue la nota, ribadendo che il presidente «si assume la piena responsabilità di queste operazioni e crede che sia importante fornire agli americani più informazioni possibili sulle operazioni anti-terrorismo, in particolare quando provocano la morte di nostri cittadini».

La Casa Bianca ha sottolineato che l’operazione è stata condotta in osservanza delle politiche anti terrorismo e che sono in corso indagini che comprender cosa sia avvenuto e come impedire che possano ripetersi altri incidenti in futuro. «A volte si fanno errori mortali, ma una delle cose che rende eccezionali gli Stati Uniti è la nostra volontà di imparare dai nostri errori, sto aspettando una relazione di cio che è successo per chiarire che lezione dobbiamo imparare, faremo di tutto per non ripetere questi errori ed evitare la perdite di vite innocenti», ha detto il presidente, collegato dalla Casa Bianca.

Il sequestro
L’operatore umanitario palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Era stato sequestrato dal compound di Multan, nel Punjab, insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, che come lui lavorava per la ong tedesca Wel Hunger Hilfe, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.

Weinstein
Warren Weinstein, che ha perso la vita con Lo Porto, era il direttore per il Pakistan della J.E. Austin Associates, società privata di consulenza che assiste economie emergenti nella crescita e ha progetti in tutto il mondo. Era stato rapito nell’agosto 2011 a Lahore mentre si preparava a tornare in patria, quattro giorni prima della scadenza del suo contratto con l’Agenzia Usa per lo Sviluppo Federale. Weinstein aveva 73 anni e viveva a Rockville, alle porte di Washington. Nel dicembre 2013 al Qaida aveva diffuso un video il cui il cooperante faceva appello a Obama per la sua liberazione.

«Vogliamo chiarezza»
«Al momento siamo senza voce. Ciao Giovanni, che la terra ti sia lieve». Gvc onlus, la ong bolognese con cui il giovane palermitano nel corso della sua lunga carriera da cooperante ha collaborato, affida a Facebook le lacrime per la notizia arrivata oggi dagli Stati Uniti. «È straziante leggere le dichiarazioni americane. È morto a gennaio e lo comunicano adesso. Perche’? A noi non resta che stringerci ancora piu’ vicino alla famiglia», ha detto Margherita Romanelli, responsabile per l’Asia della ong.

Gli ostaggi
Lo Porto era stato ricordato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel giorno del suo insediamento: «Desidero rivolgere un pensiero ai civili impegnati, in zone spesso rischiose, nella preziosa opera di cooperazione e di aiuto allo sviluppo. Di tre italiani, padre Paolo Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli non si hanno notizie in terre difficili e martoriate. A loro e ai loro familiari va la solidarietà e la vicinanza di tutto il popolo italiano, insieme all’augurio di fare presto ritorno nelle loro case». Da allora, ancora altro silenzio, fino a oggi.

Internazionale
02 04 2015

Questa mattina alle 5.30 (ora locale) un gruppo di uomini armati ha attaccato l’università di Garissa, in Kenya, che si trova al confine con la Somalia, a 380 chilometri da Nairobi. Il campus è stato aperto nel 2011 e si tratta dell’unica università pubblica della regione. Nel 2013 erano più 480 gli studenti immatricolati.

L’attacco è avvenuto mentre la maggior parte degli studenti si trovava nella moschea per la preghiera del mattino.

Il bilancio delle vittime è salito a quattro morti, di cui due sono le guardie del campus. Gli studenti feriti da colpi di arma da fuoco sono almeno quaranta.

Gli uomini sono entrati nel campus e hanno cominciato a sparare indiscriminatamente contro gli studenti. Si trovano ancora all’interno dell’edificio.

Secondo la Croce rossa diversi studenti sono stati presi in ostaggio.

Tre dormitori sono stati evacuati, gli scontri con la polizia continuano in un quarto dormitorio.

Secondo l’ambasciata degli Stati Uniti l’attacco è stato rivendicato dai miliziani di Al Shabaab, gruppo terroristico che ha ripetutamente attaccato il Kenya dopo che Nairobi ha inviato l’esercito in Somalia per combattere contro i gruppi legati ad Al Qaeda come parte di una coalizione dell’Unione africana.

Studenti e cittadini di Garissa denunciano che una settimana fa il dipartimento della sicurezza keniana aveva inviato un messaggio per avvertire di possibili attacchi terroristici, ma non sono state prese misure di sicurezza sufficienti per proteggere l’università.

Carceri italiane: si entra innocenti, si esce di Al Qaeda

  • Lunedì, 19 Gennaio 2015 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
19 01 2015

La stretta repressiva invocata da Alfano esiste già. Basta essere musulmani e sospettati di terrorismo per vedere i proprio diritti negati. Leggi speciali, ritiro del passaporto e applicazione di misure antimafia a sospetti terroristi. Questo è ciò che prospetta il ministro degli interni Angelino Alfano come reazione all’attentato jihadista al Charlie Hebdo, a Parigi. Ancora una volta lo stato di diritto vacilla e c’è un’attenzione particolare alle nostre disastrare carceri. Che l’istituzione carceraria rischi di diventare una fabbrica di nuovi terroristi è una realtà più che concreta.

Un ragazzo musulmano che entra in carcere per un furtarello, corre il pericolo di subire un lavaggio del cervello dai fanatici religiosi e magari essere reclutato per entrare a far parte di una cellula terroristica. Ma il reclutamento viene facilitato proprio dalla repressione che avviene all’interno delle carceri e che Alfano vorrebbe accentuare ancora di più in nome della lotta al terrorismo.

La Guantánamo italiana. Fino a qualche tempo fa l’Italia aveva una piccola Guantánamo, ovvero il carcere “speciale” sardo di Macomer che provocò numerose proteste da parte dei detenuti islamici – la maggior parte di loro in attesa di giudizio – per presunte persecuzioni religiose e civili nel regime di massima sicurezza. L’associazione Antigone denunciò i maltrattamenti a cui sarebbero stati sottoposti i presunti terroristi fin dal loro arrivo nel carcere, Presunte violenze confermate anche all’avvocato Rainer Burani, legale di numerosi imputati di 270bis.

“I detenuti mi hanno riferito di non poter comprare le medicine, che costano molto, perché non hanno le possibilità economiche e il carcere non le passa. Inoltre non hanno la possibilità di lavorare in prigione”, raccontò il legale. “Bisogna tener conto che molti di loro non ricevono soldi né pacchi dalle famiglie, anche perché spesso si trovano in Italia da soli”. Particolarmente dure le condizioni di carcerazione: “Mi hanno detto che vivono in isolamento continuo, con il passeggio attaccato alla cella di sette metri quadrati e la porta sempre chiusa – proseguiva Burani -. Inoltre non possono avere vestiti personali né possono contattare i volontari, anche per motivi religiosi”. “Questi detenuti sono sottoposti in modo quasi burocratico all’isolamento”, spiegò un altro avvocato specializzato della difesa dei presunti terroristi, Luca Bauccio.

“Il dramma è che si è passati da una politica emergenziale a una normalizzazione dell’emergenza. I 270bis sono trattati con un automatismo burocratico – che prevede l’isolamento e altre misure – senza che alla base ci sia una valutazione reale dei rischi e della loro pericolosità”. Nel 2009 i detenuti musulmani sottoposti al regime duro al carcere di Macomer inviarono una lettera descrivendo la loro condizione, esordendo con queste parole di denuncia. “Vogliamo raccontare alla associazione gli abusi di potere contro i prigionieri islamici che si verificano al carcere di Macomer (Nuoro). Una piccola Guantánamo nell’isola di Sardegna. Però adesso i prigionieri di Guantánamo stanno meglio di noi che siamo chiusi in questo lager”. Oggi il carcere in questione è stato chiuso, e i detenuti sono stati trasferiti in altre carceri speciali.

Livello di sicurezza AS2. Per i detenuti musulmani accusati di terrorismo, nel 2009, è stato creato appositamente un nuovo livello sicurezza, denominato Alta sicurezza secondo livello (As2), con particolari caratteristiche: isolamento dagli altri reclusi, colloqui e telefonate in numero ridotto (quattro al mese invece di sei), ora d’aria da svolgersi in aree particolari, porta della cella blindata sempre chiusa. E inoltre niente radio né televisione, divieto di leggere giornali arabi, libri e vestiti centellinati, posta controllata e fornelli del gas consegnati giusto il tempo necessario per cucinare e subito ritirati.

Ma soprattutto nessuna possibilità di entrare in contatto con gli altri detenuti, anche per evitare il rischio di proselitismo tra gli islamici imputati di reati comuni. In pratica un circuito speciale all’interno del circuito speciale ad alta sicurezza e ovviamente i detenuti considerano questo modo di procedere una ghettizzazione e un’etichettatura ingiusta, subita per di più prima ancora di essere stati condannati. Quanti di essi poi, per reazione, rischiano davvero di diventare terroristi veri? Attualmente sono circa una quarantina, tutti maschi, i detenuti islamici rinchiusi nelle prigioni italiane e accusati di terrorismo internazionale, il reato previsto dall’articolo 270 bis del codice penale. E questo reato – utilizzato recentemente anche per accusare i tre ragazzi No Tav, recentemente assolti – è un regalo di Al Qaeda.

Nella sua versione attuale venne infatti istituito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle, quando la situazione politica internazionale, con le guerre in Iraq e Afghanistan, radicalizzò ulteriormente l’attività dei gruppi islamici. La conseguenza fu quella di estendere un reato che puniva gli atti di violenza compiuti contro lo Stato italiano anche a quelli mossi in atto contro altri paesi. Per molti avvocati penalisti, si tratterebbe di una mostruosità giuridica. “È chiaro che lo Stato deve difendersi, ma ho forti dubbi che gli episodi che ci troviamo a trattare in Italia possano essere inquadrati come terrorismo internazionale”, spiegò ad esempio Carlo Corbucci, legale di molti imputati per il 270bis e autore del libro “Il terrorismo islamico in Italia: realtà e finzione”. Ma a preoccupare Corbucci sono soprattutto le successive modifiche apportate all’articolo 270: “L’ultima versione, il 270 quinqes, arriva a colpire anche chi scarica materiali, o semplicemente li visiona, dai siti internet considerati vicini ad Al Qaeda”.

Il ruolo dei magistrati. Il ministro Alfano ha posto una particolare attenzione alle carceri, nelle quali sono recluse decine di migliaia di stranieri, molti dei quali provenienti dal mondo arabo. E viene rispolverato un dossier redatto nel 2010 dall’allora capo del Dap Franco Ionta, che parlò di circa 40mila detenuti sensibili al richiamo integralista islamico.

Si rischia così nuovamente – al livello istituzionale – di equiparare la fede religiosa islamica al terrorismo. Il dossier in questione è composto da 136 pagine e spiega in maniera dettagliata il rischio potenziale del reclutamento jhadista. Per arrivare a compilare la lista dei possibili reclutatori la polizia penitenziaria ha monitorato “i normali aspetti di vita quotidiana” di centinaia di carcerati: “flussi di corrispondenza epistolare, colloqui visivi e telefonici, somme di denaro in entrata e in uscita, pacchi, rapporti disciplinari, ubicazione nelle stanze detentive, frequentazioni e relazioni comportamentali”.

Informazioni che confermano quanto avevano segnalato i servizi segreti con un rapporto nel quale indicavano “un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da “veterani”, condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori”. In realtà i dati non sono attendibili perché si rifanno agli atti giudiziari che hanno portato in carcere i presunti terroristi. Ciò significa che l’analisi si è fatta in base alle accuse ancora non confermate dalla Cassazione. Dagli atti sono state identificate varie sigle che ipoteticamente ricercano nuovi affiliati: si tratterebbero del Gruppo Salafita per la predicazione ed il combattimento (Algeria); Gruppo islamico combattente marocchino; Ansar ai-Islam (Medio Oriente); Hamas ) e naturalmente al Qaeda.

“L’elemento psicologico ed emozionale di cui l’individuo è vittima entrando nel sistema carcerario – segnala il rapporto del Dap – è divenuto col tempo un fertile terreno per i reclutatori delle organizzazioni estremistiche islamiche, che nell’ambito del sistema carcerario hanno saputo col tempo costruire una poderosa rete di controlla e manipolazione”. Ma il rapporto dimentica di citare le condizioni dure cui l’istituzione carceraria sottopone i detenuti in attesa di giudizio di fede musulmana e accusati di terrorismo. È elemento psicologico “perfetto”, supportato dallo Stato.

Damiano Aliprandi

 

Huffingtonpost
11 01 2015

Ora c'è chi evoca il "dente per dente". Chi si spinge fino a identificare gli islamici - un miliardo e mezzo di persone - come una moltitudine di sgozzatori. Altri, sull'onda dell'orrore per il duplice attentato di Parigi, pensano che la cosa migliore da fare è sospendere il Trattato di Schengen sulla libera circolazione e, tanto che ci siamo, vietare la costruzione di nuove moschee. Ebbene, è in questo modo che si fa il gioco dei tagliatori di testa dell'Isis e dei loro competitori di al Qaeda. Non c'è niente di più sbagliato, sul piano concettuale e su quello politico, considerare l'Islam come un moloch senza sfaccettature, un moloch integralista, incompatibile per sua natura con la democrazia e quei valori universali che sono alla base della "Marche Républicaine", la straordinaria risposta che la Patria dei Lumi ha dato ai nemici dell'umanesimo, sotto qualunque etichetta religiosa essi tentino di coprirsi.

Tra i principi evocati dai manifestanti di Parigi, tra le sfide lanciate ai seminatori di morte, assile alla difesa, senza se e senza ma, della libertà di espressione, c'è, non meno importante, la sfida, l'impegno per l'integrazione. Una sfida che non può che partire dall'Europa, e in essa, da quei Paesi, tra i quali la Francia, dove la società è sempre più multietnica. E questo, è bene ricordarlo, è un processo irreversibile. Questo, è bene aggiungere, è una ricchezza e non una minaccia, per l'Europa, perché un confronto con altre culture, con altre tradizioni, quando non ha come obiettivo una forzata omologazione, è un arricchimento per l'intera comunità nazionale. Integrazione. E' contro questa prospettiva che si scagliano i "guerrieri di Allah". Perché è di questa Europa che essi hanno paura, e non dell'Europa che prova a mostrare i muscoli, ad alzare Muri, a erigere trincee.

Il propagarsi dell'islamofobia favorisce la loro campagna di proselitismo. ""Quello che vogliono - riflette Tariq Ramadan in una intervista a euronews - - è nutrire l'islamofobia, nutrire questo senso di alienazione e di frustrazione. Ecco perché dobbiamo fare attenzione, questo è quello che vado dicendo ai musulmani di tutto il mondo, fate esattamente l'opposto di ciò che vorreste fare, ma non isolatevi, non state ai margini, socializzate, siate visibili, alzate la voce, siate la voce di chi non ce l'ha, della silenziosa maggioranza contraria a ciò che sta accadendo". E ancora: "Passo il 90% del mio tempo a cercare di far capire ai media cosa l'Islam non è, nessuno mi chiede di dire invece cosa è l'Islam, quali siano i suoi valori, la spiritualità che condividiamo. Vengo sempre messo sulla difensiva, "mi dica perché lei non è un pericolo?" Perché non si vuole invece che io dica perché sono un valore aggiunto per questa società, che cosa posso portare? La percezione dei musulmani in Occidente è sempre del tipo "o fai apologia oppure sei sulla difensiva".

Dobbiamo smettere di parlare in questo modo a noi stessi: in fin dei conti, io sono occidentale quanto lei e sono una parte musulmana del nostro futuro."Una Europa islomofobica è quella che vorrebbero i tanti "califfi" che agiscono nel Grande Medio Oriente, molti dei quali prodotti dello stesso Occidente, non solo per scellerate avventure militari come le due guerre irachene, ma anche per l'applicazione sul campo del vecchio assunto secondo cui "il nemico del mio nemico è mio amico". Così è stato per Saddam Hussein, armato dall'Occidente, anche con i gas con i quali ha massacrato i curdi, quando il "macellaio di Baghdad" era visto come un argine alla penetrazione khomeinista in Medio Oriente. E così è stato per Osama bin Laden e i suoi protettori Talebani, quando servirono per combattere l'esercito sovietico in Afghanistan.

In questi giorni di rabbia e di dolore è imperativo ragionare. Ragionare e non cavalcare l'insicurezza e la paura che può impadronirsi di ognuno di noi. Ragionare significa, ad esempio, fare i conti con gli errori commessi dall'Occidente, Usa ed Europa in primis, agli albori della guerra in Siria, quando quella rivolta popolare s'inquadrava ancora in quell'evento epocale che è stata, e che rimane, la "Primavera Araba". "La nuova generazione - rimarcava allora Olivier Roy, tra i più autorevoli studiosi francesi dell'Islam radicale - non è interessata all'ideologia: scandisce slogan pragmatici e concreti ("erbal", via subito) ed evita richiami all'Islam, come succedeva invece in Algeria alla fine degli anni Ottanta. Rifiuta la dittatura e chiede a gran voce la democrazia". Erano i ragazzi della "rivoluzione dei gelsomini" in Tunisia, erano i ragazzi di Piazza Tahrir in Egitto. Erano i loro coetanei siriani che scendevano nelle strade per invocare libertà e democrazia, ricevendo in cambio fucilate da parte dell'esercito di Bashar al-Assad.

La crescita del fondamentalismo, e delle sue componenti più estreme, è venuta "contro" e non "grazie" quelle rivolte. L'inverno jihadista non è la naturale successione alla Primavera araba. I leader occidentali l'hanno capito troppo tardi, se davvero l'hanno capito. La rottura del 2011 è nell'emergere di istanze di libertà che raccontano di un Islam plurale, in cui è possibile provare a coniugare modernità e tradizione. L'agenda delle rivoluzioni post-islamiste, i suoi attori principali, non avevano nulla a che vedere con il paradigma politico integralista. Volevano "globalizzare" i diritti, non la jihad. Sono stati abbandonati dall'Occidente, e attaccati dall'Islam radicale armato. Ma quei giovani, milioni di giovani, non sono svaniti nel nulla, tanto meno hanno ingrossato le file dell'Esercito islamico o rafforzato i mille tentacoli della "piovra" qaedista. Sono loro l''investimento sul futuro. Sono le organizzazioni della società civile che vivono in tanti Paesi arabi e musulmani, e che combattono, con le "armi" della non violenza, regimi teocratici e feroci tagliagole i cui capi - dal Califfato islamico di Siria e e Iraq, alla martoriata, e colpevolmente dimenticata, Nigeria dei criminali di Boko Haram - chiedono loro di scegliere tra "fede e democrazia".

Giustamente, in questi giorni, in queste ore, ricordiamo e onoriamo i morti di Parigi. Ma questo non può farci dimenticare che, senza riflettori accesi, in questi anni i miliziani qaedisti e dell'Is hanno rivolto le loro armi contro quelli che venivano considerati i nemici interni: donne e uomini musulmani, "colpevoli" di contrastare, anche solo non accettando i diktat della sharia, le indicazioni dei "guerrieri di Allah". Alzare i Muri è il regalo più grande che si potrebbe fare agli ispiratori, prim'ancora che alla manovalanza, della Jihad globalizzata. Costoro hanno paura dell'integrazione, temono la pace in Palestina, vivono e prosperano solo in una situazione di guerra permanente.

La "normalità" li disorienta, li spiazza. Discutere e dividersi sull'esistenza o meno di un "Islam moderato" è un esercizio intellettuale che lascia il tempo che trova, soprattutto quando a cimentarsi con l'argomento sono i "tuttologi" dell'ultima ora. Quel che conta davvero è che nel mondo islamico, nelle comunità islamiche anche in Europa, vi sono tantissime persone, la grande maggioranza, che rigetta non solo la pratica jihadista ma anche i precetti di una ortodossia sessuofobica e asfissiante. Di questo Islam che non si arrende alle teocrazia, fanno parte le ragazze e i ragazzi dell'"Onda Verde" iraniana, così come le donne che combattono il regime oscurantista saudita rivendicando e praticando il diritto a guidare la macchina.

"Oggi salirò a bordo dell'aereo che mi riporterà a casa, in Pakistan, portando con me il manoscritto di un libro che sto scrivendo e che sarà pubblicato a breve. Si tratta di un saggio sulla riconciliazione dei valori dell'Islam e dell'Occidente, di una accalorata esortazione affinché l'Islam moderato e moderno emargini gli estremisti religiosi, riporti i militari dalla politica nelle loro caserme, tratti tutti i cittadini e specialmente le donne con parità e pienezza di diritti, scelga i propri leader con elezioni libere e irreprensibili, e garantisca un governo trasparente e democratico la cui priorità sia soddisfare le esigenze sociali ed economiche della popolazione". A parlare è Benazir Bhutto, in uno scritto del 18 ottobre 2007. "Mentre salgo su un aereo diretto in Pakistan, sono pienamente consapevole che i sostenitori dei Taliban e di al Qaeda hanno pubblicamente minacciato di uccidermi - aggiungeva - l leader dei Taliban Baitullah Mehsud ha dichiarato che i suoi terroristi mi daranno "il loro benvenuto" in occasione del mio ritorno, e non è certo necessario che io spieghi che cosa implicano queste parole.

Comprendo anche gli uomini di al Qaeda, che in passato hanno già cercato di assassinarmi due volte: il Partito popolare del Pakistan (Ppp) e io rappresentiamo tutto ciò che loro temono maggiormente, moderazione, democrazia, eguaglianza e parità tra uomini e donne, informazione e tecnologia. Noi rappresentiamo il futuro del Pakistan moderno, un futuro nel quale non c'è posto per l'ignoranza, l'intolleranza e il terrorismo". Il 21 dicembre dello stesso anno, il 2007, Benazir Bhutto viene uccisa in un attentato a Rawalpindi. Benazir Bhutto era una donna coraggiosa. Una donna islamica. Per questo era una duplice minaccia per gli integralisti. Molto più di quanti, al sicuro nelle loro case, predicano ora la "Guerra all'Islam".

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