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Amnesty International
25 06 2015

Yemen, sei mesi dall'inizio degli attacchi aerei della coalizione a guida saudita: vite civili devastate. Amnesty International sollecita inchiesta Onu

Sei mesi dopo l'inizio del sanguinoso conflitto dello Yemen, Amnesty International ha sollecitato la comunità internazionale a istituire, attraverso il Consiglio Onu dei diritti umani che è riunito a Ginevra fino al 2 ottobre, una commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani commesse da tutte le parti.

Nel corso del conflitto sono stati uccisi oltre 2100 civili, tra cui almeno 400 bambini. In tutto lo Yemen è in corso una disperata crisi umanitaria e oltre 1.400.000 persone risultano sfollate.

"Nei sei mesi trascorsi dall'inizio della campagna di attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita, tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno mostrato un cinico disprezzo per la vita dei civili" - ha dichiarato James Lynch, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"In assenza di qualsiasi soluzione in grado di porre fine a questo sanguinoso conflitto e a causa della crescente crisi umanitaria, la sofferenza dei civili dello Yemen è assoluta. La comunità internazionale deve cogliere l'occasione della riunione del Consiglio Onu dei diritti umani per istituire una credibile commissione d'inchiesta internazionale che possa dare speranza alle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani" - ha aggiunto Lynch.

L'Arabia Saudita e altri stati che fanno parte della coalizione militare impegnata nel conflitto dello Yemen, insieme allo stesso governo yemenita del presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, stanno cercando d'impedire l'istituzione della commissione d'inchiesta.
"La comunità internazionale deve smetterla di girare le spalle alle vittime della crisi dello Yemen e prendere misure per porre fine all'impunità e per far presente agli autori delle gravi violazioni dei diritti umani che non potranno non rispondere delle loro azioni.
Il primo passo in questa direzione dovrebbe essere un'indagine approfondita, imparziale e indipendente" - ha sottolineato Lynch.

In gran maggioranza, i morti e i feriti tra i civili sono stati causati dalla coalizione a guida saudita, sostenuta da Usa e Regno Unito. Amnesty International ha documentato attacchi aerei della coalizione, dichiaratamente contro i gruppi armati houti e che invece hanno causato morti tra la popolazione civile e hanno distrutto abitazioni e altri obiettivi civili tra cui scuole, moschee e infrastrutture civili tra cui ponti e strade, pregiudicando in questo modo la fornitura di aiuti umanitari.

Le forze della coalizione a guida saudita hanno anche usato bombe a grappolo, vietate a causa della loro natura inerentemente indiscriminata, prodotte o progettate negli Usa.

"Anziché fornire assistenza logistica e militare a una coalizione che ha commesso gravi violazioni dei diritti umani, i membri influenti della comunità internazionale dovrebbero cercare di chiamare gli autori a risponderne" - ha commentato Lynch.

"Tutti i paesi che forniscono armi alle parti in conflitto non devono autorizzare alcun trasferimento che rischi di causare o facilitare gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale dei diritti umani" - ha aggiunto Lynch.

Nei combattimenti via terra, gli houti e i loro oppositori si sono resi a loro volta responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, procurando danni alla popolazione civile mediante attacchi indiscriminati contro centri abitati. Gli houti hanno anche bombardato città e villaggi del sud dell'Arabia Saudita.

Gli houti hanno inoltre avviato la repressione nelle zone sotto il loro controllo, effettuando raid e chiusure delle sedi di varie organizzazioni non governative e minacciando il loro personale ed eseguendo arresti arbitrari e rapimenti di attivisti, giornalisti e altre persone ritenute ostili.

Approfondimento
Approfondisci la situazione in Yemen

Conflitto in Yemen: l'Italia sospenda l'invio di bombe e sistemi militari alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita (2 settembre 2015)

Per interviste:Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Amnesty International
28 08 2015

Il ricorso dei governi alla sparizione forzata per ridurre al silenzio le voci critiche e incutere paura a determinati gruppi della società prosegue incontrastato in ogni parte del mondo.

Lo ha dichiarato Amnesty International alla vigilia del 30 agosto, giornata internazionale degli scomparsi.

"Dalla Siria al Messico, dallo Sri Lanka al Gambia come in altri paesi del mondo, centinaia se non addirittura migliaia di persone potrebbero trovarsi in qualche carcere segreto e molti governi si accaniscono contro coloro che cercano notizie dei loro cari. Per questo, la lotta per la giustizia non deve cessare" - ha dichiarato Salil Shetty.

"In occasione della Giornata internazionale degli scomparsi, rinnoviamo il nostro sostegno a tutte le vittime e ai familiari di coloro che hanno subito arresti illegali e sparizioni forzate da parte delle autorità statali. C'è bisogno di maggiore pressione sui governi responsabili di queste pratiche orribili perché vi pongano fine" - ha aggiunto Shetty.

Le sparizioni forzate sono commesse da agenti dello stato o da persone che agiscono per conto dello stato. La persona scomparsa, il cui arresto o la cui detenzione vengono sistematicamente negati, viene posta in questo modo al di fuori della protezione della legge e a grande rischio di essere torturata e anche uccisa. Quasi mai viene portata di fronte a un giudice e raramente vengono registrati il suo "reato" o il luogo di detenzione.

In vista della Giornata internazionale degli scomparsi di quest'anno, Amnesty International presenta casi di sparizione forzata in ciascuna delle zone del mondo.

Medio Oriente e Africa del Nord: Siria
Secondo le ricerche di Amnesty International, dal 2011 al 2015 in Siria sono scomparse quasi 85.000 persone: oppositori politici, difensori dei diritti umani, attivisti così come semplici cittadini o insegnanti che avevano preteso il pagamento degli stipendi.

Rania Alabbasi è stata arrestata nel marzo 2013 insieme ai suoi sei figli, il più piccolo di tre anni e il più grande 15enne. Da allora se ne sono perse le tracce e il governo non ha mai dato ai familiari alcuna informazione.

Naila Alabbasi, sorella di Rania, ha detto ad Amnesty International: "Quando è iniziata la rivolta, lei ha deciso di restare. Pensava che sarebbero stati al sicuro dato che non avevano preso parte ad attività politiche e non avevano militato nei partiti d'opposizione. Non erano mai andati alle manifestazioni. Non sappiamo più nulla di loro, tutti i tentativi di ottenere qualche informazione sono stati vani.

Non dobbiamo dimenticare Rania, la sua famiglia e gli altri prigionieri che si trovano nella stessa situazione.."

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Americhe: Messico
Secondo dati ufficiali, dal 2007 in Messico sono scomparse quasi 25.000 persone, poco meno della metà solo sotto l'attuale governo del presidente Peña Nieto.

Questo scandalo è diventato internazionale nel settembre 2014 dopo la sparizione di 43 studenti dell'istituto magistrale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero.

Gli studenti si stavano recando a una manifestazione di protesta contro la riforma scolastica quando sono stati attaccati da agenti di polizia e da altri uomini armati nella città di Iguala.

Tre di loro sono stati immediatamente uccisi e altri, secondo le testimonianze oculari, portati via dalla polizia. Dopo 24 ore è stato ritrovato il cadavere, con segni di torture, di uno degli studenti, Julio César Mondragón.

Le famiglie degli altri 42 studenti sono rimaste nell'angoscia di non avere più notizie dei loro cari.

Inizialmente le autorità hanno negato di avere informazioni e nei mesi successivi hanno fornito una ricostruzione dei fatti che è contestata dalle famiglie degli scomparsi e dai loro rappresentanti.

Nonostante gli occhi del mondo su di loro, le autorità messicane non hanno indagato adeguatamente su tutti gli aspetti della vicenda, soprattutto sulle sconvolgenti denunce riguardanti il coinvolgimento delle forze armate.

Sono invece emerse le collusioni tra autorità locali e gruppi criminali.

Centinaia di migliaia di studenti, loro familiari e semplici cittadini di ogni parte della società messicana sono scesi coraggiosamente in strada per chiedere al governo di agire. Omar, amico di uno degli studenti scomparsi, ha detto ad Amnesty International:
"La risposta del governo è stata cinica e insensibile. Sono preoccupato ma non spaventato per quello che è successo. Non cesseremo mai di lottare per la giustizia".

Asia: Sri Lanka
Si stima che decine di migliaia di persone siano scomparse nel conflitto tra l'esercito e le Tigri Tamil, terminato nel 2009, e nella campagna di contro-insurrezione contro le forze di sinistra del biennio 1989-90. Pochi casi sono stati risolti e le famiglie che continuano a cercare informazioni sulla sorte dei loro cari subiscono gravi intimidazioni.

A partire dal 1990, i governi hanno istituito svariate commissioni d'inchiesta sugli scomparsi, che hanno chiamato in causa leader politici e alti dirigenti della polizia e delle forze di sicurezza. Tuttavia, le autorità hanno ampiamente ignorato le raccomandazioni che queste persone - alcune delle quali ancora al loro posto - venissero processate.

Le sparizioni sono proseguite persino in tempo di pace: il vignettista Prageeth Egnalikoda è scomparso alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2010. Per sua moglie, Sandra, rintracciarlo è diventato il principale scopo di vita:
"Senza di lui, la situazione è difficile anche dal punto di vista economico. Ora devo fare da madre e anche da padre ai nostri figli. E questo è un destino comune per tutte le famiglie degli scomparsi".

Europa: Bosnia ed Erzegovina
A due decenni di distanza dalla fine del conflitto degli anni Novanta, la sorte di oltre 8000 scomparsi resta sconosciuta. Lo stato non ha attuato fino in fondo la Legge sulle persone scomparse, che obbliga le autorità a cercare le vittime di sparizione forzata, né ha adeguatamente finanziato il fondo di sostegno alle vittime e ai loro familiari.

"La legge esiste solo sulla carta. Nessuno la rispetta" - ha dichiarato Zumra Sehomerovic, vicepresidente del Movimento delle madri di Srebrenica e Zepa. "Quando ci presentiamo dalle autorità, ad esempio per ottenere un certificato che riconosca la scomparsa di una persona, ci trattano in modo sprezzante".

Amnesty International chiede al presidente del Consiglio dei ministri della Bosnia ed Erzegovina di garantire che le autorità svolgano ricerche su tutte le vittime di sparizione forzata dell'epoca della guerra e forniscano alle famiglia una riparazione.

Firma l'appello su Srebrenica
Amnesty: la ricerca degli scomparsi in Bosnia sia una priorità dello stato

Africa: Gambia
In molti stati africani, i giornalisti subiscono intimidazioni e persecuzione giudiziaria. Uno dei regimi più illiberali è quello del Gambia. Nell'aprile 2004 il presidente Yahya Jammeh ordinò ai giornalisti di obbedire al governo altrimenti per loro sarebbe stato "l'inferno".

Nel luglio 2006 Ebrima Manneh, giornalista del Daily Observer, fu arrestato per aver pubblicato un'inchiesta dell'emittente britannica Bbc sul presidente Jammeh alla vigilia di un vertice dell'Unione africana.

Dopo ripetuti tentativi del padre e di alcuni colleghi di avere sue notizie, nel 2007 il governo negò ufficialmente l'arresto e disse di non avere informazioni sul conto del giornalista.

Nel 2008 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale dichiarò che l'arresto di Ebrima Manneh era illegale e ordinò al governo di rilasciarlo e risarcirlo con l'equivalente di 100.000 dollari Usa.

Alla sentenza non è stato dato alcun seguito.

Il governo del Gambia continua a sostenere di aver controllato tutte le prigioni e di non aver rinvenuto traccia di Ebrima Manneh. Tuttavia, secondo informazioni trapelate di recente, il giornalista potrebbe trovarsi, detenuto senza processo, nella stazione di polizia di Fatoto. Amnesty International lo ritiene un prigioniero di coscienza e continua a chiedere il suo rilascio immediato e incondizionato.

Amnesty International
04 08 2015

 

Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell'Associazione per la tutela dei diritti umani e delle persone detenute, uno dei più noti difensori dei diritti umani del Burundi, è scampato a un tentato assassinio nella capitale Bujumbura.

Il pomeriggio del 3 agosto, dopo che già dal mattino si erano sparse voci incontrollate sul suo omicidio, Mbonimpa ha lasciato il suo studio. Poco dopo un uomo non identificato gli ha sparato, ferendolo.

Mbonimpa era stato in carcere da maggio a settembre 2014 con l'accusa di uso di documenti falsi e minaccia alla sicurezza dello stato. Amnesty International lo aveva adottato come prigioniero di coscienza. Nonostante il rilascio, le accuse nei suoi confronti non sono state ritirate.

Dall'inizio del 2015, quando le autorità hanno cominciato a reprimere le proteste contro la decisione del presidente Pierre Nkurunziza di candidarsi per la terza volta alla guida del Burundi, molti difensori dei diritti umani e giornalisti sono stati costretti a lasciare il paese.

Il 2 agosto Esdras Ndikumana, corrispondente dal Burundi per Radio France Internationale, era stato arrestato e picchiato per ore, prima di essere rilasciato con un dito rotto. Prima di essere arrestato, aveva trasmesso un servizio dalla scena dell'omicidio del generale Adolphe Nshimirimana, alto consulente per la sicurezza del presidente Nkurunziza e per nove anni direttore dell'intelligence del Burundi.

Amnesty International
03 07 2015

Il Parlamento ungherese ha dato il via libera al governo per stilare un elenco di stati di transito "sicuri" in cui ritiene che le persone avrebbero potuto chiedere asilo prima di raggiungere l'Ungheria.

La lista includerà presumibilmente la vicina Serbia, che quasi tutti i circa 60.000 rifugiati e migranti giunti in Ungheria finora quest'anno hanno attraversato nel loro viaggio da Grecia e Macedonia.

Martedì 7 luglio Amnesty International pubblicherà un nuovo rapporto sulle violazioni nei confronti di rifugiati e migranti in Macedonia, Serbia e Ungheria, che documenta il sistema di asilo fallimentare della Serbia dove solo pochissime persone sono riuscite a ottenere asilo.

"I richiedenti asilo non dovrebbero essere affatto respinti in Serbia, in quanto non è in grado di garantire l'accesso all'asilo e coloro che vi sono respinti restano a rischio di essere rinviati in Macedonia, dove sono esposti a una serie di violazioni dei diritti umani", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. "Finché restano nel limbo giuridico in Serbia, sono vulnerabili ad abusi da parte della polizia e ad essere arrestati dalle autorità".

Due settimane fa l'Ungheria ha annunciato piani per costruire una recinzione di quattro metri di altezza lungo la frontiera con la Serbia per tenere fuori gli "immigrati". Nel frattempo la campagna anti-immigrazione del governo ha eretto cartelloni pubblicitari nelle strade della città, con slogan come: "Se vieni in Ungheria, non puoi rubare il lavoro agli ungheresi".

Poiché l'Ungheria adotta questa posizione anti-immigrazione, altri rifugiati e richiedenti asilo si troveranno in una situazione di stallo legale, intrappolati in Serbia e in Macedonia, ma senza protezione giuridica o status, né alcuna possibilità di asilo.

La campagna di Amnesty SOS Europa

Per interviste:Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Amnesty International
18 06 2015

Amnesty International: non uno dei 50 stati degli Usa rispetta gli standard internazionali sull'uso della forza letale da parte della polizia

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International Usa ha denunciato che i 50 stati degli Usa e il distretto federale di Columbia non rispettano gli standard internazionali sull'uso della forza letale da parte della polizia.

Nove stati (Maryland, Massachusets, Michigan, Ohio, South Carolina, Virginia, West Virginia, Wisconsin e Wyoming) e il distretto federale di Columbia non hanno alcuna legge che stabilisca quando è adeguato ricorrere alla forza letale. In 13 stati (Alabama, California, Delaware, Florida, Mississippi, Missouri, Montana, New Jersey, New York, Oregon, Rhode Island, South Dakota e Vermont) le norme vigenti sono in contrasto persino con le salvaguardie previste dalle leggi costituzionali. In nessun caso sono previsti meccanismi o procedure per l'accertamento delle responsabilità.

In assenza di statistiche ufficiali, si stima che le morti legate all'uso illegale della forza letale siano da 400 a 1000 all'anno, con un numero sproporzionato di vittime afroamericane (il 27 per cento, quando gli afroamericani costituiscono il 13 per cento della popolazione).

Il rapporto di Amnesty International Usa evidenzia la necessità di riforme, a livello federale e dei singoli stati, per adeguare le leggi in vigore alle norme e agli standard internazionali, i quali prevedono che la forza letale sia usata dagli agenti di polizia solo come estrema risorsa quando strettamente necessaria per proteggere se stessi o altri nei confronti di immediate minacce di morte o di ferimento grave.

Inoltre, Amnesty International sollecita il dipartimento della Giustizia a raccogliere dati sulle uccisioni da parte delle forze di polizia e sulla razza, il genere, l'età, la nazionalità, l'orientamento sessuale, l'identità di genere e l'appartenenza o meno a popoli nativi delle vittime della forza letale della polizia.

"Il fatto che non ci sia un solo stato degli Usa a conformarsi a questi standard ci preoccupa profondamente e pone una grave questione relativa al rispetto dei diritti umani. Occorrono immediatamente riforme in tema di leggi, politiche e addestramento in materia di polizia. Sono in gioco vite umane" - ha dichiarato Steven W. Hawkins, direttore generale di Amnesty International Usa.

Ulteriori informazioni
Le leggi di nove stati (Arizona, Delaware, Idaho, Mississippi, Nebraska, Pennsylvania, South Dakota, Vermont, Washington) autorizzano l'uso della forza letale per sedare una rivolta.

Le leggi di 22 stati (Alabama, Colorado, Delaware, Georgia, Hawaii, Idaho, Indiana, Kentucky, Maine, Mississippi, Montana, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, North Carolina, North Dakota, Oklahoma, Pennsylvania, South Dakota, Washington) consentono l'uccisione di un evaso, a prescindere se il suo comportamento sia o meno minaccioso.
Solo otto stati (Connecticut, Florida, Indiana, Nevada, New Mexico, Tennessee, Utah e Washington) prevedono che gli agenti di polizia diano un preavviso a voce prima di usare la forza letale.

Solo tre stati (Delaware, Hawaii e New Jersey) dispongono che gli agenti di polizia facciano attenzione alla presenza di estranei prima di usare la forza letale.

Infine, 22 stati (Alabama, Arizona, California, Colorado, Connecticut, Indiana, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Mississippi, Nebraska, New Hampshire, New Jersey, New York, North Dakota, Pennsylvania, South Dakota, Texas e Washington) autorizzano privati cittadini a ricorrere alla forza legale quando svolgono funzioni di pubblico ufficiale, come ad esempio aiutare un agente di polizia a compiere un arresto.

Per interviste:Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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