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Belgrade Pride, un successo mai visto

  • Lunedì, 28 Settembre 2015 12:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
28 09 2015

Dopo anni di polemiche e violenze finalmente è stata una festa. Il Gay Pride di Belgrado, evento conclusivo della “settimana dell’orgoglio”, si è svolto domenica 20 settembre senza incidenti
Il Pride Parade è l’evento conclusivo della settimana dedicata ai diritti della comunità LGBT di Belgrado, organizzato dall’associazione Beograd Prajd, ed è stato accompagnato anche dal Trans Pride, manifestazione gemella che quest’anno è stata organizzata separatamente.
Le edizioni passate


Nel corso degli anni passati, l’organizzazione della “parata” è stato un evento che ha profondamente diviso la società serba e che è stato frutto di polemiche e violenze. L’edizione del 2010 fu all’origine di seri incidenti, causati dalle solite organizzazioni di destra, che portarono al ferimento di oltre 100 poliziotti e all’arresto di 250 persone. Anche la Chiesa ortodossa si era sempre schierata contro l’evento. Negli anni successivi, le forze di sicurezza serbe temendo il ripetersi degli incidenti, non hanno più dato l’autorizzazione alla manifestazione, almeno fino al 2014. L’anno scorso, la “parata” si tenne, con la presenza di ingenti forze di polizia e con alcuni scontri ai margini della manifestazione.
Quest’anno, in una Belgrado dove l’attenzione si è spostata sulla crisi dei rifugiati che transitano quotidianamente in città, l’organizzazione della “parata dell’orgoglio” non ha praticamente fatto notizia.

Nessuna polemica sui giornali, i partiti dell’estrema destra silenziati, gli hooligans del Partizan e della Stella Rossa anche loro in silenzio. Colpisce in particolare l’assenza di graffiti minacciosi sui muri della città. Nel 2014 la città era stata ricoperta con scritte tipo: ”I gay non marceranno”, “La parata non si svolgerà” “Uccidi i gay”. Colpisce anche il silenzio della Chiesa Ortodossa, che nel 2014, tramite suoi prelati, aveva detto che le disastrose inondazioni della primavera 2014 erano state un ammonimento divino nei confronti dei serbi perché avevano intenzione di organizzare la parata. L’assenza di tensioni e incidenti i giorni prima, aveva fatto sì che sabato sera, la polizia avesse finalmente fatto sapere che c’erano le condizioni per lo svolgimento sia del “Trans pride” che del “Pride Parade”.

La parata
Il silenzio mediatico dei giorni che hanno preceduto l'evento è stato seguito dal silenzio irreale di domenica 20, giorno della “parata”. Il centro di Belgrado è stato praticamente isolato dal traffico. Solo il volo persistente degli elicotteri rompeva l’inusuale calma calata su Belgrado. Impressionante lo spiegamento di forze della polizia e della gendarmeria, tutti in tenuta antisommossa. Cordoni di poliziotti bloccavano le vie di accesso a Trg Republike, Slavija, Pionirksi Park e Nemanjina, i punti critici della sfilata. Polizia a cavallo, mezzi blindati, cannoni ad acqua, il messaggio dato dalle autorità non lasciava dubbi. La “parata” si sarebbe svolta.

Il contrasto tra l’aspetto bellicoso dei poliziotti e i colori del “Trans pride” primo evento in programma, descrive alla perfezione la giornata. Nel Pionirski Park, i partecipanti alla Trans Pride, assieme ai rappresentanti della comunità rom di Belgrado, invitavano i presenti a sostenerli nella lotta per evitare discriminazioni.

La parata è poi partita in Nemanjina ulica, di fronte alla sede del governo. Circa 1.000 partecipanti si sono riuniti lì al suono di fischi e musica. L’atmosfera era festosa e rilassata. La madrina della manifestazione, Biljana Srbljanović, ha dato il benvenuto ai partecipanti. Dietro il corteo, le autorità, con in prima persona il sindaco di Belgrado, Siniša Mali, la ministra per l’Integrazione europea Jadranka Joksimović, l’ambasciatore degli Stati Uniti, Michael Kirby e il capo della Delegazione dell’Unione Europea, l’ambasciatore Michael Davenport. Per l’occasione, è giunta a Belgrado anche la ministra svedese per la Cultura, Alice Bah Kuhnke. Negli anni scorsi la comunità internazionale si è apertamente schierata in favore dello svolgimento della manifestazione, condannando le violenze e le cancellazioni del passato.

La “parata” è partita puntuale. Musica, balli, fischi, una grande bandiera arcobaleno a seguire il camioncino dell’organizzazione. Si respirava un’atmosfera di sollievo e normalità. I partecipanti venivano da tutti i paesi della ex Jugoslavia e in più vi erano numerosi ospiti stranieri e belgradesi simpatizzanti con la comunità LGBT, tra cui, una simpatica nonnina di 79 anni. Gli organizzatori hanno invitato i partecipanti a solidarizzare con tutti quanti si battono per i propri diritti, in primo luogo con i rifugiati che da mesi oramai sono accampati nei parchi di Belgrado, nel loro cammino verso l’Europa occidentale. La gente, non molta, dalle finestre guardava con curiosità, alcuni gettando fiori, altri sventolando bandiere tricolori. Il tutto, sotto gli occhi attenti e severi delle centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa. I media hanno riportato di un migliaio di partecipanti in tutto.

Alla fine, tutti contenti
La “parata” è terminata alle 13.00 di fronte al municipio di Belgrado. L’atmosfera festosa è però continuata e sono stati rinnovati gli appelli a far visita ai rifugiati subito dopo la parata. Secondo gli organizzatori, questa è stata la miglior “parata” finora organizzata. Non vi sono stati incidenti di rilievo. Un gruppo di fedeli, assieme ad alcuni “pope” ortodossi hanno comunque pregato e asperso il suolo di acqua santa nei pressi della Chiesa di San Marco per scongiurare eventuali punizioni divine a seguito della manifestazione come, a loro dire, la siccità di quest’anno e le inondazioni dell’anno scorso.
La protesta, pacifica, si è mantenuta molto distante dal luogo dove è avvenuto il Pride. Nel pomeriggio, la polizia ha reso noto di aver arrestato una decina di facinorosi, ultras e pregiudicati, per aver tentato di creare disordini. Per il resto, una giornata tranquilla, ma anche un altro importante successo per il premier serbo Aleksandar Vučić, che dà ancora un forte segnale che la Serbia è un paese in via di normalizzazione e che, almeno in superficie, ha abbracciato i valori europei ed è ben decisa a progredire nel processo di integrazione europea. Nella speranza che l’anno prossimo l’evento si ripeta con bisogno di minori misure di sicurezza.

Huffingtonpost
29 09 2014

Domenica 28 settembre 2014, una data da ricordare a Belgrado. Il movimento LGBTI serbo ha infatti scritto una pagina di storia europea riuscendo a marciare dal Palazzo del Governo al Parlamento per il gay Pride. Il primo tentativo era stato fatto nel 2001, ma i manifestanti furono violentemente attaccati dai nazionalisti serbi senza che la polizia li proteggesse. Quel primo tentativo è diventato anche un commovente film del 2011, Parada di Srđan Dragojević, che purtroppo non è riuscito a superare il muro della grande distribuzione Italiana ed è rimasto confinato ai soli circuiti dei festival.

Un altro tentativo fu fatto nel 2010. In quel caso la polizia era presente, ma gruppi di nazionalisti e neonazisti si scagliarono con una tale violenza anche contro di essa, oltre che contro i manifestanti, da trasformare le strade di Belgrado in un vero e proprio campo di battaglia. Dopo gli scontri, i feriti si contarono a decine.

Naturalmente la stampa serba incolpò i manifestanti Lgbti, non i nazionalisti e i neonazisti, delle violenze, mentre le televisioni continuarono a trasmettere immagini di violenze ogni volta che si parlava di Pride. Per molti cittadini serbi, pertanto, il Pride è associato a violenze di ogni genere causate dalla comunità Lgbti. Non c'è allora da stupirsi se, per tre anni di fila, le autorità serbe hanno vietato la parata con il sostegno dell'86% della popolazione, ma in palese violazione del più elementare diritto umano alla libertà di associazione nonché a di quello di espressione del pensiero.

Di fronte a un'omofobia così spaventosamente diffusa e pervasiva, occorre ricordare che la Serbia ha ottenuto da ILGA-Europe, l'organizzazione ombrello di tutte le associazioni Lgbti europee, 30 punti, pochissimi, ma comunque ben 5 in più dell'Italia che pure, a dispetto della sua spaventosa arretratezza politica e legislativa, è socialmente molto più accogliente nei confronti della comunità Lgbti. Il dato dimostra come il percorso verso il rispetto dei diritti umani di tutti sia assai complesso è debba muoversi sul piano sociale e su quello politico/legislativo in contemporanea, per non arrivare a questi tristi paradossi.

Civil Right Defenders, National Endowment for Democracy e Prajd Normalno, le associazioni organizzatrici del Pride, comunque, non si sono arrese e hanno continuato a chiedere di poter manifestare pacificamente in piena collaborazione con le forze di polizia. La richiesta è stata sostenuta dall'Unione Europea, che ne ha fatto un test fondamentale per l'ammissibilità della Serbia all'Unione stessa, e da varie delegazioni tra cui quella olandese, canadese, australiana e, quest'anno per la prima volta, anche italiana.

Il sostegno al Pride serbo non è mancato, nella formula della partecipazione diretta di alcuni rappresentanti, neanche da parte di varie associazioni Lgbti balcaniche, nonché da ILGA-Europe, in rappresentanza della quale sono andato a Belgrado. Tra le associazioni italiane, l'unica presente era il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, con Andrea Maccarrone ed Elisabeth Beretta.

Molti gli eventi in programma, ma io ho potuto partecipare solo a partire da sabato, quando si è tenuta una conferenza molto interessante e di altissimo livello che ha riflettuto sui temi della sicurezza durante i Pride, sul sostegno ai diritti umani nel globo, sull'uso strumentale dei sondaggi - sia nella loro formulazione, sia nella loro divulgazione - e, infine, sul ruolo dei Social media nell'attività di advocacy a favore dei diritti umani.

Durante la giornata, la presenza della polizia è diventata sempre più imponente, benché fino a mezzanotte non era previsto alcun annuncio sulla marcia dell'indomani. La ragione della massiccia presenza della polizia già sabato pomeriggio, mi è stata chiara all'uscita dal Pride Forum quando ho visto centinaia di ultra nazionalisti del gruppo Dveri marciare con bandiere serbe al suono roboante di tamburi. La polizia ci ha costretto a prendere un taxi per recarci in hotel, mentre I nazionalisti del gruppo Obraz si univano in centro a quelli del gruppo Dveri per chiedere al governo di vietare lo svolgimento del Pride.

Passata la mezzanotte l'annuncio del divieto non è arrivato e quindi si ha avuta la certezza dello svolgimento della parata. A quel punto il locale dove ci eravamo radunati, insieme agli attivisti locali, ha chiuso improvvisamente e la polizia ci ha, ancora una volta, costretti a tornare subito in albergo col taxi. Al nostro arrivo, ho scoperto che anche l'albergo dove tutti gli ospiti internazionali risiedevano era stato piantonato da due agenti che sarebbero rimasti lì tutta la notte e tutta la domenica.

Alle 8:30 del mattino di domenica abbiamo avuto un briefing sulla sicurezza e su come si sarebbe svolta la giornata e poi ci siamo recati, con grande anticipo, di fronte al Palazzo del governo da dove sarebbe partita la marcia. Lungo il tragitto il nostro colorato e gioioso micro corteo, che comprendeva già anche la parlamentare europea Terry Reintke e il parlamentare tedesco Volker Beck, è stato scortato da numerosi agenti in tenuta antisommossa attraverso una città che aveva assunto una strana atmosfera: tutto era estremamente calmo e quasi nessuno si poteva scorgere nei paraggi: una sorta di città fantasma.

Arrivati al Palazzo del Governo, ho capito che il governo non avrebbe ammesso in alcun modo la ripetizione di quanto era avvenuto nel 2010. L'area era stata completamente transennata e per accedervi si doveva passare una meticolosa perquisizione. Una volta entrati ci siamo trovati uno schieramento di centinaia di militari - a volto coperto, armati di mitragliatrice e in tenuta da combattimento - dispiegati lungo parte del breve percorso e in altri punti chiave come gli incroci. La memoria del 2010 evidentemente pesa e un applauso deve andare ai poliziotti serbi che hanno rischiato la loro stessa incolumità, non certo per via di noi manifestanti, ma per possibili attacchi dei nazionalisti. Nonostante il contesto, sicuramente non invitante, e le previsioni degli stessi organizzatori, che si aspettavano poche centinaia di partecipanti, un migliaio abbondante di persone sono invece arrivate alla spicciolata, insieme a decine e decine di giornalisti, Il sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, i ministri serbi dell'Integrazione Europea e della Cultura, Jadranka Joksimovic e Ivan Tasivac, e vari ambasciatori e diplomatici europei, tra cui il responsabile della delegazione UE Michael Davenport e anche la delegazione italiana con Alessandro Neto e Gianfranco Petruzzella: una dimostrazione del fatto che la partecipazione italiana ai Pride in aree sensibili, dopo Tirana e Nicosia, è diventata una buona prassi per la quale complimentarsi con la Farnesina.

Durante l'attesa, ho notato che di fronte al Palazzo Del Governo incombono sull'incrocio altri due palazzi sventrati dai bombardamenti NATO che il governo non ha demolito per ricordare, non gli orrori di cui la Serbia si è macchiata durante il conflitto jugoslavo, ma lo sfregio fatto alla Serbia dall'Occidente: le contraddizioni di un faticoso, e a tratti doloroso, tentativo di lasciarsi il passato alle spalle.

Intorno alle 12:30 l'ordinato e pacifico corteo è partito rallegrato dai tradizionali colori dell'arcobaleno e dalle bandiere rosa degli organizzatori, ma senza quella tensione erotica che caratterizza invece vari Pride in giro per il mondo e a cui siamo abituati anche in Italia. A metà del percorso ci siamo fermati tutti, i pugni dei partecipanti si sono levati e un composto silenzio è calato tra le vie deserte di Belgrado in memoria delle troppe vittime dell'omofobia che hanno segnato il Paese. Dopo circa un minuto il corteo ha ripreso con rinnovato vigore. L'emozione era palpabile, come anche la consapevolezza di aver scritto una bellissima pagina di storia che aiuterà non solo la comunità lgbti serba nella sua lotta per i diritti umani, ma la Serbia tutta nel suo cammino verso la modernità e la stessa Europa nel recuperare alla sua civiltà un altro suo importante e prezioso componente.

Ravnopravnost i ljudska prava za sve! Eguaglianza e diritti umani per tutti! Questo il messaggio che ILGA-Europe ha portato al Pride e che Belgrado ha lanciato a tutta la Serbia e all'Europa.

 

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