×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Le carceri italiane sempre più piene di migranti

  • Mercoledì, 04 Febbraio 2015 14:53 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
04 02 2015

QUal­che set­ti­mana fa il tri­bu­nale di Asti ha con­dan­nato due agenti del car­cere di Quarto per aver pic­chiato un dete­nuto bra­si­liano con­ver­tito all’Islam per­ché aveva rea­gito agli insulti rivolti da uno di loro a Mao­metto. Nes­suna atte­nuante gene­rica per la pic­cola squa­dretta vio­lenta per­ché, spiega il giu­dice nelle moti­va­zioni, i due si sareb­bero mac­chiati di «vili­pen­dio al

Pro­feta della reli­gione isla­mica» e di vio­la­zione dei diritti costi­tu­zio­nali. È solo un epi­so­dio e per veri­fi­carne la veri­di­cità dovremo atten­dere la sen­tenza defi­ni­tiva. Ma che in Ita­lia la cri­mi­na­liz­za­zione dell’immigrato, soprat­tutto musul­mano, abbia alte­rato in modo signi­fi­ca­tivo le per­cen­tuali etni­che della popo­la­zione peni­ten­zia­ria e poi, una volta riem­pite le car­ceri per un terzo di dete­nuti stra­nieri, si è finito per discri­mi­narli in modo strut­tu­rale con un sistema di regole peni­ten­zia­rie nate negli anni ’70 per un modello a misura di ita­liano, appare evi­dente scor­rendo i dati e le denunce con­te­nute nel rap­porto «Dete­nuti stra­nieri in Ita­lia» pre­sen­tato ieri a Roma dall’associazione Anti­gone e rea­liz­zato con il soste­gno di Open society foundation.

Se in media nelle car­ceri euro­pee la per­cen­tuale di stra­nieri si ferma al 21% del milione e 737 mila dete­nuti, l’Italia si atte­sta quarta nella clas­si­fica con il suo 32,56% (circa 17.500 stra­nieri su 53.800), subito dopo la Sviz­zera (74,2% è stra­niero), l’Austria (46,75%) e il Bel­gio (42,3%). Spiega Patri­zio Gon­nella pre­sen­tando il volume, che «fino al 1996 la quota di dete­nuti stra­nieri si man­tiene piut­to­sto bassa», ma dopo l’entrata in vigore del Trat­tato Unico sull’immigrazione e soprat­tutto dal 2002, con la legge Bossi-Fini,«si porta a com­pi­mento il pro­cesso di etni­ciz­za­zione del diritto penale».

Die­tro le sbarre ci sono soprat­tutto maroc­chini (16,9%), rumeni (16,2%), alba­nesi (14%) e tuni­sini (11%); a fronte di 30.794 cat­to­lici, 2.290 sono orto­dossi e 5.786 musul­mani. Il livello di alfa­be­tiz­za­zione è molto basso, ma il dato acco­muna ita­liani e stra­nieri. Nel com­plesso, la mag­gior parte dei migranti è in car­cere per reati minori, con con­danne fino a un anno per la metà di loro, men­tre tra i con­dan­nati a oltre 20 anni gli stra­nieri sono “solo” il 12%, con­tro l’88% dei nostri con­na­zio­nali. Più alto invece è il tasso di immi­grati in custo­dia cau­te­lare: il 28% di tutti coloro che subi­scono la car­ce­ra­zione pre­ven­tiva. Anche i dati sulle misure alter­na­tive al car­cere dimo­strano la minore fidu­cia sia dei magi­strati di sor­ve­glianza che dei ser­vizi sociali verso gli stra­nieri: que­sti rap­pre­sen­tano il 17% delle per­sone che frui­scono di una misura alter­na­tiva, con una per­cen­tuale molto più bassa (14 punti in meno) rispetto agli stra­nieri che scon­tano la loro pena die­tro le sbarre.

Una popo­la­zione, quella dei dete­nuti stra­nieri che viene con­si­de­rata una comu­nità indif­fe­ren­ziata. Fa notare Gon­nella che, mal­grado dal 1975, anno della riforma peni­ten­zia­ria, la situa­zione sia pro­fon­da­mente cam­biata, «oggi abbiamo ancora un sistema di norme e un’organizzazione peni­ten­zia­ria pen­sata per un dete­nuto ita­liano di altri tempi, un dete­nuto che ormai non esi­ste più».

Si pensi solo al fatto che i media­tori cul­tu­rali che in car­cere dovreb­bero fun­gere da tra­dut­tori sono tal­mente pochi (solo 379 in tutti i peni­ten­ziari ita­liani, ovvero 1,73 ogni 100 dete­nuti stra­nieri, molti dei quali lavo­rano come volon­tari; a Regina Coeli, per esem­pio, sono quat­tro per 450 car­ce­rati) da dover ricor­rere, nella nor­male vita quo­ti­diana e per le pra­ti­che buro­cra­ti­che, al ser­vi­zio on-line di Google.

E poi la man­canza di luo­ghi di culto per tutti, l’alimentazione indif­fe­ren­ziata, i col­lo­qui pre­vi­sti solo de visu anzi­ché per esem­pio via Skype, i corsi di for­ma­zione e l’avviamento al lavoro pen­sati solo e sol­tanto a misura di cit­ta­dino ita­liano, e altro ancora.

«Tutta que­sta situa­zione com­porta disa­gio — denun­cia Anti­gone — e il disa­gio genera con­flitti e liti­gio­sità. Il dete­nuto quindi per que­sto suo com­por­ta­mento starà più giorni in car­cere, e ciò com­por­terà un con­se­guente aumento dei costi». La pre­ven­zione del reato parte da qui. «In que­sto — con­clude Gon­nella — lo Stato deve essere un esem­pio di lega­lità». Pec­cato però che il nuovo pre­si­dente della Repub­blica, a dif­fe­renza del suo pre­de­ces­sore, non abbia voluto ricor­dare, ieri nel suo discorso di inse­dia­mento, che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri.

Cronache del Garantista
03 02 2015

by Maria Brucale in Lettere dal carcere 

Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un’ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.

Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati.

Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell’istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14, 15 anni.

Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.

Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l’archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell’avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell’ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra. «Le indagini non risultano complete» afferma il gip.

Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.

Agli atti del pm che chiedeva l’archiviazione, non c’erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.

Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un’ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l’accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.

Quattro anni di indagini, dunque, all’esito dei quali, tuttavia, non c’è ancora un’iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero.

Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!

Ristretto come “giovane adulto”, aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva. Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant’è!

Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.

La Repubblica
03 02 2015

L'associazione Antigone illustra la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza. "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations.

Carceri, i diritti violati e le iniquità di quel 32% di detenuti stranieri
ROMA - Per la prima volta si può osservare con chiarezza uno di quei luoghi dove in Italia emerge la contraddizione tra giustizia e diritto. Dove l'assenza di capacità organizzativa da parte dello Stato rischia di creare dei vuoti di diritto che mettono a repentaglio prerogative inviolabili di migliaia di persone. L'associazione Antigone, grazie al lavoro di Patrizio Gonnella, il suo presidente, illumina la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza.

Partiamo con i dati. Al 31 luglio del 2014 i detenuti immigrati sono passati a 17.423 unità, il 32% del totale della popolazione carceraria. E il rilevamento di un miglioramento statistico - in pochi anni la percentuale è diminuita di cinque punti - non può cancellare l'analisi. "Ciò è avvenuto più per caso che non per una strategia penale diretta a redistribuire il peso delle iniquità sociali. Di fronte al grave problema del sovraffollamento non si poteva che intervenire nei confronti di quelle categorie di persone detenute che nel tempo, loro malgrado, hanno contribuito a determinarlo", scrive Gonnella in "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations. Testo che sarà presentato oggi a Roma e che Repubblica. it ha potuto leggere in anteprima.

Un territorio instabile. E si tratta di un viaggio all'interno di un territorio giuridico paradossalmente instabile. Perché il "caso" non può essere contemplato quando si tratta di diritti. Gonnella è molto chiaro. "Quando ci si affida il caso e non a una strategia il rischio è che in breve tempo si torni al passato. Così da ottobre 2014 si sentono le sirene di nuove campagne contro gli immigrati che potrebbero portare a un aumento generale della popolazione reclusa". E a fronte di questo pericolo, l'unica soluzione è una "rivoluzione organizzativa che tenga conto di come sia cambiata l'utenza penitenziaria e ridisegni il tutto alla luce della presenza non minoritaria dello straniero in carcere".

Il rischio della recidiva. Il punto è prevedere che lo staff penitenziario sia all'altezza delle sfide poste dall'accoglienza degli stranieri. Che va fatta anche in carcere. Ancora Gonnella: "L'enunciazione di principi anti- discriminatori, per essere effettiva, richiederebbe ulteriori modifiche legislative, organizzative e operative. Ogni carcere deve avere un numero sufficiente di mediatori culturali e interpreti pagati dallo Stato e inseriti a pieno titolo nella vita penitenziaria". Tutto per rendere il sistema non punitivo ma indirizzato sulla strada del reinserimento sociale anche dello straniero che delinque. Che se viene lasciato solo a se stesso in carcere, rischi di ritornare a commettere gli stessi reati per cui è stato già condannato.

Dopo l'analisi, le proposte. Che Antigone articola in trentatré punti che potrebbero andare a comporre uno Statuto dei diritti dei detenuti stranieri in Italia. Quasi un suggerimento alla politica. Si parte dalla "cancellazione dell'espulsione come misura di sicurezza fino all'inserimento nel sistema procedurale italiano del principio del favor rei, secondo il quale "nessuno deve ? essere soggetto in Italia a una sanzione o una misura alternativa più afflittiva rispetto a quella ? del Paese di provenienza". ? Poi la recezione della Raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa sui detenuti stranieri.

Per farli sentire meno soli. Poi il lavoro "culturale" da organizzare negli istituti di pena. Dai corsi in cui si portano a reciproca conoscenza le diverse "culture nazionali" fino alle norme che esplicitino come "in materia di vestiario ed igiene vanno rispettate le identità culturali e religiose" e che facciano che all'interno del carcere sia possibile acquistare "cibi etnici". Poi la liberalizzazione della corrispondenza telefonica e l'uso di internet: dalla comunicazione via skype fino alla possibilità di inviare mail ai parenti lontani. Poi le biblioteche, lo sport, l'accelerazione nelle pratiche per la concessione del visto. Per uno Stato che faccia sentire meno soli i migranti che ospita anche nelle proprie strutture carcerarie.

Norvegia a tutta destra: in galera chi chiede l’elemosina

  • Lunedì, 02 Febbraio 2015 09:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
02 02 2015

Vietato fare i mendicanti, pena la carcerazione. La Norvegia ha perso la sua innocenza riguardante i diritti umani. Dopo la strage di Utoya il paese nord europeo scopre la sua anima nera e ha cambiato radicalmente volto da quando alle elezioni del 2013 ha stravinto un partito conservatore.

La piccola ma ricchissima monarchia costituzionale ha consegnato il Paese a un governo che vede l’attiva partecipazione di quello che in passato fu proprio il partito dell’estremista stragista di destra Anders Breivik, il Partito del Progresso, populista e anti immigrazione.

Tra le iniziative che fanno discutere, una è la legge che sarà varata tra pochi mesi: la mendicità sarà punita con la galera. La riforma legale, proposta dai conservatori e dalla destra xenofoba, sta per essere, quindi, ultimata. La proibizione – abolita nel 2005 dai progressisti che hanno governato per ben otto anni – ha ricevuto consensi anche dai partiti del centro. Multe e carcere sono le misure restrittive con cui il governo intende punire gli indigenti.

È un paese ricco grazie soprattutto al suo petrolio, ma c’è comunque la povertà e il governo conservatore già a partire dal 2013 aveva già fatto una riforma locale conferendo ai municipi l’autonomia rispetto alle soluzioni da adottare per fronteggiare la povertà per le strade.

La riforma locale, che prevede la possibilità di multare i mendicanti e di incarcerarli, ha trovato consenso soprattutto nel sud del paese, ma non nella capitale. Nei municipi aderenti, la polizia utilizza registri appositi in cui segnalare le generalità degli indigenti.

La crisi economica ha dato maggiore impulso ai flussi migratori. La Norvegia, infatti, è fra le destinazioni più gettonate dall’Europa più povera. Con una sovrabbondanza di materie prime, come il petrolio, il gas e l’energia idroelettrica, e una scarsità di manodopera, il paese si caratterizza per una densità di popolazione fra le più basse del continente e per un tasso di disoccupazione non di certo preoccupante.

Secondo una statistica della polizia locale, dei duecento indigenti che, ogni giorno, chiedono l’elemosina ad Oslo, solo sette sono norvegesi. Il resto proviene dall’est. I promotori della riforma legale sostengono che, negli ultimi anni, gli indigenti siano più aggressivi. Questo, a giudizio dei richiedenti, comporta un aumento dellacriminalità. Oslo, con una popolazione sette volte minore rispetto a quella di Berlino, sarebbe vittima dello stesso numero di scippi.

Inoltre, i sostenitori adducono come ragione fondante la correlazione fra l’elemosinare e il traffico di esseri umani. «È importante tenere conto del contesto. Non è che non sopportiamo di vedere le persone bisognose, questa soluzione si adotta a causa del vincolo fra gli indigenti e la criminalità organizzata », ha dichiarato, qualche mese fa in occasione della riforma locale, la prima ministra Erna Solberg. Il paradosso vuole che la stessa Norvegia che vuole ”risolvere” la povertà con la repressione, nello stesso tempo stanzia più fondi da destinare al sociale e ai rom, ma direttamente in Romania.

Nel frattempo questa proposta di riforma legale ha generato ampie critiche dalle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti umanitari. Fra queste, quella di Sunniva Ørstavik, rappresentante della Equality and Anti- Discrimination Ombud che teme la discriminazione del popolo rom. Anche la Commissione nazionale per i diritti umani denuncia i possibili effetti discriminatori e la violazione della libertà di espressione. «La proposta è molto delicata. Ho detto apertamente alle autorità, che spero non continuino con questa iniziativa. Sembra allettante usare metodi penali per trattare un problema sociale. La mendicità è una questione di povertà», fa sapere alla stampa norvegese il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks.

Eppure parliamo della stessa Norvegia che non contempla l’ergastolo, che dopo la strage di Utoya, non ha scelto la vendetta, nemmeno quella ”della sicurezza”. Non ha aumentato i controlli, la sorveglianza. Non ha assecondato la paura delle persone. Il ministro degli Interni di allora, un laburista, aveva dichiarato che avrebbero riposto con più umanità. Ma, con la forte virata a destra, anche questo Paese ha perso la sua componente umana e non securitaria.

Valerio Bispuri ha fotografato prigionieri, ha fotografato celle, ma il suo obiettivo era su altro. Era sulla mancanza di libertà che spesso precede e segue la vita di chi finisce in prigione. La mancanza di libertà, e quindi di scelta, è ciò che ha condannato le migliaia di detenuti che Bispuri ha raccolto con il suo obiettivo.
Roberto Saviano, la Repubblica ...

facebook