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Il muro europeo dell’indifferenza

Corriere della Sera
14 10 2013


L’Europa non sa più emozionare, dicono. Se fosse vero, sarebbe grave. Di sicuro, l’Europa non sa più emozionarsi: e non è meno grave. La tragedia a puntate nel Canale di Sicilia non viene percepita come un dramma comune. Non saranno agenzie come Frontex o programmi come Eurosur, da soli, a trovare le soluzioni per affrontare una migrazione epocale dall’Africa e dal Medio Oriente. Saremo noi, mezzo miliardo di europei. Ma gli europei per ora sanno poco, pensano in fretta, agiscono tardi.

L’anatomia continentale, in fondo, è semplice. Le istituzioni Ue rispondono - direttamente o indirettamente - alle opinioni pubbliche nazionali, le opinioni pubbliche nazionali rispondono ai propri occhi e alla propria pancia. Ciò che vedono e sentono è fondamentale. I soccorsi internazionali, dopo il terremoto dell’Aquila (2009), sono arrivati perché la comunità degli europei ha saputo, ha visto, ha capito e ha risposto. La distesa di bare posata oggi sulla porta dell’Europa - i morti accertati dopo i recenti naufragi sono più numerosi delle vittime in Abruzzo - non è bastata a smuovere gli uomini e le donne del continente. I cadaveri dei bambini che galleggiano nell’acqua non hanno toccato il cuore di irlandesi e olandesi, inglesi e polacchi, tedeschi e spagnoli.

L’America ha invece mantenuto la capacità di emozione collettiva. La lingua comune e alcuni media - dal New York Times ai network televisivi, da Usa Today a National Public Radio - hanno conservato una capacità di mobilitazione. Vent’anni fa, l’intervento in Somalia seguì alcune sequenze traumatiche in televisione; la risposta militare in Afghanistan è figlia delle immagini sconvolgenti dell’11 settembre. Un disastro naturale - pensate all’uragano Sandy, un anno fa - viene percepito come un problema federale; quindi, per definizione, collettivo. La risposta adeguata di Barack Obama, in quel caso, s’è rivelata fondamentale per la rielezione. La risposta inadeguata di George W. Bush all’uragano Katrina (2005) ha segnato quella presidenza.

In Europa non avviene. Emozioni e reazioni, punizioni e premi, sconfitte e vittorie: tutto è locale. Abbiamo messo insieme i mercati, non il cuore e il futuro. I media, diversi per lingua, sono divisi. Internet è potente e ubiqua, ma dispersiva: permette la parcellazione dei problemi e, quindi, delle risposte. Ognuno dei 28 Paesi dell’Unione è assorbito dalle proprie ansie: il deficit, la disoccupazione giovanile, il finanziamento del Welfare, i partiti xenofobi. Anche le migrazioni, certo: ognuno le sue. La Grecia guarda al confine turco. Germania e Polonia ai movimenti dall’Est. In Nord Europa e nelle isole britanniche discutono di migrazioni, in questi giorni. Ma non quelle in corso dall’Africa e dalla Siria attraverso il mare. Quelle attese di romeni e bulgari, che dal 1° gennaio potranno muoversi liberamente nella Ue.

Gli spagnoli, dieci anni fa, gridavano che i cadaveri marocchini sulle coste erano un dramma di tutti: nessuno li stava a sentire. Oggi tocca a noi sperimentare la sordità dell’Europa. Giorgio Napolitano ha ragione quando ricorda, angosciato, che nel Canale di Sicilia è in corso una tragedia collettiva, e tutti devono sentirsi coinvolti. Che malinconia: abbiamo bisogno di un uomo di 88 anni, che ha sperimentato dove conduce l’apatia europea, per ricordarci l’evidenza. Abbiamo messo in comune la moneta, non la coscienza. Ma sono le coscienze che cambiano la storia.
Esiste un gioco che a molti esperti pare astruso. È il gioco della storia che si fa con i se, che ha dunque come oggetto non solo il mondo com'è stato fatto - come ci sta davanti - ma come avrebbe potuto essere, se invece di imboccare una strada ne avesse presa un'altra. ...

Ai Ministri della Repubblica, ai presidenti delle Camere, alle istituzioni europee, alle organizzazioni internazionali. A cadenza ormai quotidiana la cronaca racconta la tragedia che continua a consumarsi nel mezzo del confine blu: il Mar Mediterraneo. ...

Dove vanno i migranti

Internazionale
20 09 2013

Secondo un rapporto appena pubblicato dalle Nazioni Unite, 232 milioni di persone hanno lasciato il loro paese per vivere in un altro. Chi sono? E dove sono andate?

Mai così tante persone come oggi vivono fuori dal proprio paese: 232 milioni, cioè il 3,2 per cento della popolazione mondiale. Nel 2000 erano 175 milioni e vent’anni fa 154 milioni. L’Asia e l’America Latina sono le due principali regioni di partenza: 19 milioni di migranti asiatici si sono trasferiti in Europa, 16 milioni in America del nord e circa 3 milioni in Oceania. Dei 17 milioni di migranti originari dell’America centrale, Messico incluso, più di 16 milioni vivono negli Stati Uniti. Molti migranti hanno tra i 20 e i 64 anni (circa i due terzi del totale). A livello globale, il 48 per cento delle persone che non vivono nel loro paese di origine sono donne.

Le destinazioni. Europa e Asia ospitano circa i due terzi di tutti i migranti stranieri del mondo. L’Europa resta il continente più ambito (con 72 milioni di migranti), e al suo interno la Germania e la Francia raccolgono le più grandi comunità di stranieri; l’Asia è quello in cui il numero di migranti dall’estero è aumentato di più negli ultimi dieci anni (ora sono 71 milioni).

Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i paesi di destinazione (45 milioni di migranti). Tra i primi dieci paesi per numero di migranti stranieri ci sono poi gli stati dell’Europa occidentale, il Canada e l’Australia, ma anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Oltre ai paesi produttori di petrolio del Medio Oriente, hanno attirato molta forza lavoro straniera anche le economie in rapido sviluppo del sudest asiatico (per esempio Malesia, Singapore e Tailandia).

Lo stato con la più alta percentuale di migranti rispetto alla popolazione totale è Città del vaticano (100 per cento), quello con meno migranti è Tuvalu, un’isola della Polinesia dove abitano 148 persone provenienti dall’estero su un totale di 10mila abitanti.

Quindi la maggior parte dei migranti stranieri proviene da paesi con economie emergenti, ma tra di loro il numero di quelli che si sono stabiliti in un paese sviluppato negli ultimi anni è circa lo stesso di quelli che si sono trasferiti in uno stato in via di sviluppo. Questa migrazione tra paesi in via di sviluppo in parte riflette le opportunità delle economie emergenti e l’immobilità di quelle consolidate. Inoltre, al di là del fattore economico, per molti migranti spostarsi in paesi in via di sviluppo è più semplice per leggi meno rigide sull’immigrazione, per reti familiari e sociali che favoriscono gli spostamenti, o per semplice vicinanza geografica.

Quale impatto hanno questi spostamenti? Non è chiaro: dati affidabili sulle migrazioni sono difficili da raccogliere, e i loro effetti sono ancora più oscuri. Molti migranti si spostano in modo illegale e questo limita l’attendibilità delle statistiche, e valutare l’impatto delle migrazioni temporanee è complicato. Ma molti economisti sostengono che in generale la migrazione aiuti l’economia a crescere: secondo Michael Clemens, del Center for global development (un istituto non profit con sede a Washington che studia lo sviluppo globale), se eliminassimo le barriere alla migrazione il prodotto interno lordo potrebbe aumentare del 20 o anche del 60 per cento.

Anna Franchin

Il Fatto Quotidiano
06 09 2013

Le donne sono lobbiste migliori degli uomini? Pare di sì, almeno leggendo i dati di un recente studio di LegiStorm, pubblicati su The Atlantic: “In media un contratto stipulato tra un cliente e una lobbista donna vale di più di uno firmato da un lobbista uomo. Inoltre, un team di due donne ottiene mediamente contratti più profittevoli di quelli stipulati da due uomini”.

LegiStorm è un centro studi apartitico che compie ricerche sul congresso americano. Grazie ad un algoritmo creato ad hoc e ai dati del registro delle lobby che operano attorno a Capitol Hill, ha analizzato il business di quasi tre miliardi di dollari che alimenta questo settore, confrontando i contratti stipulati negli anni 2002, 2007 e 2012. Concludendo che “le donne che lavorano nelle lobby ottengono prestazioni migliori dei colleghi maschi con contratti più redditizi e clienti più danarosi”. Si tratta di un risultato sorprendente, soprattutto perché l’ambiente dei gruppi di pressione a Washington è ancora fortemente maschile: nel 2012 le donne impiegate nel settore erano solo il 35%del totale.

E in Europa? “C’è abbastanza parità di genere per quel che riguarda l’accesso al settore. Anche perché ci sono diverse norme a livello europeo che tutelano la presenza femminile nelle aziende e nelle lobby”, spiega Arianna Catalano, 27 anni, da Bruxelles, dove, dopo essersi specializzata al College of Europe di Bruges, lavora in una lobby che ha per clienti attori finanziari operanti nel mercato delle commodity. Ma il gender gap è più evidente nei gradini superiori della scala gerarchica.

“Anche se formalmente ci sono donne a tutti i livelli – continua Arianna – spesso si occupano di questioni più che altro organizzative, quasi amministrative. Gli incarichi più creativi e di responsabilità, come portare i nuovi clienti o scrivere gli emendamenti da sottoporre ai parlamentari, sono spesso svolti esclusivamente da uomini”.

Il sistema europeo è un po’ diverso da quello americano.

“Ci sono due tipi di lobby – spiega Catalano – le trade association, le associazioni che rappresentano gli interessi di un determinato settore industriale o di una parte sociale (come la European women lobby), e le consultancy: agenzie di consulenza e compagnie private che curano le pubbliche relazioni e i pubblic affairs, facendo una vera e propria azione di lobbing sui soggetti politici ed economici che operano qui a Bruxelles, per influenzare le loro scelte e tutelare gli interessi dei propri clienti. Queste ultime sono forse più simili alle lobby americane”.

Arianna lavora come account executive proprio in una consultancy. Racconta: “Bisogna sapersi adattare al contesto, essere spigliate sia sul piano linguistico che relazionale, essere sintetiche, aggiornate e bisogna imparare a trovare intelligence”, ovvero le informazioni confidenziali che hanno un valore immenso per le lobby. “Se da un lato le consultancy sanno premiare l’intraprendenza personale, dall’altro la cultura manageriale tende a seguire delle dinamiche alquanto machiste”. Ad Arianna è capitato più volte di essere l’unica donna a una riunione. “Per non parlare del fatto che le molte ore di lavoro e la disponibilità richiesta rendono difficile coniugare l’attività professionale e la famiglia.”

La meritocrazia in questo lavoro è misurata spesso in base alla quantità e non alla qualità. Secondo Arianna c’è ancora molta strada da fare: “Nonostante le donne abbiano le stesse potenzialità degli uomini e una miglior preparazione, è ancora difficile fare carriera in questo settore. Spesso le donne organizzano gli incontri con i clienti, ma a firmare i contratti sono più di frequente gli uomini”.

Giulia Laura Ferrari

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