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Dalla culla alla maggiore età un figlio costa 171mila euro

  • Giovedì, 06 Febbraio 2014 11:58 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Ettore Livini, La Repubblica
6 febbraio 2014

I figli so piezz'e core. Buoni, belli, dolci, cari. Anzi, per dirla tutta, carissimi: "Guardi qui: passeggino Peg Perego, sconto 30%, 349 euro.

Dalla culla alla maggiore età un figlio costa 171mila euro

  • Giovedì, 06 Febbraio 2014 10:01 ,
  • Pubblicato in Flash news
la Repubblica
06 02 2014

I figli so piezz'e core. Buoni, belli, dolci, cari. Anzi, per dirla tutta, carissimi: "Guardi qui: passeggino Peg Perego, sconto 30%, 349euro. Lettino para-colpi 111euro, altri 73,5 per il seggiolone low-cost. Bavaglino con Minnie 5,37". Diana Guarnieri ha capito l'antifona. ...

Corriere della Sera
02 02 2014

di Silvia Vegetti Finzi

Crescere, imparare per obiettivi. Che succede, però, se la formazione all’eccellenza, con i test (e in pratica il “giudizio”) cominciano da piccolissimi? Cosa conquistano e cosa perdono i bambini se accorciamo loro l’infanzia?

Si annunciano tempi duri per gli scolaretti inglesi: dal 2016 la somministrazione di test per misurare il loro livello di sviluppo cognitivo sarà infatti anticipata dagli attuali sette ai quattro anni di età. I risultati iniziali saranno poi confrontati, tramite prove nazionali, con quelli ottenuti a 11 anni, al termine della scuola di base. L’intento è di valutare obiettivamente i progressi conseguiti, in modo che i genitori siano informati sulla situazione scolastica dei figli e gli insegnanti siano messi in grado di conoscere, confrontare e analizzare gli obiettivi raggiunti.

Il progetto, come si può immaginare, ha suscitato perplessità e critiche che il Times riporta in modo piuttosto esauriente. Poiché anche da noi vengono avanzate molte proposte per migliorare l’insegnamento scolastico sottoponendolo a un monitoraggio nazionale, vale la pena di riflettere sul dibattito inglese. La prima, più evidente obiezione riguarda il fatto che i più piccoli, appena giunti a scuola, rischiano di non aderire emotivamente a richieste estranee al contesto familiare.

Vi è inoltre il pericolo di indurre tensioni e stress, tanto negli alunni quanto nei genitori, in una fase iniziale dell’esperienza scolastica, che dovrebbe essere improntata al massimo di serenità e collaborazione. Inoltre, iscrivere bambini di 4 anni in una graduatoria significa fissarli in un determinato livello evolutivo quando la fluidità dell’infanzia consente, in poche settimane, di effettuare imprevisti balzi in avanti.

Per quanto riguarda i docenti, coinvolgerli in piani di valutazione proposti da esterni rischia di distoglierli dall’osservazione del singolo alunno e dalla valorizzazione delle sue potenzialità. È vero che si consente loro di scegliere tra diverse batterie di test a seconda dei metodi didattici adottati e persino, col consenso dei dirigenti scolastici, di sottrarsi al programma, ma le conseguenze possono essere pesanti in termini di carriera e di finanziamenti alla scuola. Per fortuna l’idea di raggruppare gli alunni secondo le abilità conseguite è stata accantonata sotto una valanga di proteste. Sappiamo infatti che l’interazione tra soggetti diversi è fonte di stimoli, di esperienze e di incentivi.

Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla crisi del lavoro tradizionale, basato sulle abilità tecniche, e dalla ricerca di talenti innovativi e creativi, difficilmente identificabili con prove obiettive e quantitative. Ciò non comporta la svalorizzazione delle competenze, quanto l’opportunità di cogliere e sviluppare la pluralità delle intelligenze, dove l’accentuazione non è sulla quantità ma sulla qualità delle capacità e delle inclinazioni.

È del 1995 il libro L’intelligenza emotiva con cui lo psicologo Daniel Goleman rivoluziona le tradizionali valutazioni del Quoziente intellettuale (Qi) mostrando come le prestazioni intellettuali siano inscindibili dalle motivazioni, dalla conoscenza di sé, dall’empatia, dall’attenzione, dalla pervicacia, dalla capacità d’interagire e collaborare con gli altri.

Condizioni quasi del tutto assenti nella somministrazione di test quantitativi, astratti e anaffettivi, quanto mai lontani dalla ricchezza della vita e dalla singolarità degli individui. Test che, nella loro apparente neutralità, nascondono lo svantaggio ambientale, sociale e culturale, che determina più di ogni altro condizionamento l’insuccesso scolastico prima e lavorativo poi.

I congedi dei papà

  • Martedì, 28 Gennaio 2014 15:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

D.Repubblica.it
28 01 2014

In Italia sempre più uomini, quando nasce un figlio, chiedono al capo di stare per un periodo a casa. Se nel 2008 ai maschi è andato solo il 7% dei congedi parentali, nel 2012 la percentuale è salita al 10%. Certo non basta: quasi sempre, cioè in 9 casi su 10, sono le donne a chiedere il congedo, rinunciando così a buona parte del proprio reddito. A dare le cifre è una ricerca di Aldai, l'Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali, attenta alle pari opportunità in azienda, al punto da aver lanciato il premio "Merito e Talento" per segnalare modelli manageriali femminili positivi.

Congedo parentale? Solo per i papà che lavorano a tempo indeterminato
Perché pochi papà chiedono il congedo parentale? Spesso sono loro a portare più soldi a casa, perché meglio retribuiti. Così in famiglia si preferisce che sia la donna a rinunciare al lavoro. In più c'è un altro fattore che sembra giocare un ruolo importante: il tipo di contratto del papà.
Quando il lavoro è precario, infatti, pare che i neo padri preferiscano rinunciare a passare un periodo a casa coi figli per non rischiare di peggiorare le condizioni di un lavoro già precario. A dirlo sono i numeri dell'Inps (dati 2012): dei 31.201 uomini che hanno beneficiato del congedo parentale nel settore agricolo e privato, 27.930 avevano un lavoro a tempo indeterminato. Solo 3.267 quelli che hanno avuto un congedo parentale avendo un contratto a tempo determinato e addirittura si contano sulle dita di una mano i papà italiani che, con un lavoro stagionale, hanno avuto il congedo: solo 4.
Insomma, sembra che in Italia stiano con i figli piccoli solo i papà che possono permetterselo economicamente. Non stupisce che i dati italiani sugli uomini che prendono il congedo siano "ben al di sotto della media europea, che è del 30% (in Svezia si arriva al 69% e in Finlandia al 59%)", come scriveva nel 2012 sulla Rivista Il Mulino Daniela Del Boca, docente di Economia del Lavoro alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino. Secondo lei il giorno di congedo obbligatorio per tutti i papà, durante il quale si riconosce il 100% del reddito, introdotto per 3 anni dalla legge 92 del 28 giugno 2012, non basta: sono "quote azzurre" simboliche secondo Del Boca, che non servono a incentivare la divisione dei compiti di cura all'interno della famiglia.


Più presenti i papà del Nord
Continuando ad analizzare i dati dell'Istituto Nazionale di Previdenza, Regione per Regione, è evidente come nel Centro Sud e nel Sud Italia - fanno eccezione Lazio e Sicilia - siano pochissimi i papà che restano a casa con i bambini. Nel 2012 hanno beneficiato del congedo parentale solo 121 uomini in Basilicata e addirittura 51 in Molise. Cifre irrisorie se paragonate ai numeri assoluti delle regioni del Nord e Centro Nord: 5.091 i congedi per i papà lombardi, 3.400 in Emilia Romagna, 2.391 in Veneto e 2.254 in Toscana. Il record italiano va però al Lazio, con 5.659 congedi parentali attribuiti a uomini nel 2012.
Il motivo di questa diffusa differenza tra Nord e Sud, secondo Tiziana Canal, autrice dello studio del 2012 dell'Osservatorio Isfol "Paternità e cura familiare. Quando il lavoro è condiviso", sarebbe il fatto che "nelle famiglie del Nord, a differenza del resto d'Italia, vi è una divisione dei ruoli di genere più simmetrica e meno tradizionale".

E nel resto d'Europa?
In Danimarca quasi tutti i papà approfittano del congedo di paternità, "uno dei più generosi e flessibili dell'Unione", si legge sul sito ufficiale dell'Unione europea.
Nel Regno Unito hanno fatto notizia le due settimane di congedo che il principe William si è preso per stare col Royal baby. Il resto dei padri inglesi, se chiede di stare a casa col bambino, sarebbe sbeffeggiato sul luogo di lavoro: lo ha denunciato sui giornali il ministro per le pari opportunità e neo mamma Jo Swinson. Al contrario, in Germania, un "Vati" (papà) su 4 nel 2012 ha usufruito del congedo (fino a 14 mesi col 67% dello stipendio). Come vanno le cose a Helsinki quando un papà resta a casa coi figli appena nati lo ha raccontato nel suo blog Stefano Dell'Orto, italiano trapiantato in Svezia per amore di Anette. Stefano ha preso il congedo parentale alla nascita di entrambe le sue bambine.
In generale, secondo Helen Dearing, autrice di uno studio pubblicato nel 2013 dalla Austrian Academy of Science sulle politiche di genere europee, "mentre il congedo di maternità in Europa in media varia da 3 a 4 mesi, quello di paternità si riduce a un periodo che va da 2 a 10 giorni".
Il congedo di paternità è diverso da quello parentale, che può essere usato - con quote riservate - da entrambi i genitori.

Una storia appena iniziata
Se il congedo di maternità ha una storia antica - in Germania politiche simili esistono dal 1883, in Svezia dal 1891 - quello parentale è molto più recente: è stato introdotto da una direttiva europea nel 1996. Da allora ogni Paese ha fatto le sue politiche, diverse tra loro: il congedo parentale, cioè utilizzabile da entrambi i genitori, può durare settimane, mesi, persino anni (come accade in Germania) a seconda dello Stato e, cosa più importante, con diverse percentuali di mantenimento del reddito. In Italia un genitore può prendersi al massimo 7 mesi al 30% del salario per stare con il figlio. Non proprio un bell'incentivo.

di Elena Tebano
 
Nicolas è arrivato con una valigia mezza vuota e le buste della spesa piene di cose. Tredici anni che sembravano meno, figlio di una donna sola che spesso «sparisce» inghiottita dal buco nero della depressione, secondo la definizione dei servizi sociali era in uno «stato di abbandono». Lasciato a se stesso senza che nessuno badasse davvero a lui. In questi casi scatta l’affido di emergenza: il bimbo viene preso in carico dai servizi sociali che gli cercano una sistemazione. Per lui ha significato andare a casa di Stefania e Caterina, una delle prime coppie omosessuali affidatarie in Italia.

Fenomeno finora rimasto sotto traccia, è emerso dopo che a novembre scorso il Tribunale di Bologna ha affidato una bimba a una coppia di uomini nel Parmense. In realtà è più diffuso di quanto si pensi: ci sono famiglie gay che hanno preso in carico bimbi a Torino, Genova, Roma e Milano. Stefania e Caterina, emiliane, quarantenni, insieme da dieci anni, sono le prime a raccontare la loro storia (i nomi e alcuni particolari sono stati cambiati per proteggere l’identità del minore).

L’arrivo di Nicolas, un anno fa, le ha colte di sorpresa: «Avevamo appena finito i colloqui per l’idoneità con i servizi sociali. Ed eravamo d’accordo che avremmo iniziato con bambini piccoli e per periodi molto brevi: quelli che servono a tamponare le emergenze – racconta Stefania –. Invece ci hanno proposto un adolescente, per quattro mesi. Siamo dovute correre da Ikea a comprargli i mobili per la camera».
Quattro mesi possono sembrare pochi, soprattutto per chi pensa all’affido come a una specie di adozione. Non è così. «Nell’affido sei al servizio. I bambini ti “usano”, prendono da te più che possono. Non è un’adozione mascherata – spiega Federica Anghinolfi, responsabile del servizio sociale in provincia di Reggio Emilia –. Ma un luogo “accuditivo”, in attesa che la famiglia naturale, i genitori o il genitore, si riprenda. Per questo è temporaneo, dura massimo due anni». Molti affidatari invece si aspettano di trovare un figlio; è uno dei motivi per cui – dice Anghinolfi con aria rassegnata – «gli adolescenti non li vuole nessuno».
«Noi invece non avevamo bisogni di maternità insoddisfatti: è stata la prima cosa che abbiamo chiarito con i servizi sociali – racconta Caterina –. La seconda è che non eravamo lì per fare da portabandiera alla causa gay. Non siamo in nessun modo militanti. Siamo solo convinte che nella vita di un ragazzo anche incontri brevi possano fare la differenza. E volevamo essere d’aiuto». Il primo mese con Nicolas è stato difficile. «Ci ha messe alla prova in tutti i modi, aveva atteggiamenti di sfida, era strafottente. E molto chiuso: non era abituato ai gesti di affetto, non sapeva neppure come accarezzare il gatto, lo toccava con la mano stesa e rigida», racconta Caterina. Anche le cose più semplici erano complicate: «La mattina non si vestiva se non gli preparavo io le cose. Fargli fare la cartella per la scuola era un’impresa», aggiunge Stefania. Lei e Caterina si sono chieste tante volte quale fosse la strategia migliore, se aveva senso il braccio di ferro costante: «Ci siamo risposte: paletti e coccole. E siamo andate avanti. Le cose sono cambiate un giovedì mattina: si è alzato, si è preparato la cartella senza che nessuno gli dicesse niente, si è vestito ed è venuto in cucina. È come se avesse fatto clic: aveva iniziato a fidarsi di noi».

Stefania e Caterina hanno detto subito a Nicolas di essere una famiglia, ma non hanno affrontato direttamente il tema omosessualità: «Se ci fosse arrivata una domanda diretta avremmo risposto. Ma ancora non è successo», dice Stefania. «Adesso che è passato un anno stiamo cercando di capire come parlargliene, non vogliamo che diventi un peso per lui», aggiunge Caterina. La questione omosessualità non è stata un ostacolo neppure per i servizi sociali, nonostante per loro fosse il primo caso del genere. Eppure può sembrare strano che Nicolas sia stato affidato a una coppia lesbica: cresciuto con una madre single, viene da chiedersi perché non sia stato scelta una soluzione che potesse dargli una «figura paterna».

«Non è per forza il genere che definisce la figura paterna, ma il ruolo: è il genitore “normativo”, quello che dà le regole – replica Federica Anghinolfi –. Mentre la figura materna è calda, “accuditiva”. Nelle coppie omosessuali i ruoli sono più interscambiabili, ma anche in quelle etero ci sono madri normative e padri materni. L’importante è sapere gestire entrambe le funzioni, perché i bambini ne hanno bisogno», aggiunge, forte del lavoro sulla genitorialità gay (seminari di approfondimento e corsi di formazione) fatto in questi mesi dai servizi sociali emiliani. Lo conferma anche una ricerca svolta dall’Università di Cambridge nel Regno Unito per conto della British Association of Adoption and Fostering (un’associazione no profit che si occupa di adozioni e affidi) e pubblicata a marzo scorso, da cui emerge che i bambini affidati alle coppie gay non differiscono nei risultati da quelli cresciuti dalle coppie etero. Anzi, dai dati emerge che i padri gay fanno meglio degli altri (etero e lesbiche) perché per loro l’adozione e l’affido sono spesso la prima scelta e non un ripiego in caso di infertilità.

Per altro nel caso di Nicolas l’affido con una coppia eterosessuale è stato tentato e non è andato a buon fine. È successo dopo che sono passati i quattro mesi previsti per la permanenza da Stefania e Caterina. «Gli abbiamo trovato un uomo e una donna senza figli che lo avrebbero tenuto per un periodo lungo. Ma lì la relazione non ha funzionato: dopo due mesi ci hanno chiamati dicendo che non ce la facevano ad andare avanti». Fortunatamente nel frattempo la mamma di Nicolas, che va molto d’accordo con Stefania e Caterina, stava meglio ed è potuta tornare ad occuparsi almeno in parte di lui. Così è stato deciso un affido parziale: il bimbo passa parte della settimana dalla madre, il resto e quasi tutti i pomeriggi dalle affidatarie. «Sembriamo una coppia separata – sorride Caterina – Intanto abbiamo spiegato a Nicolas che adesso è entrato nella nostra famiglia: ci ha fatto un sorrisone. Ora scherza che andremo al suo matrimonio con la dentiera e il bastone». L’affido parziale non ha limiti di durata e ha cambiato le cose anche per Caterina e Stefania: «Sappiamo che non siamo le sue madri – spiegano – Ma adesso facciamo fatica a pensare per due: pensiamo per tre».

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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