×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Maria da martedì è in una casa famiglia: gli assistenti sociali, accompagnati da un poliziotto in borghese, sono andati a prenderla all'asilo di Rapallo su ordine "urgente" del Tribunale dei Minori di Genova. ...
Secondo il sito inglese l'estate scorsa una donna è stata sedata e poi fatta partorire con un cesareo forzato. "Aveva problemi psichiatrici", si giustificano i servizi sociali che ora, dopo 15 mesi, rifiutano di restituire il bambino
 
I servizi sociali dell’Essex, una contea dell’Inghilterra orientale, hanno ottenuto un’autorizzazione giudiziaria che ha consentito loro di togliere a una donna italiana incinta e in viaggio di lavoro in Inghilterra il proprio neonato – una volta effettuato il parto con taglio cesareo – perché la donna era stata vittima di un crollo nervoso. A scriverne è in esclusiva il sito ‘The Telegraph‘, precisando che la bimba, che ora ha 15 mesi è sempre affidata alle cure dei servizi sociali che si rifiutano di riconsegnarla alla madre, malgrado questa assicuri di aver pienamente ritrovato il proprio equilibrio.
Un “caso senza precendenti”, per i legali della donna: se anche i servizi sociali britannici avessero operato nell’interesse della neomamma avrebbero comunque dovuto – prima di intervenire – informare la famiglia di lei e i servizi sociali italiani, che si sarebbero potuti certamente occupare della bimba nel modo migliore.

“Non ho mai sentito una cosa del genere in 40 anni di carriera”, ha dichiarato al ‘Sunday Telegraph’ Brendan Fleming, il legale britannico della donna. “Posso capire che qualcuno che sta molto male non sia in grado di dare il proprio consenso a una procedura medica, ma un cesareo forzato è senza precedenti. Se vi erano poi timori circa la possibilità che questo bambino venisse accudito nel modo dovuto dalla madre italiana, allora le autorità avrebbero fatto bene a avvertire i servizi sociali italiani e fare rientrare il bambino lì”.

La donna era arrivata in Inghilterra nel luglio dello scorso anno per seguire un corso di formazione presso lo Stansted Airport nell’Essex. In seguito a un attacco di panico, che secondo le persone a lei vicine sarebbe stato provocato dall’errata assunzione dei farmaci che le erano stati prescritti per un disordine bipolare, ha chiamato la polizia, che si è preoccupata e l’ha portata in ospedale, poi risultato essere una struttura psichiatrica. Secondo qunto riferito dalla donna quando ha detto di voler far rientro nel suo albergo, non le sarebbe stato concesso. Ad un certo punto – dopo alcune settimane in corsia – sarebbe stata sedata e al risveglio le sarebbe stato detto che il bambino era nato con un cesareo.
“Più che una vicenda reale sembra un film dell’orrore - commenta Fabio Roia, presidente di sezione al tribunale di Milano – E’ un atto di una violenza estrema, un fatto senza precedenti. In Italia non sarebbe mai potuto accadere”, assicura il magistrato, secondo il quale “è stato violato il diritto alla tutela della salute di una paziente psichiatrica”. Nel nostro Paese una donna incinta con problemi psichiatrici “sarebbe stata sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio sino alla nascita naturale della bambina. Poi il tribunale dei minori avrebbe valutato la sua idoneità ad essere madre ed eventualmente disposto l’adozione”. “Di solito in casi del genere in Italia – aggiunge Roia – si prevede un periodo di pre-adozione, una sorta di affido, e, quando il quadro si è stabilizzato, si valuta l’adeguatezza genitoriale e, se è il caso, si dispone l’adozione”. Adozione che è irrevocabile “perché allora prevale l’interesse del bambino”.

“La prima domanda da porsi è come mai non sia stata fatta rientrare in Italia mentre era incinta”, dice il deputato britannico liberaldemocratico John Hemming interpellato dall’Ansai. Hemming, che guida una campagna per la riforma del diritto di famiglia nel Regno Unito, è determinato a portare la questione all’attenzione del Parlamento. “Non ho ancora stabilito in quali termini – aggiunge contattato telefonicamente – voglio prima parlare con lei”, la protagonista di questa vicenda che si troverebbe al momento in Italia e la cui identità non viene rivelata per motivi legali. Il deputato libdem spiega inoltre che, sebbene la questione della custodia dei minori sia regolata a livello europeo, a suo avviso “la giurisdizione resta del Paese in cui la persona ha la residenza abituale”, così come, sottolinea, “un bambino non ancora nato non ha residenza”.

 

 

 


Le adozioni tornano a far discutere, storie diverse con un denominatore comune: i tempi e i costi

di Elisa Sola
 
Bambini selezionati come merci, come nel caso del provvedimento del tribunale dei minori di Roma che ha acconsentito a una coppia di adottare un bambini solo se «perfettamente sano». E famiglie lasciate sole, uomini e donne capaci di dare amore a un figlio che arriva da lontano costrette a pagare spese elevate perché lo Stato italiano lascia tutti gli oneri a loro carico. Torna a far discutere in Italia il tema delle adozioni internazionali. Storie diverse, ma con un denominatore comune.

Una “gravidanza eterna”. Una storia di ordinaria, estenuante, attesa. A cui si aggiunge una difficoltà spesso insormontabile: quella economica. In Italia adottare un bambino è un’impresa difficile. Se l’adozione è internazionale, lo è ancora di più.

Marta è una donna che ha deciso di accogliere un bambino e che da anni vive, come centinaia di altre, l‘attesa di poterlo crescere senza sapere per quanto tempo ancora dovrà aspettare. Marta fa la grafica e vive a Torino. È sposata con Andrea, anche lui libero professionista. Entrambi aspettano da cinque anni che un figlio varchi la porta di casa. E hanno dovuto accendere un mutuo di ventimila euro solo per pagare le spese iniziali, senza ancora sapere se qualcuno arriverà, chi sarà. In Italia, infatti, è la coppia a doversi sobbarcare i costi dell’adozione internazionale.
«Già prima di rendermi conto che non potevo avere bambini naturalmente – racconta Marta – avevo un desiderio fortissimo di adottarne uno. Poi, quando i figli non sono arrivati, e io e mio marito non eravamo più giovanissimi, abbiamo deciso di non tentare alcun approccio medico ma di adottare subito. Il mondo è pieno di creature che hanno difficoltà a trovare una famiglia».

Da allora, dal momento della scelta, Marta e Andrea vivono in un limbo costellato da mille difficoltà. Burocratiche ed economiche: «Siamo in ballo da anni con questa eterna gravidanza».
Dopo un anno dall’avvio del percorso di adozione, dopo i colloqui con gli psicologi e i controlli in casa, la coppia è riuscita ad ottenere il documento di idoneità sia per l’adozione nazionale che per quella internazionale. Quest’ultima resta ormai la loro unica concreta speranza, perché adottare un bambino italiano oggi, spiega Marta, «è un’impresa impossibile, soprattutto se non sei più così giovane. In due anni e mezzo nessuno ci ha chiamati e la posizione resta aperta solo per tre anni».

Dopo la presa di coscienza che l‘adozione nazionale non era realizzabile, è iniziata una fase lunga e dura. La presa di contatto con il maggiore dei problemi: quello economico. «Quando cerchi un ente a cui rivolgerti per un’adozione internazionale, ci si sente come al mercato. Ti chiedono tu cosa mi dai, e tu rispondi fino a dove puoi arrivare. Passi da una situazione del tutto emotiva a una in cui ti rendi conto che certe cose non te le potrai mai permettere. Tutto sembra diventare una questione di denaro. Il romanticismo si scontra con la realtà della vita».
Così Marta e Andrea devono rinunciare all’adozione di un bambino vietnamita perché costa troppo: oltre 20mila euro, solo per iniziare. Escluse, ovviamente, le spese di soggiorno nel paese natio, dove la coppia deve soggiornare per alcuni mesi per familiarizzare con il piccolo, assentandosi dal posto di lavoro, col rischio di perderlo «se sei un libero professionista». Marta però non molla. Conosce la Enzo B, associazione che si occupa di adozioni internazionali con cui inizia un percorso nuovo. «Ci siamo trovati bene e ci siamo sentiti compresi, come futuri genitori», racconta. «Mi sono sentita finalmente in una situazione di dialogo. Abbiamo scelto di adottare un bambino dal Congo e avviato un percorso».

Ma le difficoltà economiche sono rimaste.

«Abbiamo dovuto chiedere un prestito in banca perché non riuscivamo a coprire le spese iniziali. Ci siamo così indebitati di 20mila euro. Lavoriamo tutti e due, abbiamo due stipendi da impiegati. Di mese in mese speriamo di riuscire a risparmiare i soldi per coprire le altre necessità». Marta non sa quanto durerà la sua attesa. Attualmente il Congo per problemi burocratici ha bloccato le adozioni. «Non sappiamo per quanto. Sto facendo questo percorso di vita nella mia quotidianità aspettando che qualcosa avvenga».

In Italia una coppia che avvia un percorso di adozione internazionale spende in media almeno ventimila euro: circa 5mila vanno all’associazione accreditata per operare adozioni, che fa da intermediaria, e il resto del denaro va al Paese di origine del bambino. Questa seconda cifra è variabile a seconda del Paese, si va dai diecimila euro a oltre i trentamila degli Usa. Il sostegno statale è sufficiente a coprire le spese iniziali. Solo sgravi fiscali e un contributo a fondo perduto che, se arriva, copre circa il dieci percento del totale delle spese. Marta e Andrea oggi resistono. E vivono ogni giorno con la speranza che qualcosa si muova. L’attesa non ha smorzato la gioia e la speranza di avere un figlio. Ma li ha resi più consapevoli.
«Una coppia che decide di percorrere questa avventura – dice Marta – deve sapere che è tutta sulle sue spalle. Oltre alla decisione romantica del farlo, devi sapere che ti costerà fatica. E denaro». Nei giorni scorsi, la commissione bilancio in Senato ha bocciato un emendamento bipartisan alla legge di stabilità sulla detraibilità totale delle spese per le adozioni internazionali. Nel frattempo, in attesa che un altro provvedimento venga riproposto in parlamento, una rete di enti e famiglie ha avviato la campagna di sensibilizzazione la raccolta firme che chiede la gratuità dell’adozione. Si può aderire su www.adozionebenecomune.org.

 

Dall'aprile 2015 un padre che lavora in Gran Bretagna avrà gli stessi diritti di una madre, godrà della possibilità, dopo la nascita di un figlio, di stare a casa a prendersi cura del bimbo per quasi un anno intero senza perdere il posto. ...
La 27 Ora
14 11 2013

Come dice Montaigne «La parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta» e per rimanere in tema di citazioni dall’alto spessore filosofico aggiungerei, «le parole sono importanti» di Morettiana memoria.

Bene, dopo questa captatio benevolentiae nei confronti del linguaggio, che in questa storia la fa da padrone, mi accingo a ricostruire i fatti che mi hanno vista coinvolta solo qualche settimana fa, per vedere se quella metà che è di chi ascolta possa in qualche modo alleggerirsi. Il tempo trascorso da allora mi permette inoltre di vestire l’accaduto di un sano distacco. Forse. Anche se quando c’è di mezzo tuo figlio il distacco si sa, si attua a fatica. Ma tant’è.

C’è un momento della giornata che fa scomparire tutte le ombre ed è quando vado a prendere Ettore all’asilo. Nel suo corrermi incontro col sorriso c’è un balsamo dolce di cui tutte le mie cellule si cibano. Avidamente. Il rito è sempre lo stesso: lui corre, io lo abbraccio, gli chiedo com’è andata e lo vesto per riportarlo a casa. Un giorno in questo tragitto emotivo si intromette una nuova figura. Una ragazza di cui non conosco il nome, l’ho intravista solo poche volte. Però dalla vestaglia verdina che indossa e dal carrellino zeppo di piumini, secchi e scope che trascina, direi essere la bidella. Quel giorno mi si avvicina e mi dice: «ti posso parlare senza Ettore?».

Certo, rispondo io, senza insospettirmi minimamente della sua richiesta. Ma io sono accogliente, se qualcuno mi vuole parlare perché non devo ascoltarlo? Se hai la necessità di significare qualche disagio, pronta, io sono contenitore per eccellenza. Vai, vuota il sacco ragazza che contribuisci a tenere pulito l’asilo dove mio figlio scorrazza tutti i giorni. Così lascio Ettore a giocare nell’atrio e la seguo in una stanzina dove, dietro alla porta, mi sussurra per non farsi sentire da nessuno:

«volevo dirti che Ettore è MOLTO VIOLENTO».

Il maiuscolo è per far capire come quella metà che è mia, sempre per dirla alla Montaigne, mi sia arrivata non alle orecchie, ma direttamente allo stomaco. Da lì in poi tutto è diventato confuso. La sua figura è diventata subito spettrale. Sono emerse dal suo viso solo delle profonde occhiaie e dietro a quelle un’enorme eco

«MOLTO VIOLENTO, MOLTO VIOLENTO, MOLTO VIOLENTO».

La farò breve. Mi sono riavuta dal colpo sferratomi proprio sotto allo sterno, complice una semantica che non lasciava dubbi, ho cercato di capire da lei cosa facessero le maestre per arginare quella furia che avevo messo al mondo, per sentirmi dire che pure loro erano inermi di fronte a tanta malvagità. E me ne sono andata.

Fortunatamente lo sgomento si è trasformato in rabbia, così appena fuori dall’asilo ho deciso di rientrare per un confronto diretto con una delle educatrici. «Sia ben chiaro, tutto ciò che riguarda mio figlio devo essere la prima a saperlo». Faccia incredula della maestra dopo il mio racconto, mi tranquillizza sui comportamenti di Ettore, certo bambino vivace ma quando mai violento, aggiungendo che fra l’altro la ragazza in questione non ha nessuno strumento per dire quello che ha detto, né tanto meno nessun diritto di dirlo in quel modo.

Sono seguite telefonate di scuse da parte di tutte le altre maestre, dalla direttrice del Nido, pacche sulle spalle di conforto l’indomani e lei, la Cassandra mancata, costretta a venirmi a chiedere scusa.

Ma no. Fra l’altro è pure straniera, non fatele perdere il lavoro a causa mia, ho chiosato. È stata maldestra sì, ha tradotto dalla sua lingua un’emozione scegliendo nel vocabolario italiano una parola a caso che il caso ha voluto fosse la più sbagliata. Forse non è solo colpa sua, credo che la mia disponibilità l’abbia attirata come ape sul miele, vedendo nella porta che lascio aperta a tutti la possibilità di infilarsi con tutte le sue fragilità.

Forse un’altra mamma l’avrebbe mandata a quel paese o avrebbe ritirato il bimbo dall’asilo senza spiegazioni.

Forse se al posto di un maschio avessi avuto una figlia mi avrebbe meno colpito quella parola rafforzata da un aggettivo, o forse no.

Forse è stata la modalità che ha fatto precipitare tutto così in basso. Forse sono davvero io ad attirare queste leggerezze quando si tratta di Ettore. Ancora mi viene la pelle d’oca quando penso alla pediatra che quando lui aveva solo 4 mesi mi disse senza tradire nessuna empatia «suo figlio è idrocefalo, facciamo un’ecografia transfontanellare d’urgenza», facendomi perdere qualche anno di vita. E che poi, non paga dei risultati che lo davano perfettamente sano, mise in dubbio la capacità dell’operatore che aveva fatto l’ecografia, meritandosi così a quel punto una bella denuncia da parte mia.

Perché questo accanimento, mi chiedo? Forse se di mezzo ci sono soggetti deboli come dei bambini, sarebbe bene pesare le parole e pensare che quella metà che è di chi parla in quell’occasione possa, o meglio debba, valere doppio. E pensare che io con le parole ci lavoro. Che destino.

Morena Rossi

 

facebook