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La Repubblica
07 10 2014

La prima richiesta era arrivata da dodici coppie omosessuali che, dopo essersi regolarmente sposate all’estero, chiedevano all’Anagrafe di Milano di trascrivere la loro unione. Ora, con un voto a maggioranza, anche dal Consiglio comunale arriva al sindaco Giuliano Pisapia la stessa richiesta: trovare la strada migliore - e non è detto che sia una semplice direttiva - per recepire quelle nozze. La risposta formale del sindaco dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, ma l’orientamento è quello che l’assessore Franco D’Alfonso ha espresso in aula: "Anche se la materia non riguarda tecnicamente la giunta, dal punto di vista politico il nostro parere è favorevole".

Festeggiano Luca Gibillini di Sel e Marco Cappato dei radicali, autori dell’ordine del giorno e della mozione che chiedevano, appunto, una presa di posizione politica della giunta arancione e la conseguente ricerca della strada migliore per attuarla, sapendo che in ogni caso quell’atto avrà un valore di pubblicità dell’unione, senza equipararla al matrimonio e ai suoi effetti giuridici. Perché la trascrizione dei matrimoni gay è ancora, per la legge italiana, un’enorme nebulosa.

Lo spiega la segretaria generale del Comune Ileana Musicò, dando un parere tecnico chiesto - neanche tanto a sorpresa - da un consigliere di maggioranza, il cattolico del Pd Andrea Fanzago (che si è astenuto dal voto con il collega Rosario Pantaleo). La richiesta, spiega Musicò "ha valore esclusivamente politico: anche se la corte di Cassazione e la Consulta hanno stabilito che il matrimonio omosessuale non è contrario alla giurisprudenza, in Italia non c’è ancora una legge".

C’è, anche, un’altra questione: gli ufficiali dell’Anagrafe rispondono al ministero dell’Interno, che al momento non ha autorizzato le trascrizioni. Di fatto, nell’incertezza normativa, il sindaco Pisapia potrebbe non fare una direttiva: spiegano da Palazzo Marino che "sta studiando uno strumento concretamente utile" ed è in contatto con gli avvocati delle coppie per cercare una formula giuridica che non venga bocciata il giorno dopo.

Precisa Giacomo Cardaci della Rete Lenford, avvocatura per i diritti Lgbt: "Abbiamo offerto al Comune il nostro parere tecnico, la trascrizione delle nozze celebrate all’estero è un atto che compete solo al sindaco, ci aspettiamo che avvenga al più presto". La vittoria politica, per chi ha presentato la richiesta e per chi l’ha sostenuta, è però netta: 25 voti a favore (maggioranza più il 5 Stelle Calise), cinque contrari (Forza Italia, Fdi, Ncd), i due astenuti del Pd e la Lega che non ha partecipato al voto (il consigliere Massimiliano Bastoni parla di "carta straccia" e accusa, testualmente: "Così si vuole arrivare alle adozioni gay e ci si vuole spartire i voti della lobby omosessuale").

Gibillini e Cappato ribadiscono che ora tocca al Parlamento, parlano della "assenza rumorosa della legislazione nazionale" e invitano il sindaco a coinvolgere l’Anci nella battaglia. L’assessore alle politiche sociale Pierfrancesco Majorino esulta: "Milano si conferma sensibile e avanzata sul terreno dei diritti civili".

La semplicità di Emma Watson per la parità di genere nel mondo

  • Martedì, 30 Settembre 2014 08:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

D I S . A M B . I G U A N D O
30 09 2014

L’attrice inglese Emma Watson, nota per aver interpretato per anni Hermione Granger nella saga di Harry Potter, nel luglio 2014 è diventata Goodwill Ambassador della sezione delle Nazioni Unite che si occupa di parità di genere. Il 20 settembre ha tenuto alle Nazioni Unite un discorso per lanciare il movimento HeForShe, che punta a coinvolgere gli uomini – come da sempre penso che andrebbe fatto – nella lotta per la parità di genere nel mondo. Molto più efficace e potente, nella sua semplicità, di mille distinzioni e discussioni fra femminismi, veterofemminismi, postfemminismi. Questa è la parte che apprezzo di più:

Uomini, vorrei sfruttare questa opportunità per farvi un invito formale. La parità di genere è anche un vostro problema. Perché a oggi, ho visto il ruolo di genitore di mio padre essere svalutato società, nonostante io avessi bisogno della sua presenza tanto quanto di quella di mia madre. Ho visto giovani uomini soffrire di malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura che la cosa li facesse sembrare meno virili — in Inghilterra il suicidio è la più grande causa di mortalità per gli uomini tra i 20 e i 49 anni, e supera gli incidenti stradali, il cancro e l’infarto. Ho visto uomini resi fragili e insicuri da un’idea distorta di quello che significa successo per un maschio. Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere.

Non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere, ma io vedo che lo sono, e vedo che, quando ne sono liberi, le cose cambiano di conseguenza anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno spinte a essere arrendevoli. Se gli uomini non devono avere il controllo, le donne non saranno controllate. Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere forti… è ora che iniziamo a pensare al genere come un ventaglio di possibilità, non come due insiemi opposti di ideali. Se smettiamo di definirci l’un l’altro per quello che non siamo, possiamo iniziare a definirci per quello che siamo — possiamo tutti essere più liberi, ed è a questo che è dedicata la campagna HeForShe. Alla libertà.

Trovi QUI il testo originale inglese. QUI la traduzione italiana completa.

Huffingtonpost
29 09 2014

Domenica 28 settembre 2014, una data da ricordare a Belgrado. Il movimento LGBTI serbo ha infatti scritto una pagina di storia europea riuscendo a marciare dal Palazzo del Governo al Parlamento per il gay Pride. Il primo tentativo era stato fatto nel 2001, ma i manifestanti furono violentemente attaccati dai nazionalisti serbi senza che la polizia li proteggesse. Quel primo tentativo è diventato anche un commovente film del 2011, Parada di Srđan Dragojević, che purtroppo non è riuscito a superare il muro della grande distribuzione Italiana ed è rimasto confinato ai soli circuiti dei festival.

Un altro tentativo fu fatto nel 2010. In quel caso la polizia era presente, ma gruppi di nazionalisti e neonazisti si scagliarono con una tale violenza anche contro di essa, oltre che contro i manifestanti, da trasformare le strade di Belgrado in un vero e proprio campo di battaglia. Dopo gli scontri, i feriti si contarono a decine.

Naturalmente la stampa serba incolpò i manifestanti Lgbti, non i nazionalisti e i neonazisti, delle violenze, mentre le televisioni continuarono a trasmettere immagini di violenze ogni volta che si parlava di Pride. Per molti cittadini serbi, pertanto, il Pride è associato a violenze di ogni genere causate dalla comunità Lgbti. Non c'è allora da stupirsi se, per tre anni di fila, le autorità serbe hanno vietato la parata con il sostegno dell'86% della popolazione, ma in palese violazione del più elementare diritto umano alla libertà di associazione nonché a di quello di espressione del pensiero.

Di fronte a un'omofobia così spaventosamente diffusa e pervasiva, occorre ricordare che la Serbia ha ottenuto da ILGA-Europe, l'organizzazione ombrello di tutte le associazioni Lgbti europee, 30 punti, pochissimi, ma comunque ben 5 in più dell'Italia che pure, a dispetto della sua spaventosa arretratezza politica e legislativa, è socialmente molto più accogliente nei confronti della comunità Lgbti. Il dato dimostra come il percorso verso il rispetto dei diritti umani di tutti sia assai complesso è debba muoversi sul piano sociale e su quello politico/legislativo in contemporanea, per non arrivare a questi tristi paradossi.

Civil Right Defenders, National Endowment for Democracy e Prajd Normalno, le associazioni organizzatrici del Pride, comunque, non si sono arrese e hanno continuato a chiedere di poter manifestare pacificamente in piena collaborazione con le forze di polizia. La richiesta è stata sostenuta dall'Unione Europea, che ne ha fatto un test fondamentale per l'ammissibilità della Serbia all'Unione stessa, e da varie delegazioni tra cui quella olandese, canadese, australiana e, quest'anno per la prima volta, anche italiana.

Il sostegno al Pride serbo non è mancato, nella formula della partecipazione diretta di alcuni rappresentanti, neanche da parte di varie associazioni Lgbti balcaniche, nonché da ILGA-Europe, in rappresentanza della quale sono andato a Belgrado. Tra le associazioni italiane, l'unica presente era il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, con Andrea Maccarrone ed Elisabeth Beretta.

Molti gli eventi in programma, ma io ho potuto partecipare solo a partire da sabato, quando si è tenuta una conferenza molto interessante e di altissimo livello che ha riflettuto sui temi della sicurezza durante i Pride, sul sostegno ai diritti umani nel globo, sull'uso strumentale dei sondaggi - sia nella loro formulazione, sia nella loro divulgazione - e, infine, sul ruolo dei Social media nell'attività di advocacy a favore dei diritti umani.

Durante la giornata, la presenza della polizia è diventata sempre più imponente, benché fino a mezzanotte non era previsto alcun annuncio sulla marcia dell'indomani. La ragione della massiccia presenza della polizia già sabato pomeriggio, mi è stata chiara all'uscita dal Pride Forum quando ho visto centinaia di ultra nazionalisti del gruppo Dveri marciare con bandiere serbe al suono roboante di tamburi. La polizia ci ha costretto a prendere un taxi per recarci in hotel, mentre I nazionalisti del gruppo Obraz si univano in centro a quelli del gruppo Dveri per chiedere al governo di vietare lo svolgimento del Pride.

Passata la mezzanotte l'annuncio del divieto non è arrivato e quindi si ha avuta la certezza dello svolgimento della parata. A quel punto il locale dove ci eravamo radunati, insieme agli attivisti locali, ha chiuso improvvisamente e la polizia ci ha, ancora una volta, costretti a tornare subito in albergo col taxi. Al nostro arrivo, ho scoperto che anche l'albergo dove tutti gli ospiti internazionali risiedevano era stato piantonato da due agenti che sarebbero rimasti lì tutta la notte e tutta la domenica.

Alle 8:30 del mattino di domenica abbiamo avuto un briefing sulla sicurezza e su come si sarebbe svolta la giornata e poi ci siamo recati, con grande anticipo, di fronte al Palazzo del governo da dove sarebbe partita la marcia. Lungo il tragitto il nostro colorato e gioioso micro corteo, che comprendeva già anche la parlamentare europea Terry Reintke e il parlamentare tedesco Volker Beck, è stato scortato da numerosi agenti in tenuta antisommossa attraverso una città che aveva assunto una strana atmosfera: tutto era estremamente calmo e quasi nessuno si poteva scorgere nei paraggi: una sorta di città fantasma.

Arrivati al Palazzo del Governo, ho capito che il governo non avrebbe ammesso in alcun modo la ripetizione di quanto era avvenuto nel 2010. L'area era stata completamente transennata e per accedervi si doveva passare una meticolosa perquisizione. Una volta entrati ci siamo trovati uno schieramento di centinaia di militari - a volto coperto, armati di mitragliatrice e in tenuta da combattimento - dispiegati lungo parte del breve percorso e in altri punti chiave come gli incroci. La memoria del 2010 evidentemente pesa e un applauso deve andare ai poliziotti serbi che hanno rischiato la loro stessa incolumità, non certo per via di noi manifestanti, ma per possibili attacchi dei nazionalisti. Nonostante il contesto, sicuramente non invitante, e le previsioni degli stessi organizzatori, che si aspettavano poche centinaia di partecipanti, un migliaio abbondante di persone sono invece arrivate alla spicciolata, insieme a decine e decine di giornalisti, Il sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, i ministri serbi dell'Integrazione Europea e della Cultura, Jadranka Joksimovic e Ivan Tasivac, e vari ambasciatori e diplomatici europei, tra cui il responsabile della delegazione UE Michael Davenport e anche la delegazione italiana con Alessandro Neto e Gianfranco Petruzzella: una dimostrazione del fatto che la partecipazione italiana ai Pride in aree sensibili, dopo Tirana e Nicosia, è diventata una buona prassi per la quale complimentarsi con la Farnesina.

Durante l'attesa, ho notato che di fronte al Palazzo Del Governo incombono sull'incrocio altri due palazzi sventrati dai bombardamenti NATO che il governo non ha demolito per ricordare, non gli orrori di cui la Serbia si è macchiata durante il conflitto jugoslavo, ma lo sfregio fatto alla Serbia dall'Occidente: le contraddizioni di un faticoso, e a tratti doloroso, tentativo di lasciarsi il passato alle spalle.

Intorno alle 12:30 l'ordinato e pacifico corteo è partito rallegrato dai tradizionali colori dell'arcobaleno e dalle bandiere rosa degli organizzatori, ma senza quella tensione erotica che caratterizza invece vari Pride in giro per il mondo e a cui siamo abituati anche in Italia. A metà del percorso ci siamo fermati tutti, i pugni dei partecipanti si sono levati e un composto silenzio è calato tra le vie deserte di Belgrado in memoria delle troppe vittime dell'omofobia che hanno segnato il Paese. Dopo circa un minuto il corteo ha ripreso con rinnovato vigore. L'emozione era palpabile, come anche la consapevolezza di aver scritto una bellissima pagina di storia che aiuterà non solo la comunità lgbti serba nella sua lotta per i diritti umani, ma la Serbia tutta nel suo cammino verso la modernità e la stessa Europa nel recuperare alla sua civiltà un altro suo importante e prezioso componente.

Ravnopravnost i ljudska prava za sve! Eguaglianza e diritti umani per tutti! Questo il messaggio che ILGA-Europe ha portato al Pride e che Belgrado ha lanciato a tutta la Serbia e all'Europa.

 

Liberi di scegliere

  • Mercoledì, 17 Settembre 2014 11:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
17 09 2014

Liberi di scegliere dall'inizio alla fine. In spasmodica attesa che passino i mille giorni entro i quali - promessa del premier - anche l'Italia uscirà dal Medioevo e si doterà di una legge sui diritti civili, gli unici che ne parlano, addirittura organizzando "Un Congresso delle Libertà civili" (si apre venerdì a Roma), sono quegli ostinati dell'Associazione Luca Coscioni ...

Le persone e la dignità
16 09 2014

Fermata in Uganda grazie a una sentenza della Corte costituzionale, l’omofobia di stato rischia di tornare in Africa col nuovo codice penale del Gambia, approvato dal parlamento a fine agosto, un cui articolo prevede il carcere a vita per il “reato” di “omosessualità aggravata”.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, se approvata, questa disposizione non farà altro che aumentare lo stigma e l’isolamento di persone che già vivono ai margini della società gambiana, in un clima di odio e paura.

Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh (nella foto), già noto ai lettori e alle lettrici di questo blog e promotore, cinque anni fa, di una vera e propria “caccia alle streghe”, ha tempo fino al 25 settembre per approvare o respingere la misura.

Non c’è molto da sperare, purtroppo. Nel 2013, in piena Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente pronunciò queste parole:

“Coloro che propagandano l’omosessualità vogliono porre fine all’esistenza umana. Sta diventando un’epidemia e noi musulmani e africani dobbiamo combattere per fermare questo atteggiamento”.
Nel febbraio di quest’anno, è stato ancora più perentorio:

“Dobbiamo combattere questi vermi chiamati omosessuali allo stesso modo in cui combattiamo le zanzare che portano la malaria, forse dobbiamo essere ancora più aggressivi”.
“Se li prendo li uccido”, è stata l’ultima dichiarazione, rilasciata a maggio all’agenzia di stampa APA. Ce l’aveva coi rifugiati gay che, a suo dire, s’inventerebbero di essere perseguitati in Gambia per ottenere asilo politico in Europa.

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