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Huffington Post
24 09 2015

Violentata a 27 anni durante la Seconda Guerra Mondiale, viene risarcita 71 anni dopo: la storia di Rosa, 98 anni

Rosa aveva 27 anni quando il 22 di maggio 1944 fu stuprata, oggi ne ha 98. A ben 71 anni di distanza da quella terribile notte, la Corte dei Conti la ripaga delle violenze subite e le impartisce un risarcimento per i danni morali. Una magra consolazione a corredo di una delle pagine più buie che la storia italiana ricordi. Perché, come racconta Il Corriere della Sera, Rosa non fu la sola che in quell'occasione subì un tale abuso.

Era il maggio del 1944 e diversi paesi del basso Lazio, che attendevano gli americani liberatori, vissero invece l’incubo dei 7.000 goumiers (organizzati in “goums”, gruppi da una settantina di uomini) che rubarono, ammazzarono, distrussero, violentarono. Uno stupro di massa che segnò e distrusse la vita di 3.000-3.500 donne e minorenni, secondo le stime più attendibili. E molti uomini che tentavano di proteggere le loro mogli e figlie vennero sodomizzati e uccisi.

Un episodio che è stato poi ricordato non solo dai libri di storia. Proprio da questi tragici fatti, Alberto Moravia prese spunto per scrivere La Ciociara dal quale Vittorio De Sica ne trasse un film omonimo che valse l'Oscar a Sophia Loren.

La ragion di Stato (Italia, alleata dei nazisti, uscita perdente dalla guerra e Francia vincente) tenne a lungo coperte le atrocità subite da quei paesi della Ciociaria ai piedi dei monti Aurunci tra il 12 e il 27 maggio del’44. Pochi anni dopo partirono le battaglie legali per ottenere i risarcimenti.

Rosa venne ricoverata in ospedale alcuni mesi dopo la violenza e negli anni subirà poi una serie di interventi chirurgici. Nel 1992 le riconoscono la pensione di guerra di ottava categoria “per l’infermità ‘stato nevrosico’ contratta a seguito della violenza carnale subita in epoca bellica”. Ma gli avvocati della signora Rosa fanno un passo ulteriore: chiedono, sempre nel ‘92, la liquidazione del danno non patrimoniale sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale del 1987.

La Stampa
06 08 2015

Il lungo boulevard che attraversa il centro città da Est ad Ovest si chiama Viale della Pace. Quando scavalca il fiume, si tramuta in Ponte della Pace, e dopo una leggera curva ecco che porta al Parco della Pace, dove si trovano il Museo e Memoriale della Pace di Hiroshima. I mille aironi origamati appesi agli alberi all’interno del parco, ai quali vengono costantemente aggiunti nuovi grappoli di uccelli colorati di carta piegata, fanno da simbolo perenne della pace, così come le statue e le sculture e gli omaggi offerti dalle varie associazioni e gruppi professionali di tutto il mondo, che dedicano a Hiroshima, anno dopo anno, auguri di pace per scongiurare l’amnesia.

I messaggi sugli alberi
Nel parco stesso, mentre si passeggia all’ombra dei sempreverdi osservando le miriadi di gruppi scolastici che guardano prendendo appunti a quel che rimane del Salone per la Promozione Industriale di Hiroshima, il Sangyo Shoreikan, l’unico edificio significativo rimasto in piedi dopo l’esplosione del 6 agosto 1945, l’attenzione è costantemente attratta da fotografie e volantini appesi agli alberi, o lasciati vicino ai muretti. Alcuni sono messaggi di sopravvissuti, tramandati da amici e discendenti, altre sono collezioni di disegni di bambini, o fotografie del prima e dopo, tutti a mostrare che l’unica via di sopravvivenza per il genere umano sono la pace e il disarmo nucleare. Ogni tanto si viene fermati da persone che per missione fanno i «portatori di racconti dei sopravvissuti».

Alcuni hanno imparato le lingue straniere, per spiegare ciò che è accaduto a turisti come questi, dell’Ecuador, o a quell’altro gruppo che arriva dalla Germania, che segue una comitiva di allegri canadesi in calzoncini. Hiroshima, città internazionale di Pace.
Mihoko Kumamoto, direttrice del centro Unitar (una delle agenzie Onu per lo sviluppo e la «pace sostenibile» in seguito ai conflitti) di Hiroshima, spiega che «questa è la missione che la città si è data dopo la guerra». «È per questo - dice - che l’Unitar è venuta qui. Portiamo a Hiroshima delegazioni dall’Afghanistan e dal Sud Sudan, per formazione sulla pace sostenibile, e per tutti la sorpresa è vedere una città come questa: prospera, allegra, dall’economia dinamica e sviluppata. Si aspettavano solo macerie».

Case da tè e grattacieli
Perché Hiroshima, infatti, è una piccola, accogliente città giapponese come tante altre. La sera, gruppi di giovani in abiti cosplay (travestiti da personaggi famosi, ndr) escono per mostrarsi nelle strade dello shopping. Le case da tè dove signore dall’aspetto perfetto passano ore a gustare verdissimi tè macha e dolci alla crema e fagioli azuki si affiancano alle catene di caffè per businessmen e studenti bisognosi di rapida caffeina. La scelta gastronomica è appetitosa e varia, i grattacieli dei grandi magazzini Parco, Tokyu Hands, Mitsukoshi e via dicendo punteggiano l’orizzonte, il crimine è basso, le librerie traboccano di volumi e di curiosi che li spulciano, le sale da gioco sono aperte fino a notte tarda, negozi e ristoranti «tradizionali» si affiancano a quelli moderni, e dopo qualche ora in città il nome «Hiroshima» perde gli echi tragici che evoca ancora nel mondo.

«Sono passati settant’anni», dice Yasuyoshi Komizo, il segretario generale della Fondazione per la Cultura di Pace di Hiroshima, «e credo che questo sia un momento di svolta: i sopravvissuti diminuiscono, alcuni sono molto malati, e il ricordo non può più contare solo sulle loro testimonianze, anche se cerchiamo di preservarle nel museo e nella biblioteca multimediale. C’è bisogno di iniziative attuali. Come quella che portiamo avanti sui Sindaci per la Pace, ovvero, una coalizione mondiale di sindaci che cerca di promuovere il disarmo nucleare. E c’è il problema sempre vivo dell’educazione, naturalmente».

Il diritto alla memoria
Per i primi sette anni dopo la guerra, quando il Giappone era sotto occupazione militare americana, non si poteva parlare dell’atomica: filmati, foto, e altre documentazioni erano confiscati dalle forze d’occupazione, e l’autocensura s’impose. Per le vittime della bomba la conquista del diritto alla memoria arrivò lentamente, quando alcuni forse avrebbero già voluto dimenticare – come a volte sembra voglia fare il Paese intero. Oggi, sia Nagasaki che Hiroshima hanno un programma scolastico un po’ diverso dal resto del Giappone, con un’ora settimanale di formazione alla pace e d’insegnamento degli orrori della guerra. Altrove, ancora oggi, la questione dell’insegnamento della storia giapponese recente, e delle sue folli avventure militari in Asia, continua a essere un campo di battaglia politico. «Qui a Hiroshima», dice Keiko Ogura, sopravvissuta alla bomba, «pochi approvano le idee di riarmamento militare del primo ministro Abe». Komizo le fa eco: «La soluzione dei conflitti deve essere pacifica. È la lezione di Hiroshima, oggi come ieri».

Ilaria Maria Sala

la Repubblica
23 04 2015

"Un impulso l'ha fatta scattare mentre pensava: 'Sono incinta al settimo mese, non mi ammazzeranno mai...'". E invece le hanno sparato. Così, nel ricordo ancora straziato del figlio Mario, 82 anni, è morta ammazzata Teresa Gullace, la donna impersonata da Anna Magnani nel film di Roberto Rossellini Roma Città Aperta.

È il 3 marzo del 1944, un venerdì. Roma sotto l'occupazione nazista, flagellata dai bombardamenti, gli alleati alle porte, si combatte furiosamente "nella testa di sbarco di Nettuno". Pur sottoposto alla più rigida censura fascista, il Messaggero di quei giorni racconta un popolo stremato, senza acqua, senza cibo, centinaia e centinaia di morti sotto le macerie. In quelle pagine ingiallite si legge della "Deplorazione vaticana per la caduta delle bombe nelle adiacenze di San Pietro".

Il "Comando germanico" reagisce con feroci "rastrellamenti" alle incursioni dei partigiani gappisti. Incursioni che sarebbero culminate, di lì a poco, appena 20 giorni, con l'attentato di via Rasella. E la conseguente rappresaglia tedesca della Fosse Ardeatine con il massacro di 335 persone.

È in questo drammatico contesto che Teresa Gullace, 37 anni, cinque figli (tre maschietti, Mario era il terzo, e due bambine, il sesto in grembo) finisce davanti alla caserma dell'81esima Fanteria, in viale Giulio Cesare, a Prati, dove ha saputo che si trova rinchiuso il marito Girolamo, catturato in un rastrellamento all'altezza di Porta Cavalleggeri.

Davanti alla caserma si sono radunate decine di donne, mogli e madri, in ansia per la sorte dei loro uomini catturati dalla Gestapo. Teresa ad un certo punto intravede il marito che riesce ad affacciarsi a una finestra, dietro alle inferriate. Con un gesto di disperazione e di incoscienza tenta di raggiungerlo per portargli un po' di cibo che aveva racimolato alla Caritas. "Aveva paura - ricostruisce Mario - che le portassero via papà, e con lui il sostentamento della famiglia". Era un ragazzino, allora, di 11 anni. Né lui, né gli altri due fratelli sono presenti quando un soldato tedesco fulmina la madre con un colpo di pistola, una Luger.
Sul set, Rossellini si concede una licenza narrativa: la presenza del piccolo Mario (nel film ha il nome di Marcello, interpretato da Vito Annicchiarico), il figlio di Pina-Teresa, alias Anna Magnani.

"No, nella realtà noi figli lì non c'eravamo. E papà era in caserma, non sul camion che si vede in 'Roma città aperta'". "Io - ricorda oggi Mario con il suo romanesco così antico - stavo facendo la coda dalle monache di Santa Marta, accanto a San Pietro, per elemosinare una sgummarellata di cicerchia e polentina. Eravamo in parecchi a fare la fila per andare a prendere quella buiacca. Dentro alla cicerchia ci stavano dei bacarozzetti, io provavo a levarli, ma a forza di toglierli a un certo punto mi sono detto: "Ma che li levo a fa'? Facciamo conto che sia companatico"".

Continua: "Mentre aspettavo, sentivo della gente che urlava 'hanno ammazzato 'na donna!'. Ma non capivo cosa stesse accadendo. Pensavo che mamma sarebbe arrivata con i buoni per avere il pasto. Invece non arrivò, e la monaca mi cacciò via in malo modo".

"Mio fratello più grande, invece - aggiunge Mario - s'era precipitato in fretta e furia su, a Monteverde, per avvisare che papà non poteva andare a lavorare nel cantiere, perché era stato rastrellato". Gli altri figli di Teresa erano a casa: "Quando è stata uccisa, mamma era sola. Stava soltanto con la creatura che aveva nel grembo. Io ho saputo della tragedia quando sono arrivato a casa. Un macello, un disastro".

Mario è un uomo anziano, scoppia in lacrime, è un pianto contagioso: "Da allora mi è mancato il terreno sotto i piedi". I suoi ricordi sono nitidi. "Era tutto un pianto, tanta gente ci veniva a trovare, la cosa aveva suscitato una grande reazione a Roma". I romani, nei giorni successivi e fino all'8 marzo, Festa della Donna, nonostante i divieti ricoprono di fiori e di mimose la macchia di sangue lasciata dal cadavere di Teresa Gullace sulla strada, sotto i platani di viale Giulio Cesare. "Quando mamma cadde a terra - racconta Mario, asciugandosi le lacrime - qualcuno l'ha presa e trascinata verso il marciapiede. In quel momento passava un camioncino che portava il pesce, l'hanno tirata su quel furgoncino e trasportata all'ospedale Santo Spirito".

Sabato 4 marzo 1944, i funerali. "La bara - ricorda Mario - era stata caricata su un carro a quattro ruote tirato dai cavalli. Ma appena siamo usciti dalla camera mortuaria, verso il Lungotevere, ecco che si avvicinarono dei militari e sciolsero il corteo funebre". Riflette: "Questa è stata la cosa che a me, ragazzino, mi ha fatto più male. Ma come? M'avete distrutto l'esistenza, mi avete ammazzato la madre e poi mi impedite di farle il funerale per motivi di sicurezza? Certo che le guerre ne fanno vedere di nefandezze. E fanno vedere quanto è cattivo l'uomo".

Il Messaggero del giorno dopo, sabato 4 marzo, continua a dare notizia dei bombardamenti: sulla stazione Tiburtina, sull'Ostiense, a Testaccio. Si legge dell'investimento mortale di un pedone da parte di un autocarro in via del Tritone, della morte di Gigetto, sagrestano 91enne della Chiesa del Gesù, della distruzione dell'abbazia di Montecassino, dell'uccisione da parte dei gappisti di un commissario di polizia fascista, probabile ritorsione alla morte della Gullace. Si dà perfino conto della distribuzione del sapone da bucato e da toeletta. Ma invano si trova traccia dell'uccisione di Teresa Gullace.

Il 27 settembre 1945, Mario Gullace, accolto da Rossellini e dalla Magnani, rivisse, pur nella fiction cinematografica, la tragica scena dell'uccisione di sua madre. E tra saponi e dolori, sangue, fame e stravaganze nasceva un capolavoro che a settant'anni di distanza ancora smuove i sentimenti.

Alberto Custodero

l'Espresso
06 08 2014

La corte federale di Karlsruhe ha riaperto il processo sull'eccidio delle SS. Rompendo un silenzio "costruito dalle opportunità politiche". Parla Franco Giustolisi, il giornalista dell'Espresso che fece luce sui dossier della strage

“Si, è una vittoria, una vittoria tardiva ma una vittoria. Una vittoria della giustizia sull’oblio costruito dalle opportunità politiche”. Franco Giustolisi commenta così la sentenza della corte federale di Karlsruhe che, in Germania, ha sostanzialmente riaperto il processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944. Da quasi vent’anni Giustolisi si batte perché sia fatta giustizia per quella che definisce “la più grande tragedia del popolo italiano”. I 15-20 mila morti della guerra dei nazifascisti contro la popolazione civile italiana, le stragi che insanguinarono la penisola dal 1943 fino alla fine della guerra. Donne, bambini e anziani trucidati, famiglie annientate, interi paesi dati alle fiamme.

Su quelle stragi gli americani e gli inglesi, insieme ai carabinieri italiani, prepararono voluminosi dossier in cui i responsabili venivano indicati con nome, cognome e grado, i singoli atti criminali ricostruiti nei dettagli. Ma celebrati i processi per due stragi-simbolo (Marzabotto e Fosse Ardeatine) tutto cadde nel silenzio.

Un silenzio durato fino a metà degli anni Novanta, quando fu proprio Giustolisi, insieme ad Alessandro De Feo, a denunciare sull’Espresso il ritrovamento di tutti quei fascicoli riempiti cinquant’anni prima. Era quello che lo stesso Giustolisi definì l’Armadio della vergogna: 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 in seguito a un tacito accordo tra l’Italia e la Germania federale e chiusi in un armadio della procura generale militare.

“Una vergogna assoluta”, dice Giustolisi, “chiudendo quei fascicoli nell’armadio è come si fosse voluto negare un pezzo di storia drammatica del nostro paese, cancellare una serie infinita di crimini di guerra”.

Da allora, grazie anche al continuo, incessante lavoro di Giustolisi, di strada ne è stata fatta. La magistratura militare, e soprattutto l’attuale procuratore di Roma Marco De Paolis, ha istruito molti processi per i quali c’erano ancora imputati in vita. Molti sono andati in dibattimento e a sentenza. I tribunali e le corti di appello militari hanno assolto e condannato: più di quaranta ergastoli comminati ad altrettanti ex militari delle forze armate tedesche, ufficiali e sottufficiali.

“Di tutte queste condanne”, dice Giustolisi, “nessuna, dico nessuna, è stata però eseguita. Nessuno è andato a bussare alla porta di questi criminali di guerra per dirgli che da quel momento erano agli arresti domiciliari. Colpa dell’Italia, colpa della Germania, colpa di tutti quelli che pensano che la giustizia non sia il bene più prezioso, un bene da difendere a tutti i costi e contro tutti. Un’ingiustizia nell’ingiustizia”. Adesso la sentenza di Karlsruhe.

A Sant’Anna di Stazzema le SS della 16^ divisione, la stessa di Walter Reder, il maggiore condannato all’ergastolo per la strage di Marzabotto, uccisero 560 persone. Ma è un numero approssimativo perché non è mai stato possibile contarle con esattezza. Guidate dai fascisti locali, le SS andarono per i borghi di Sant’Anna uccidendo e bruciando. Sulla piazzetta della chiesa vennero accatastati almeno cento corpi, il prete ucciso, tutto dato alle fiamme.

I tribunali italiani avevano comminato, per quella strage, dieci ergastoli. C’è anche Gerhard Sommer tra gli “ergastolani italiani”, lo stesso SS contro il quale adesso può procedere la magistratura tedesca. “Probabilmente”, dice adesso Giustolisi, “non sono cadute nel vuoto le parole pronunciate dal presidente della Repubblica tedesca e dal ministro della Difesa di Berlino. Il primo, proprio a Sant’Anna di Stazzema, nel 2013, disse, insieme a Giorgio Napolitano, che i tribunali non avevano fatto il loro dovere. Il secondo, il 29 giugno di quest’anno, ha presenziato, insieme al nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini, alla celebrazioni per i 70 anni di un’altra terribile strage, quella di Civitella in val di Chiana, compiuta da reparti dell’aviazione tedesca. E ha detto di vergognarsi. 'Mi inchino - ha detto - di fronte a questi morti'. La nostra ministra, invece, è stata zitta… Ecco, in Germania qualcosa si sta muovendo, in Italia è il silenzio assoluto”.

“Spesso”, conclude Giustolisi, “mi chiedono perché mi batto per cose di 70 anni fa, che senso ha chiedere che ultranovantenni vengano condannati. Io rispondo prendendo in prestito le parole del diritto, l’azione penale in Italia è obbligatoria, e seguendo la straordinaria indicazione del presidente della repubblica di Germania: quando i tribunali non fanno il loro dovere è il popolo che deve andare avanti. Ecco io sono il popolo, e vado avanti. Anche se ho 89 anni e qualche acciacco. Vorrei che il popolo italiano raccogliesse questa triste eredità. E andasse comunque avanti nella ricerca della verità che, come diceva Gramsci, è rivoluzionaria”.

Pier Vittorio Buffa

La Resistenza sul delta del Po affidata alle donne

La 27 Ora
24 07 2014

Il Po è lo spettatore delle storie senza fine che si sono susseguite sulle sue sponde e nelle sue acque.

Il bel film di Elisabetta Sgarbi Quando i tedeschi non sapevano nuotare racconta, con immagini che sfumano nella delicatezza del fiume, la disfatta tedesca dell’aprile del 1945. Con i soldati che perdono la vita a migliaia nel tentativo di tornare verso casa loro, dopo la rotta, prima di essere raggiunti dagli alleati. Ormai senza comando, cercano di traversare il Po con le corde, persino con le vasche da bagno, non sanno nuotare si perdono verso il delta.

Non dimenticherò la partigiana di Bondeno, Lidia Bellodi, che, a diciannove anni, con un gruppo di sole donne, sfonda la porta del Comune per distruggere i documenti anagrafici che avrebbero consentito, al tempo della Repubblica di Salò, ai tedeschi e alle brigate nere di trovare i giovani da arruolare per forza o da portare in campo di concentramento. Ed Ermanno Olmi che descrive il fiume, visto dall’acqua, con le punte dei campanili che si vedono dietro l’argine.

Ma il film mi permette, in una specie di contrappunto, di raccontare anche una storia di casa mia, di cui il Po è stato testimone muto. Mio padre, in quei giorni, tornava a casa. C’eravamo rifugiati in Romagna, a Mondaino. Il Segretario comunale di Gabicce Mare ci aveva regalato le carte d’identità false. Tutti noi Rimini eravamo diventati «Ruini», i Finzi «Franzi», i Vivanti «Vivaldi» e quelle carte ci avevano salvato la vita. Appena si profilò la disfatta dei tedeschi, mio padre volle andare da solo a Mantova, a casa nostra.

Partì dunque quella mattina di primavera da Mondaino. Pensava che ci avrebbe messo molto prima di arrivare. Su per la via Emilia, stravolta dalla guerra, con mezzi di fortuna o anche a piedi. Invece riuscì ad arrivare a Imola la prima sera. Trovò da dormire da due anziane signorine. Gli diedero un cappotto da capitano italiano, lasciato lì da un ospite precedente. Mio padre con il cappotto del capitano fermò qualche camion. Salì lui, e anche altra gente che gli diceva: «Capitano faccia salire anche noi». Arrivò fino al Po a San Benedetto. C’era il ponte di barche ancora integro, ma lì i soldati americani non lo fecero passare. Lo fecero aspettare a lungo.

Mio padre era offeso perché prima che a lui diedero il passo ad una lunga colonna di auto tedesche, scoperte, con gli ufficiali tutti prigionieri, ma eleganti, impettiti che non gli sembravano dei vinti. E poi — pensava mio padre stanco e mal vestito con il suo frusto cappotto da capitano — perché dovevano passare prima loro sul Po, il fiume che lo divideva da casa sua, loro che erano gli autori della grande ingiustizia. Si vide così, seduto in riva al fiume, bloccato proprio dagli americani tanto attesi, che davano il passo prima ai tedeschi che a lui. Lo raccontava poi scherzando, ma ancora con un filo di malinconia.

IL FILM
Quando i tedeschi non sapevano nuotare sarà proiettato il 28 luglio e il 4 agosto al Cinema Mexico di Milano (via Savona 57)

regia di Elisabetta Sgarbi
voce Michela Cescon
sceneggiatura di Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio
musica di Franco Battiato

Cesare Rimini

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