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Memorie inconfessabili. 1 - Caccia agli sfigati

  • Domenica, 20 Ottobre 2013 07:21 ,
  • Pubblicato in Il Racconto
Cronache Marziane
14 ottobre 2013

Con l'autunno cadono le foglie, ripartono i talk show e, contestualmente, si riapre la stagione della "caccia allo sfigato". ...

Oltre l'ignoranza e gli stereotipi

  • Giovedì, 17 Ottobre 2013 09:03 ,
  • Pubblicato in Flash news
GiULiA
17 10 2013

A Roma, seminario di Redattore Sociale per riflettere sulle discriminazioni di genere e la poca visibilità delle tematiche Lgbtqi nei media.

Un centinaio di persone hanno preso parte il 16 ottobre a Roma al seminario di Redattore Sociale dal titolo "L'orgoglio e i pregiudizi. Per un informazione rispettosa delle persone Glbt", un incontro di formazione sui temi del genere e dell'orientamento sessuale.

L'incontro, realizzato nell'ambito Progetto "LGBT Media and Communication" e finanziato dal Consiglio d'Europa, è stato patrocinato fra l'altro dall'Ordine dei Giornalisti, la Federazione Nazionale Stampa Italiana e dall'associazione Stampa Romana.

"Ogni volta che i riflettori della cronaca si accendono su 'ambienti gay' torbidi e devianti, o l'omosessualità di qualcuno è usata come un'arma di dileggio, ogni volta che transessualità diviene sinonimo di prostituzione e l'orgoglio è trasformato in 'esibizionismo' - scrivono i promotori - i media italiani allontanano di un passo la conoscenza delle persone LGBT, delle loro lotte, delle loro vite, dei loro diritti. Talvolta è per imbarazzo, talaltra per incompetenza. In molti casi è per pregiudizio, più o meno consapevole".

Ad aprire i lavori, il saluto istituzionale di Paola Concia (Pd) che ricorda come l'Europa non vigili solo sui nostri conti ma anche sulle nostre pari opportunità. "La responsabilità dell'informazione è enorme - afferma Concia - e i social network e le testate online sono il futuro della comunicazione, è necessario che raccontino la vita delle persone e non puntino i riflettori solo sulla violenza".

Soprattutto - e l'invito è rivolto alle/ai giovani in sala - la fretta è cattiva maestra, sostiene Alessandra Cattoi, assessora alla Scuola, infanzia, giovani e pari opportunità del Comune di Roma: bisogna sempre rileggere quello che si scrive e non usare i luoghi comuni. Cattoi, giornalista di formazione, vorrebbe che si facesse attenzione alla 'a' di assessora. Ma c'è ancora molta resistenza ad usare il linguaggio sessuato, nominare tutto al maschile è la prima forma di discriminazione. La cura delle parole è forse lo scoglio più faticoso da superare: ad esempio, perché nel titolo del seminario non viene utilizzato l'acronimo al completo, Lgbtqi? Se è vero -come dirà a metà mattinata Ivan Controneo, scrittore e regista - che se qualcosa non viene visto o rappresentato non esiste, forse una iniziativa del genere avrebbe dovuto ragionare anche attorno ai termini 'queer' e 'intersessuale'.

La sensazione è che si voglia dare maggior spazio al politicamente corretto, ad una sorta di lista di parole sì/parole no, con il rischio non solo di riprodurre stereotipi sessisti nel mondo omosessuale, ma anche di ridurre a categorie chiuse la complessità del reale. Un intervento dalla platea richiama all'esistenza della bisessualità e alla necessità di scardinare quell'agenda che i media mainstream dettano anche sul lessico.

Così forse si eviterebbe di nominare la vice ministra Guerra al maschile, o magari non avremmo proposte, come quella di Claudio Rossi Marcelli (rivista Internazionale), che suggerisce di usare nozze gay per sottointendere anche quelle lesbiche. No, non si può, come giustamente ricorda Delia Vaccarello (Unità) nel suo puntuale e approfondito intervento: è necessario rivendicare la parola lesbica e non pronunciarla sottovoce, così come è indispensabile fare chiarezza sulla transessualità, continuamente scambiata per prostituzione. Vaccarello racconta anche storie di transito, di femmine diventate maschi e viceversa, a partire dal suo ultimo libro [Evviva la neve, Mondadori] e richiama giornalisti e giornaliste a conoscere bene quello di cui si sta parlando, a trovare un lessico che trasformi quello che è ignoto in qualcosa che non fa paura.

O per dirla con le parole di Elena Tebano (Corriere della Sera) è importante imparare a guardare le cose diversamente e riportare questo sguardo diverso in redazione. Nel documentario Diversamente Etero che ha curato insieme a Milena Cannavacciuolo si indaga sulla visibilità lesbica in televisione, attraverso i filmati censurati dalla tv e le interviste a fan, giornalisti, esperti di comunicazione e attivisti del mondo lgbt. E si scopre un altro mondo, sconosciuto ai più.

Del resto, come spiega Valeria Ambrogi del Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva, i dati parlano chiaro: in un anno di monitoraggio dei notiziari di Rai, Mediaset e La7, sono state date solo l'0,2% di notizie riguardanti tematiche Glbtqi su oltre 10mila notizie complessive. Difficile che il pubblico televisivo, certamente maggiore di quello della carta stampata, riesca a farsi una idea diversa su tutto ciò che riguarda sesso, genere, orientamento sessuale. Al pluralismo politico, sostiene Giovanni Anversa (Rai), dovremmo sostituire il pluralismo sociale.

Raccontare davvero tutto quello che la società contiene, senza ipocrisie e formali tolleranze.

Barbara Romagnoli



L'Unità
02 10 2013

Tredici migranti perdono la vita sospinti in mare a frustate dai loro aguzzini, e il 37% dei lettori del Corriere.it, la maggioranza, si dichiara “soddisfatto”, scegliendo con un click la faccina sorridente.

Basta un emoticon per evidenziare il cinismo della Rete. E per certificare come, almeno in certe manifestazioni del web, la pietà sia sempre più difficile da rintracciare. Tredici migranti perdono la vita sospinti in mare a frustate dai loro aguzzini (LEGGI TUTTO), e il 37% dei lettori del Corriere.it, la maggioranza, si dichiara “soddisfatto”, scegliendo con un click la faccina sorridente. Non che le alternative mancassero, visto che il “termometro” degli stati d'animo comparso su ogni articolo del sito da alcuni mesi offriva anche la possibilità di sentirsi “indignato”, “preoccupato” o “triste”.

Ma, come cantavano gli alpini nella prima guerra mondiale, “pietà l'è morta” nei meandri del web. Il primo a notarlo Fabrizio Gatti, cronista capace di reportage coraggiosi sul tema dello sfruttamento dell'immigrazione, che sul suo blog dell'Espresso, usa un titolo calzante: “La fine del mondo. Il nostro”. La cosa deve aver colpito anche la redazione online del quotidiano di via Solferino, ovviamente incolpevoli della scelta dei loro lettori, se è vero che il link al termometro emozionale è svanito in fretta e furia dalla home page nazionale, ma è rimasto, se si va a leggere il testo dell'articolo. Nel primo pomeriggio, poi, ha prevalso l'opzione "triste" (sempre con il 37%), e la faccina ha cambiato espressione.

Così come sono i rimasti i commenti dei lettori che – come spesso accade in Rete, facendosi scudo con l'anonimato – danno libero sfogo a rabbia e frustrazione contro i migranti. Si va da dolly41 sicura che “ormai sia appurato che nemmeno il 10% di queste persone sono dei profughi di guerra. Gli altri sono furbi che la tentano” e stufa “di una politica inetta che ha tradito il suo compito principale: difendere i nostri confini e tutelare i propri cittadini”, a un lettore che osserva come i migranti arrivino da Paesi “che possiedono più della metà delle ricchezze del pianeta. Se non si sanno evolvere e non le sanno sfruttare la colpa non è della parte fortunata”.

La crisi accentua la guerra fra poveri. Keysteal si lamenta delle case “assegnate a molti extracomunitari, che magari non ne hanno diritto”, mentre ci sono “famiglie di italiani a cui viene rifiutato un alloggio popolare”, come a Torino “città dell'ex comunista Fassino. Non crede che dovremmo sistemare prima i nostri, di disperati?”, si chiede la lettrice. E se tanti sparano sul “buonismo dannoso”, c'è anche chi si dice indignato. Come Polemico26, che non si tira indietro e mette in guardia dal “disseminare commenti di odio razziale” o Glicine, che spera che “quella percentuale di soddisfatti sia un errore del sistema. Siamo sicuramente stanchi di far entrare nel nostro territorio clandestini che purtroppo spesso finiscono per delinquere perché non sanno di cosa vivere. Non siamo in grado di accogliere, è vero. Questo però non comporta la soddisfazione per la morte”. Ma l'amara constatazione del clima generale rimane.

Giovedì 26 settembre, ore 11
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Corso Vittorio Emanuele II, 349 - Roma

Da secoli i rom e i sinti sono percepiti in Italia come un "problema" e attorno ad essi si sono diffusi e consolidati stereotipi e pregiudizi che ne alimentano un'immagine "negativa" nella pubblica opinione.

Il Festivaletteratura e "Le parole delle donne"

  • Giovedì, 19 Settembre 2013 10:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
19 09 2013

Interessante incontro quello di Michela Murgia con Riccardo Romani, giornalista di SKY, su come l'informazione parli della violenza sulle donne e in particolare del femminicidio.

Gli esempi li conosciamo fin troppo bene: "L'amava troppo", "È stato colto da raptus", "Folle di gelosia", fino ad arrivare al "Caldo killer". Almeno seicento persone che volevano sapere come i giornalisti ne parlino; a volte criticandoci, a volte criticando le leggi, la società e i modelli culturali proposti.

Noi potremmo raccontare meglio, non usare stereotipi che mistificano la realtà e dare più spazio alle tematiche che riguardano il rapporto uomo-donna. Il nostro ruolo non dovrebbe essere solo raccontare il fattaccio quando accade, ma giorno per giorno stigmatizzare gli atteggiamenti dominanti anziché esaltarli, dare modelli diversi e non competitivi, insomma c'è bisogno di una piccola rivoluzione culturale, anche da parte nostra, che metta al centro la dignità della donna.

Il femminicidio ha portato la scrittrice a riflettere sulla nostra "educazione sentimentale" e su come non siamo stati educati all'abbandono, come "Non sappiamo dirci addio" e come, molto spesso l'amore diventi una gerarchia di potere e di possesso. Emblematico il gioco delle catene e dei lucchetti su Ponte Milvio.

Catene che rappresentano non l'amore ma l'appartenenza, la proprietà (si lega la bicicletta), la sudditanza (si legano gli animali) e la privazione della libertà (si incatenano i prigionieri). Lunga la strada per liberarci dall'idea che le donne possano essere possedute.

L'incontro è stato sponsorizzato dall'Ordine nazionale dei giornalisti che da quattro anni promuove gli incontri "Le parole del giornalismo" tra autori e giornalisti.

Gegia Celotti

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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