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Renzi, la Waterloo dell'occupazione


I cacciatori di farfalle di Palazzo Chigi smentiti dai dati Istat e del ministero del lavoro. Aumenta la disoccupazione, i più colpiti giovani e donne. I gufi non c'entrano. È l'effetto di una politica in crisi. E la disoccupazione è diminuita non perché è ricominciata la "ripresa", ma "per la risalita del tasso di inattività". Questo l'Istat l'ha sempre ripetuto nei ultimi mesi. Inascoltata dal governo che vive in una realtà parallela. Il bollettino Istat ha confermato le caratteristiche della disoccupazione strutturale di massa cresciuta negli anni della crisi. 
Roberto Ciccarelli, Il Manifesto ...
Il dato della perdita di occupazione femminile nel mese di febbraio [...] non va letto come una chiara inversione di tendenza rispetto ai miglioramenti degli ultimi mesi. Piuttosto è il segnale della persistenza delle difficoltà che le donne incontrano a entrare e rimanere nel mercato del lavoro. Difficoltà che hanno a che fare con resistenze più o meno esplicite dei datori di lavoro, aggravate, se non legittimate, dalle difficoltà a conciliare responsabilità famigliari e lavoro remunerato. Il basso tasso di occupazione femminile è una delle cause dell'alta incidenza di povertà nelle famiglie in Italia. Per aumentarlo non si può contare solo sulla buona volontà delle donne. Occorrono politiche sia imprenditoriali sia pubbliche intelligenti e non di corto respiro.
Chiara Saraceno, La Repubblica ...

la Repubblica
09 02 2015

Al Nord-ovest 33.500 euro di Pil per abitante, al Sud 17mila e 200. Bolzano in testa con 40mila euro. Il valore aggiunto più alto a Milano. Tra il 2011 e il 2013 solo in Lombardia e il Trentino Alto Adige performance occupazionali positive, in Calabria e Molise le cadute più ampie

MILANO - Un burrone separa le economie di Nord e Sud d'Italia. Non è certo una scoperta dell'ultima ora, ma gli ultimi dati disponibili sono spaventosi: nel 2013, secondo il Report Istat sui conti economici territoriali, il Pil per abitante è risultato risulta pari a 33,5 mila euro nel Nord-ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Il Mezzogiorno, con un livello di Pil pro capite di 17,2 mila euro, "presenta un differenziale negativo molto ampio. Il suo livello è inferiore del 45,8% a quello del Centro-Nord", quindi praticamente dimezzato.

Nel 2013, il Pil per abitante ha registrato una riduzione rispetto al 2011 in tutte le regioni italiane, con l'eccezione di Bolzano e della Campania. Risulta in testa Bolzano con un Pil per abitante di 39,8 mila euro, seguito da Valle d'Aosta e Lombardia (rispettivamente con 36,8 e 36,3 mila euro). Prima tra le regioni del Mezzogiorno è l'Abruzzo, che registra un livello paragonabile a quello delle regioni del Centro, con 23 mila euro. La spesa per consumi finali delle famiglie a prezzi correnti nel 2013 risulta pari a 18,3 mila euro per abitante nel Centro-Nord e a 12,5 mila euro nel Mezzogiorno.

I dati, per altro, arrivano mentre uno studio Svimez dice che negli anni di crisi 2007-2012 la caduta del potere d'acquisto delle famiglie italiane è stata di circa il 9%, pari a 1.664 euro per ogni cittadino, ma è stata più forte al Sud. A causa della mancanza di lavoro, ma anche di un sistema di welfare che penalizza il Mezzogiorno, nel periodo 2007-2012 la caduta dei redditi ha colpito soprattutto i giovani e il Sud: nelle famiglie con un capofamiglia under 35 e un tasso di occupazione inferiore al 50% (dove lavora cioè meno di una persona su due) i redditi sono scesi al Sud del 24,8%, mentre al Nord sono cresciuti dell'1,7%.

Tornando ai dati territoriali dell'Istat, Lazio e Sicilia sono le regioni più "terziarizzate", in termini di incidenza settoriale del valore aggiunto, mentre Basilicata ed Emilia Romagna sono quelle a maggiore propensione agricola e industriale. Nel 2012, Milano è la provincia con i più elevati livelli di valore aggiunto per abitante prodotto, pari a 46,6 mila euro; seguono Bolzano con 35,8 e Bologna con 34,4 mila euro. Le province con i più bassi livelli di valore aggiunto per abitante prodotto sono Medio Campidano e Agrigento, con circa 12 mila euro, e Barletta-Andria-Trani e Vibo Valentia con meno di 13 mila euro.

Il contributo dei servizi finanziari, immobiliari e professionali al valore aggiunto provinciale è prevalente nelle province di Milano, Roma e Trieste. Il contributo dell'industria primeggia in molte province del Nord-est e in particolare in quella di Modena. Tra il 2011 e il 2013 la Lombardia e il Trentino Alto Adige ottengono le uniche performance occupazionali positive, mentre Calabria e il Molise le cadute piu' ampie (-8% circa in termini di numero di occupati).

Occupazione: i limiti dei dati Istat mese per mese

Il Fatto Quotidiano
03 02 2015

I dati mensili dell’Istat su occupati e disoccupati si limitano a pochissimi indicatori. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è opportuno analizzarli in una prospettiva temporale più lunga. Ed è utile metterli a confronto con i numeri sulle unità di lavoro.

di Bruno Anastasia (Fonte: Lavoce.info)

La prospettiva di medio periodo

Da quando l’Istat, conformandosi a prescrizioni europee, ha iniziato a diffondere dati mensili sui principali aggregati del mercato del lavoro, ogni mese ascoltiamo commenti sui numeri di occupati e disoccupati che cercano, ricorrendo a supposizioni più o meno plausibili o ardite, di spiegare le variazioni congiunturali di brevissimo periodo. In realtà, i dati mensili resi disponibili dall’Istat si limitano a pochissimi indicatori e nulla ci dicono sulle dinamiche settoriali, contrattuali o orarie che possano giustificarne o spiegarne le variazioni. Per questo, e per la natura campionaria della fonte, è elevatissimo il rischio di gioire (inutilmente) un mese per il miglioramento e di soffrire (altrettanto inutilmente) quello successivo per il peggioramento, scambiando per trend piccole oscillazioni statistiche del tutto compatibili con gli inevitabili problemi di misura. Per evitare spiegazioni congiunturali di dubbia tenuta, è sempre opportuno analizzare i dati mensili collocandoli in una più consistente prospettiva temporale.

Il grafico 1 riporta i dati mensili sugli occupati in Italia per mese dal 2004 a oggi. Emergono nette le due fasi di caduta dell’occupazione, la prima tra ottobre 2008 e marzo 2010 (all’indomani della crisi finanziaria esplosa con il fallimento Lehmann Brothers) con la perdita di circa 600mila occupati, la seconda tra la primavera 2012 e il settembre 2013, con la crisi caratterizzata dai problemi dovuti alla gestione dei debiti sovrani europei e con altri 60mila occupati in meno. Poi l’occupazione ha avvertito, tra la fine del 2013 e i primi mesi del 2014, un modestissimo rimbalzo (può aver contribuito anche il decreto Poletti), mentre successivamente, a partire dalla fine della primavera, è rimasta sostanzialmente piatta, senza evidenziare nuovi peggioramenti, ma anche senza mostrare di aver imboccato la via del recupero. Per la dinamica dell’occupazione totale questo è ciò che di solido si può sostenere. Per capire se e come, all’interno del dato complessivo, sia cambiata la composizione settoriale e contrattuale, occorre attendere che vengano resi disponibili sia i dati trimestrali dettagliati della medesima indagine sia i dati amministrativi che consentono di valutare anche i movimenti marginali del mercato del lavoro.

La dinamica delle unità di lavoro

Rimanendo quindi al dato totale, per valutare l’entità della perdita occupazionale (circa un milione di occupati in meno tra il primo semestre 2008 e la fine del 2014) è utile il confronto – con i dati disponibili fino al terzo trimestre 2014 – con la dinamica delle unità di lavoro, vale a dire con il dato sull’input di lavoro utilizzato per la contabilità nazionale (grafico 2).

Ciò che emerge è una caduta ben più consistente: oltre un milione di unità di lavoro in meno tra il 2008 e il 2010 e un’ulteriore perdita di 700mila unità tra il 2011 e il 2013, cosicché la quantità effettiva di lavoro utilizzato nel sistema risulta a fine 2014 nettamente inferiore a quella del 2003-2004. Il trend degli occupati è dunque molto meno negativo di quello osservato sulle unità di lavoro perché fornisce un’informazione “sulle teste” che, per definizione, non dà peso alle diverse pratiche di labour hoarding (cassa integrazione, passaggi a part time, riduzione dell’orario di lavoro) attivate dalle imprese e agevolate dal sistema politico per ridurre l’impatto della crisi sui livelli occupazionali.

* Bruno Anastasia lavora come esperto di analisi del mercato del lavoro presso l’Ente Veneto lavoro, coordinando l’Unità di ricerca. E’ presidente dell’Ires Veneto. Dal 1994 al 2001 è stato presidente del Coses di Venezia. Dal 1999 insegna, come contrattista, Economia del lavoro presso l’Università di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, sede di Portogruaro. Tra le pubblicazioni recenti Evoluzione di un’economia regionale. Il Nordest dopo il successo, Nuova Dimensione, 1996 (con G. Corò); Solo una grande giostra? La diffusione del lavoro a tempo determinato, Franco Angeli, Milano, 2000 (con A. Accornero, M. Gambuzza, E. Gualmini, M. Rasera).

 

 

 

Istat: retribuzioni medie, nel 2014 minimo storico

  • Giovedì, 29 Gennaio 2015 09:36 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
29 01 2015

Le buste paga degli italiani restano leggerissime, e non è solo una condizione percepita, la conferma arriva infatti dall’Istat. L’istituto di ricerca ha infatti calcolato che le retribuzioni contrattuali orarie nella media del 2014 sono salite solo dell’1,3%. L’Istat spiega che si tratta del minimo storico, ovvero della variazione più bassa dal 1982, anno d’inizio delle serie. Nel mese di dicembre, l’indice è rimasto invariato rispetto al mese precedente ed aumentato dell’1,1% nei confronti di dicembre 2013.

Alla fine di dicembre 2014 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 44,5% degli occupati dipendenti e corrispondono al 41,5% del monte retributivo osservato. Con riferimento ai principali macrosettori, a dicembre le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,3% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.

I settori che a dicembre presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: telecomunicazioni (3,5%); gomma, plastica e lavorazioni di minerali non metalliferi (3,3%); tessili, abbigliamento e lavorazione pelli (2,9%). Si registrano variazioni nulle nel settore del commercio e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Tra i contratti monitorati dall’indagine, nel mese di dicembre è stato recepito un nuovo accordo e nessuno è scaduto. Alla fine di dicembre la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 55,5% nel totale dell’economia e del 42,4% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 37,3 mesi per l’insieme dei dipendenti e di 21,7 mesi per quelli del settore privato.

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