×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Trame di riscatto nella Locride

tessitriceQuell'abito "etico" rosso è degno dei capricci di una dea: prova che se cerchi il buono trovi anche il bello. Capi tessuti a mano in lana bio e ginestra. Abiti da sposa, la linea purissima delle tuniche ioniche. Seta cruelty-free, i bozzoli lavorati salvando il baco: il tessuto viene più morbido e lucente, premio per la nonviolenza. Cangiari (cambiare, in dialetto), brand calabrese di moda fascia-alta, il solo a usare filati totalmente bio, contro la rassegnazione punta l'arma della bellezza etica.
Marina Terragni, Io Donna ...

Agender: è tempo di rivoluzioni

  • Venerdì, 27 Febbraio 2015 10:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

LezPop
27 02 2015

Da anni si parla del fatto che la moda tenda alla neutralizzazione delle differenze di genere. In Inghilterra non solo se ne parla. In Inghilterra si fa. I grandi magazzini Selfridges, fondati nel 1909 dall’imprenditore statunitense Harry Gordon Selfridge, trasformeranno il loro principale punto vendita, che si trova in Oxford Street, in un negozio d’abbigliamento neutro. Se fino ad oggi il negozio era organizzato in due settori ben definiti, uno dedicato all’uomo, l’altro alla donna, dal 12 marzo si trasformerà un unico grande ambiente per abiti unisex. Il progetto, intitolato Agender, non si limiterà all’abbigliamento: le vetrine e il sito daranno spazio anche alla musica, alla fotografia, al cinema e al design che investigano sul gender, allargando ulteriormente il dibatto.

Purtroppo si tratta di un progetto temporaneo, che si esaurirà alla fine del mese di aprile, ma la direttrice creativa di Selfridges, Linda Hewson, ha spiegato al Women’s Wear Daily che Agender è solo l’inizio di un percorso che stanno intraprendendo. La Hewson ha dichiarato che tale proposta non vuole solo sfruttare una tendenza del momento, ma è il riconoscimento e la risposta a un cambiamento culturale e sociale già in atto. Il progetto servirà da banco di prova per la sperimentazione attorno alle idee di genere, sia per consentire ai clienti di avvicinarsi a tale esperienza senza preconcetti, sia per il negozio stesso, che in quanto rivenditore, ha il potere di influenzare il modo di concepire la moda.

Questa proposta rappresenta un’importante novità: Selfridges infatti è un marchio altamente consolidato, con una diffusione capillare in Inghilterra, specializzato in abbigliamento piuttosto convenzionale e tradizionale. Inoltre quello di Oxford Street è il secondo negozio più grande nel Regno Unito, (preceduto solo da Harrods ) e le sue vendite sono tra le più alte: quindi Agender avrà un impatto sul pubblico davvero notevole, raggiungendo anche persone che non si sono mai interrogate su tali questioni.
La moda è sempre stata una forma sociale di controllo. Nei secoli scorsi, nelle società di classe, caratterizzate da un’organizzazione rigida e fissa, la codificazione dell’abbigliamento era frutto di tale rigidità. I codici vestimentari erano altrettanto fissi e univoci, non lasciavano spazio a fraintendimenti o a interpretazioni personali. Quando, dopo la rivoluzione francese, venne finalmente sancito il diritto di ciascun cittadino di scegliere il proprio abbigliamento, di presentarsi al mondo secondo il proprio gusto, l’unico vincolo sopravvissuto fu proprio quello del genere. Vincolo al quale ancora oggi siamo ancorati.

Sembra ricorrere, tra i generi, una linea di demarcazione insormontabile, che viene esercitata anche attraverso il modo di vestire. Tutte quelle caratteristiche tipiche degli abiti, che ormai implicitamente associamo alle donne piuttosto che agli uomini, sono solo il frutto della stratificazione morale ed economica del corso dei secoli, sono il bisogno di ordine presentato come caratterizzazione innata. Mettere in discussione le connotazioni del genere, significa ridefinire l’intera società, perché, nel pubblico, in privato, in ogni interazione, nel linguaggio di ciascuno, i generi sono sempre compresi: non esiste più pensiero sulla persona svincolato da tali stereotipi. Continuare a segnare queste differenze, continuare ad affermare come naturale la distanza tra i generi che la cultura ha creato e ampliato, significa consolidare le gerarchie che reggono l’ordine sociale costituito.

L’aspetto infatti veramente rivoluzionario di Agender sta proprio nel fatto che, invece di mirare a rendere il concetto femminile e maschile più flessibili, sembra eliminare del tutto tale divario, con tutto ciò che ne consegue. Selfridges così, non solo darà finalmente alle persone che non s’identificano nel concetto di maschio o femmina la libertà di comprare abiti che possano meglio riflettere la loro identità, ma a darà anche tutti gli altri la possibilità di sperimentare e divertirsi coi generi, dando vita a un momento, seppur lieve, di insurrezione sociale.

Giada

Huffington Post
13 02 2015

Jamie Brewer, prima modella con sindrome di Down a sfilare alla New York Fashion Week: "È un esempio"

È stata la prima modella affetta da sindrome di Down a sfilare su una passerella della New York Fashion Week. Jamie Brewer, attrice trentenne, nota per il suo ruolo in "American Horror Story", ha sorpreso tutti, scrivendo una nuova pagina nella storia dell'evento. A chiederle di mettersi in gioco è stata la stilista Carrie Hammer, per la quale è importante che sfilino "modelli" ed esempi di vita piuttosto che semplici modelle. "È bello poter essere una fonte di ispirazione per le donne e incoraggiarle ad essere e a mostrare chi sono", ha spiegato la Brewer. "Ragazze, guardatemi e dite: 'Hey, se può farlo lei, posso farlo anch'io!".

Lo show della neo-modella fa parte della campagna, inaugurata dalla stilista, "Role Models Not Runway Models": invece di usare le tradizionali modelle, la designer invita a sfilare le sue clienti. Etnie diverse, caratteristiche fisiche differenti: secondo la Hammer, le donne in passerella devono portare il pubblico a riflettere. Da qui la decisione, lo scorso anno, di invitare la psicologa Danielle Sheypuk, prima modella a sfilare in sedia a rotelle. "Quando la vediamo in passerella, non pensiamo alla sua sedia a rotelle. Non la definiamo in questo modo".

Dopo il successo della sfilata della Sheypuk, la Hammer è stata incoraggiata a continuare nella sua iniziativa dalle migliaia di mail che riceveva ogni giorno. Fu proprio una di queste a portarla a scegliere la Brewer. Una mamma di una bambina affetta da sindrome di Down le suggeriva di invitare proprio l'attrice: "Penso che potrebbe essere un bellissimo esempio per la mia Grace. Jamie è meravigliosa. Ha una luce ed un entusiasmo incredibili".

La richiesta è stata soddisfatta. "Tutto è andato oltre ogni mia aspettativa - ha raccontato la stilista - quello che mi è piaciuto è che, durante lo show, tutti sorridevano".

Ilaria Betti

Il Fatto Quotidiano
24 06 2014

Da sabato, in via De Amicis, a Milano, c’è una rete metallica a ridosso di un muro. Vi sono appese bambole realizzate da artisti della moda, altre bambole sono state donate da associazioni che hanno aderito all’iniziativa The Wall of Dolls. La settimana della moda maschile ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica al problema della violenza contro le donne impiccando bambole ad una rete. Le foto di queste bambole sono già pubblicate sul web e molte sono accessoriate dall’inseparabile ‘femminile’ borsetta. Un accostamento che scatena per associazione di idee il ricordo della cerulea statua marchigiana: Violata.

Gli organizzatori, almeno una trentina di marchi, hanno invitato donne e uomini ad appendere altre bambole a quel muro. Lo slogan si presta ad equivoci: “We are not just dolls” ovvero “Non siamo, solo, bambole”. Non solo ma un pochino si!

Siamo un po’ bambole quando devono limitare la scelta della maternità e in nome di un credo religioso, ci negano l’accesso all’aborto medicalmente assistito, perché se abortiamo ci trasformiamo in bambole assassine. E siamo, un po’ anche, bambole di pezza quando subiamo stupri. Siamo, un po’, bambole quando la moda crea abiti che non potrebbero essere indossati da una donna con il peso nella norma e in buona salute. Siamo, un po’, bambole quando stigmatizzano le nostre scelte sessuali e vogliono imporre sul nostro desiderio leggi morali. Siamo, anche un po’, bambole quando la moda e la pubblicità utilizzano le parti del nostro corpo per commercializzare ogni tipo merce, e anche quando fotografano modelle nel bagagliaio di un’auto con le gambe penzoloni solo per fare pubblicità ad un bel paio di stivali. Perché? Siamo, anche un po’, bambole e se moriamo dobbiamo farlo con eleganza anche se stiamo esalando l’ultimo respiro. Ce lo impone la nostra ‘femminilità’, questa invenzione che ci condiziona dal momento del dono della prima bambola. Grazioso feticcio in cui rispecchiarci o essere educate fin da piccole al ruolo di cura. E come rivendicare che siamo fatte di carne, di ossa, spesso incommensurabilmente differenti una dall’altra? Come lo vogliono abbattere questo muro di segregazione psicologica che ci tiene in scacco, che ci mette all’angolo, che detta come e che cosa dobbiamo essere?

Con un muro di bambole griffate.

La cosa più irritante è che questa iniziativa risponda ad una strategia di marketing più che alla volontà di denunciare un fenomeno. La violenza contro le donne è diventata un brand. I creativi di alcune aziende della moda hanno realizzato, negli anni scorsi, manifesti pubblicitari con modelle dal volto tumefatto molto simili a quelli adoperati per commemorare il 25 novembre. Il marketing funziona così, deve colpire allo stomaco e prescindere cinicamente dal significato veicolato con la pubblicità di un prodotto. Così tutto si confonde e perde di senso.

Abbiamo denunciato il problema del femminicidio e della matrice culturale che lo alimenta, abbiamo svelato la tragicità delle violenze contro le donne e abbiamo chiesto risposte politiche. Abbiamo combattuto perché il linguaggio cambiasse. Niente da fare. La denuncia della violenza come problema culturale è stata scippata, ed è stata svuotata dai nostri contenuti e adattata ad accogliere nuovamente la cultura che produce sessismo. Il simbolico patriarcale è ancora abbastanza forte per contaminare e rimodellare a sua immagine e somiglianza le nostre parole e i nostri contenuti. La legge cosiddetta contro il femminicidio della scorsa estate ne è la prova. Eppoi La morte ci fa belle, attraenti, ci dona appeal, grazie alla morte abbiamo tutto il protagonismo che ci viene sottratto come genere (o ci sottraiamo da sole) nella vita. Questo strisciante senso del macabro, da sabato, è appeso a quel muro e degrada una denuncia sociale a rappresentazione che ricorda gli horror di serie B.

Spero che non si abbassi ancora il livello di intelligenza, di buon gusto e di senso critico. Spero che qualche azienda di giocattoli non porti mai sul mercato qualche Ken femminicida e qualche Barbie vittima di violenza domestica o che qualche azienda di cosmesi non venda mai lividi adesivi griffati. (E spero di non aver dato suggerimenti a nessuno).

E spero ancora, che nessun altro appenda bambole su quel muro. Non cascateci vi prego!

 

Le principesse pan si travestono da adolescenti

  • Mercoledì, 09 Aprile 2014 16:50 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
Antonella Amapane, La Stampa
8 aprile 2014

Si vestono come a quindici anni anche se l'adolescenza l'hanno superata da un pezzo. In America le chiamano "Principesse Pan". Vent'anni dopo la sindrome di Peter Pan che colpiva gli uomini reticenti a crescere, tocca alle donne rifiutarsi di diventare adulte. ...

facebook