×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

L'Italia ha le mani sporche di sangue

  • Lunedì, 24 Ottobre 2016 11:45 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Bombe italiane sullo YemenDino Giarrusso, Le Iene
24 ottobre 2016

Una guerra orribile, un popolo massacrato nell'indifferenza di buona parte del pianeta.
Quello che accade in Yemen è un massacro di civili, le cui prime vittime sono i bambini (video).

Amnesty International
25 06 2015

Yemen, sei mesi dall'inizio degli attacchi aerei della coalizione a guida saudita: vite civili devastate. Amnesty International sollecita inchiesta Onu

Sei mesi dopo l'inizio del sanguinoso conflitto dello Yemen, Amnesty International ha sollecitato la comunità internazionale a istituire, attraverso il Consiglio Onu dei diritti umani che è riunito a Ginevra fino al 2 ottobre, una commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani commesse da tutte le parti.

Nel corso del conflitto sono stati uccisi oltre 2100 civili, tra cui almeno 400 bambini. In tutto lo Yemen è in corso una disperata crisi umanitaria e oltre 1.400.000 persone risultano sfollate.

"Nei sei mesi trascorsi dall'inizio della campagna di attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita, tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno mostrato un cinico disprezzo per la vita dei civili" - ha dichiarato James Lynch, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"In assenza di qualsiasi soluzione in grado di porre fine a questo sanguinoso conflitto e a causa della crescente crisi umanitaria, la sofferenza dei civili dello Yemen è assoluta. La comunità internazionale deve cogliere l'occasione della riunione del Consiglio Onu dei diritti umani per istituire una credibile commissione d'inchiesta internazionale che possa dare speranza alle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani" - ha aggiunto Lynch.

L'Arabia Saudita e altri stati che fanno parte della coalizione militare impegnata nel conflitto dello Yemen, insieme allo stesso governo yemenita del presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, stanno cercando d'impedire l'istituzione della commissione d'inchiesta.
"La comunità internazionale deve smetterla di girare le spalle alle vittime della crisi dello Yemen e prendere misure per porre fine all'impunità e per far presente agli autori delle gravi violazioni dei diritti umani che non potranno non rispondere delle loro azioni.
Il primo passo in questa direzione dovrebbe essere un'indagine approfondita, imparziale e indipendente" - ha sottolineato Lynch.

In gran maggioranza, i morti e i feriti tra i civili sono stati causati dalla coalizione a guida saudita, sostenuta da Usa e Regno Unito. Amnesty International ha documentato attacchi aerei della coalizione, dichiaratamente contro i gruppi armati houti e che invece hanno causato morti tra la popolazione civile e hanno distrutto abitazioni e altri obiettivi civili tra cui scuole, moschee e infrastrutture civili tra cui ponti e strade, pregiudicando in questo modo la fornitura di aiuti umanitari.

Le forze della coalizione a guida saudita hanno anche usato bombe a grappolo, vietate a causa della loro natura inerentemente indiscriminata, prodotte o progettate negli Usa.

"Anziché fornire assistenza logistica e militare a una coalizione che ha commesso gravi violazioni dei diritti umani, i membri influenti della comunità internazionale dovrebbero cercare di chiamare gli autori a risponderne" - ha commentato Lynch.

"Tutti i paesi che forniscono armi alle parti in conflitto non devono autorizzare alcun trasferimento che rischi di causare o facilitare gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale dei diritti umani" - ha aggiunto Lynch.

Nei combattimenti via terra, gli houti e i loro oppositori si sono resi a loro volta responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, procurando danni alla popolazione civile mediante attacchi indiscriminati contro centri abitati. Gli houti hanno anche bombardato città e villaggi del sud dell'Arabia Saudita.

Gli houti hanno inoltre avviato la repressione nelle zone sotto il loro controllo, effettuando raid e chiusure delle sedi di varie organizzazioni non governative e minacciando il loro personale ed eseguendo arresti arbitrari e rapimenti di attivisti, giornalisti e altre persone ritenute ostili.

Approfondimento
Approfondisci la situazione in Yemen

Conflitto in Yemen: l'Italia sospenda l'invio di bombe e sistemi militari alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita (2 settembre 2015)

Per interviste:Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Amnesty International
03 09 2015

Conflitto in Yemen: l'Italia sospenda l'invio di bombe e sistemi militari alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita

L'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL) di Brescia, Amnesty International Italia e la Rete Italiana per il Disarmo (RID) chiedono al Governo Renzi di fermare l'invio di bombe e sistemi militari italiani ai paesi della coalizione guidata dall'Arabia Saudita (con l'appoggio di altri Paesi sunniti della regione) che, per contrastare l'avanzata del movimento sciita zaydita Houthi, sta bombardando lo Yemen da cinque mesi senza alcun mandato o giustificazione internazionale.

Il conflitto ha finora causato più di 4mila morti e 20mila feriti - di cui circa la metà tra la popolazione civile - provocando una "catastrofe umanitaria" con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. In tutto il Paese della Penisola araba la popolazione sta subendo una grave scarsità di cibo, che sta diventando sempre più raro, e questo minaccia la sopravvivenza dei più vulnerabili.

Come riportato nelle settimane scorse anche dalle nostre organizzazioni, tra gli ordigni utilizzati in questo conflitto è possibile che vi siano anche delle partite prodotte in Italia.

"Nonostante l'aggravarsi del conflitto non ci risulta che il governo italiano abbia sospeso l'invio di sistemi militari alla colazione saudita, anzi in questi mesi dal nostro Paese sono continuate ad essere inviate bombe e forniture militari per le forze armate dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti" - afferma Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio OPAL di Brescia che ha condotto una specifica ricerca sulle recenti spedizioni dall'Italia di bombe prodotte dalla RWM Italia alla coalizione saudita. "Ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall'Italia, come le bombe MK84 e Blu109, sono stati ritrovati in diverse città bombardate dalla coalizione saudita ed è quindi altamente probabile che la coalizione stia impiegando anche ordigni inviati dal nostro Paese" - conclude Beretta.

L'ipotesi concreta che ordigni forniti dall'Italia all'Arabia Saudita e utilizzati in attacchi aerei della coalizione guidata dalle forze armate di Riad causino perdite di vite umane tra la popolazione civile yemenita deve essere motivo di profonda preoccupazione e reazione da parte delle istituzioni italiane.

"Quello dello Yemen è un conflitto che si svolge nel completo disprezzo del diritto internazionale umanitario. Abbiamo denunciato a più riprese come gli attacchi da terra degli Houti e delle milizie loro alleate e, soprattutto, gli attacchi aerei della coalizione a guida saudita, spesso indiscriminati e diretti contro centri abitati e obiettivi privi d'interesse militare, costituiscano crimini di guerra su cui è necessario che le Nazioni Unite istituiscano al più presto una commissione internazionale d'inchiesta" - ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

A questi appelli si aggiunge anche la presa di posizione della Rete Italiana per il Disarmo che vuole far riecheggiare anche la voce di chi sta operando sul campo come Medici Senza Frontiere, organizzazione che ha recentemente sottolineato "Se continueranno i bombardamenti e gli attacchi aerei, sempre più persone moriranno. Chiediamo alle parti in conflitto di smettere di attaccare obiettivi civili, in particolare gli ospedali, le ambulanze e i quartieri densamente popolati, e di consentire al personale medico e alle organizzazioni umanitarie di fornire assistenza alle persone. L'Italia e tutti gli stati che sostengono la coalizione devono fare pressione sulle parti in guerra perché risparmino le vite dei civili".

Il Governo italiano dovrebbe occuparsi in prima persona di compiere e far compiere passi di distensione e di blocco dei bombardamenti, soprattutto considerando il già citato coinvolgimento di armamenti prodotti nel nostro Paese. "Armi che non avrebbero mai dovuto raggiungere quel teatro di conflitto - afferma Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo - in quanto la nostra legge sull'export di materiale militare (185/90) vieta espressamente forniture verso paesi in guerra".

Da qui la necessità di un blocco immediato ed esplicito di qualsiasi ulteriore consegna e di un'indagine chiarificatrice dei passaggi ed autorizzazioni che hanno permesso l'arrivo in Arabia Saudita di bombe a partire dai nostri porti. OPAL, Amnesty International Italia e Rete Disarmo auspicano una rapida presa di posizione in tal senso del nostro Governo e invitano il Parlamento a sostenere tale richiesta con tutti i mezzi necessari.

Nello Yemen senza benzina, le donne vanno in bici

  • Venerdì, 22 Maggio 2015 12:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
22 05 2015

I bombardamenti saudita sullo Yemen hanno fatto sì che il paese sia rimasto a secco di carburante. Gli uomini a Sanaa sono stati costretti quindi ad inventarsi un modo per far muovere le proprie macchine: c'è chi usa carburanti alternativi, chi ha deciso di utilizzare le bombole a gas. Anche le donne quindi si devono adattare a questa nuova situazione e c'è chi, andando contro la tradizione, ha pensato alla bicicletta come mezzo da utilizzare in questa situazione di emergenza, nonostante per gli yemeniti più conservatori questa sia una "pratica" impudica, perché mette in mostra parti del corpo della donna.

A lanciare questa moda è stata la freelance Bushra al-Fusail, che ha creato una pagina su Facebook ed è riuscita a convincere altre donne a fare giro in bicicletta per Sanaa. "E 'assolutamente ingiusto che gli uomini possono muoversi facilmente usando le loro biciclette, mentre le donne sono costrette a rimanere a casa. La mancanza di benzina significa che noi donne non possiamo andare al lavoro, che non possiamo aiutare la nostra famiglia. Unisciti a noi!" ha scritto Fusail sul social network.

Le yemente (una ventina in tutto) si sono date appuntamento in una strada molto trafficata che costeggia il palazzo presidenziale: in molte erano vestite con gli abiti tradizionali e hanno pedalato per un'ora e mezza intorno alla moschea, mentre Fusail le immortalava nelle sue fotografie.

Gli scatti, che hanno subito fatto i giro del web, sono state accolte con decine di commenti furiosi: "Non può essere vero, queste immagini sono state photoshoppate", ha commentato un uomo. E ancora: "Quelli non sono donne, sono uomini vestiti da donne", ha scritto un altro.

Fusail, però, dal canto suo ha spiegato che, all'intolleranza degli uomini, molte donne hanno reagito positivamente a questo inaspettato giro in bici delle donne: "Pensavo che la gente avrebbe riso di noi o avrebbero cercato di impedirci di andare in bicicletta, ma non è stato così: alcune persone ci hanno incoraggiato, e questo ci ha motivati a continuare". Ha poi aggiunto: "Questo giro in bici è stato il nostro modo di dimostrare che nulla ci può fermare né le bombe né i tabà culturali: abbiamo il diritto di vivere e il diritto di muoverci per la città".

In molte, ha spiegato la freelance, hanno deciso di seguire l'esempio di queste prime pioniere della biciclette: tante ragazze hanno infatti scritto su facebook di voler imparare a pedalare.

Le persone e la dignità
28 04 2015

Un mese di attacchi incessanti da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro le milizie houti ha reso lo Yemen un paese in cui ogni centro abitato è un potenziale obiettivo. La popolazione civile è costantemente a rischio di essere colpita. Vani gli appelli per cessare le ostilità.

Secondo le Nazioni Unite, dal 25 marzo gli attacchi dal cielo o da terra hanno ucciso oltre 550 civili, tra cui 100 bambini. I feriti sono migliaia.

Bombe e missili hanno distrutto o danneggiato abitazioni, ospedali, scuole, università, aeroporti, moschee, centri industriali, impianti sportivi, mezzi per il trasporto di beni alimentari, centrali elettriche, stazioni di rifornimento e reti telefoniche.

Il numero degli sfollati è di oltre 100.000, che vanno ad aggiungersi agli altri 120.000 fuggiti a causa di precedenti conflitti in un paese che non trova pace.

Dopo averne denunciato già due alla fine di marzo, questo mese Amnesty International ha potuto documentare altri otto attacchi contro zone densamente abitate a Sa’dah, Hodeidah, Hajjaj, Ibb e nella stessa capitale Sana’a. Su 139 persone uccise, 97 erano civili (33 dei quali bambini) e su 460 persone ferite, almeno 157 erano civili.

Nel determinare gli obiettivi da colpire, il comando della coalizione guidata da Riad non pare farsi troppi problemi riguardo ai “danni collaterali” né si preoccupa di prendere le misure necessarie per proteggere i civili.

Uno dei sopravvissuti all’attacco lanciato il 20 aprile nella zona di Faj ‘Attan, alla periferia della capitale, ha raccontato ad Amnesty International che tre componenti della sua famiglia, tra cui un bambino di otto anni, sono morti schiacciati dalle macerie della loro abitazione, colpita da pesanti rocce che si erano staccate da una montagna centrata da un missile.

Gli houti e i loro alleati, i sostenitori dell’ex presidente Saleh che alla fine del 2011 ha lasciato il potere in cambio dell’immunità (e ora se ne vedono le conseguenze), non si comportano meglio. Nella zona di Aden hanno ripetutamente bombardato obiettivi civili e Amnesty International ha ricevuto segnalazioni di operatori sanitari e forniture mediche di prima necessità fermati ai posti di blocco: rapiti i primi, razziate le seconde.

L’episodio più agghiacciante risale al 3 aprile: due fratelli che lavoravano per la Mezzaluna rossa sono stati uccisi ad Aden mentre aiutavano le persone rimaste ferite a seguito di un attacco a salire a bordo delle ambulanze.

facebook