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sabato 15 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



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Metamorfosi

Loredana Lipperini
2 luglio 2014

Conosco Monica Pepe da sette anni, o quasi: perché era novembre 2007 quando la incontrai, sempre col casco del vespone sottobraccio, ed erano i giorni della manifestazione contro la violenza sulle donne, e dell’uscita di Ancora dalla parte delle bambine.

Ci siamo ritrovate molte, moltissime volte: mi ha raccontato il progetto di Zeroviolenzadonne.it prima che vedesse la luce e mi ha invitata a collaborare per il ciclo di incontri nelle scuole finanziato dalla Tavola dell’8xmille valdese (qui si può vedere il video con alcune interviste).

Proprio perché la conosco, e so come lavorano Luca e le altre e gli altri, ho accolto con enorme gioia la decisione di cambiare il nome al sito, e di chiamarlo Zeroviolenza, e basta. Perché la gioia?

Perché in questi ultimi mesi, e l’ho già scritto, era diventato difficilissimo affrontare con serenità ogni discorso sui femminismi. Come per altre questioni chiave del nostro vivere insieme, si trasformava immediatamente in una vicenda di fazioni, di discorsi “contro”  le altre, a volte - anzi, spesso - farciti di personalismi (nonsaichemihafattoquellabruttacattiva), di narcisismi (non lo sapevi? Adesso si porta bene l’antifemministanonmoralista, in autunno vedremo), di agguati on line (hascrittounaltroarticolo,daidaidai che la distruggiamo).

I discorsi sul femminismo stanno cambiando: fra il 2007 e oggi ce ne sono stati moltissimi e alcuni di quei moltissimi sono divenuti mainstream, e dunque sono stati semplificati, brandizzati, usati come marketing politico o per pubblicizzare mutande. Sono stati masticati e risputati e dunque resi innocui. Ma il cuore di quei discorsi e dei loro fini resta immutato: ci sono cambiamenti da fare nella cultura, nei libri di testo, nelle scuole, nei luoghi di lavoro che non sono stati neppure iniziati.

Dunque, bisogna parlare in modo diverso. Bisogna non essere “neutraliste/i”, ma mutare  narrazione, superando la dicotomia donna buona e vittima/ maschio cattivo e carnefice, perché non è così che funziona, e se in parte dovesse funzionare così significa che bisogna lavorare parecchio su quella parte culturale che è predominante in ciascuno di noi.

Ma bisogna farlo senza creare altre fazioni, a mio parere, e senza innescare il filone dell’antimoralista che vien buonissimo per libri, passaggi televisivi e “mi piace”, perché alla fin della fiera è così che sta andando, a specchio perfetto di quella parte “moralista” che ha fatto le stesse cose, libri e televisione e “mi piace”.  Abbiamo, e perdonate se mi ripeto, bisogno di complessità, e sono sicura che è in quella direzione che andrà Monica Pepe insieme ai suoi compagni di avventura.

Quando le cose cambiano abbiamo sempre paura, perché ogni cambiamento ci coinvolge in prima persona, e ogni cambiamento è una perdita. Eppure, senza mutare si muore. Scrivevo ieri sera su Facebook che quando Elena Gianini Belotti smise di pubblicare saggi sui femminismi e iniziò a scrivere narrativa molte storsero il naso e si sentirono, se non tradite, abbandonate.

Ma Elena aveva dato il massimo di sè come saggista, ed era sacrosanto che passasse ad altro: sacrosanto non solo per la sua storia di scrittrice, ma per chi legge, che ha bisogno di parole nuove per tempi nuovi. Si parva licet, per me vale la stessa cosa: chi scrive ha bisogno di strade diverse, dove far tesoro dell’esperienza precedente, certo, ma dove la meta cambia, e chi legge ha bisogno di uscire dalla rassicurazione di una voce che rischia, insistendo, di dire sempre la stessa cosa. Cambiare salva sempre, fidatevi.