VITE PRECARIE A DEBITO

di Biagio Quattrocchi
6 dicembre 2011

Nelle stesse giornate in cui, nei Paesi europei, va inasprendosi senza sosta la tensione della crisi economico-finanziaria, sull’altra sponda dell’Atlantico, nel cuore di New York, nella cosiddetta “global city”, dove hanno sede le principali istituzioni pubbliche e private che ancora momentaneamente dominano il sistema finanziario mondiale, il movimento sociale nato con l’occupazione simbolica della borsa di Wall Street continua a crescere. Can’t pay, won’t pay, don’t pay.

E’ in sintesi la rivendicazione che ha preso corpo nelle giornate di occupazione di Zuccotti Park, trasformatasi in questi ultimi giorni nello slogan più diffuso di Occupy student debt: il movimento universitario statunitense, una delle diverse articolazioni della attuale complessa composizione sociale del movimento americano.

Non vuole essere un giudizio sul livello di soggettivazione dei movimenti, questo pretenderebbe indicazioni più articolate e problematiche. Lo slogan richiamato risuona nei movimenti europei e persino qui in Italia; e prima ancora di rivelarsi efficacemente una reale parola d’ordine pratica, ha la forza di un immagine, che nella tradizione di altre immagini prodotte dai movimenti sociali nelle fasi più alte dei conflitti, punta il dito dritto su un tema: l’insostenibilità del paradigma di accumulazione dominato dal ruolo della finanza mondiale.

Nella più alta congiuntura di crisi del lungo ciclo neoliberista, negli Usa come in Europa con le sue dovute specificità sul piano politico e su quello economico, la critica relativa al rapporto tra il capitale finanziario e l’esistenza delle persone, sembra potenzialmente fuoriuscire dagli angusti spazi in cui era stata confinata nell’accademia del pensiero unico o in alcuni casi nelle deboli strutture politiche e sociali della sinistra, per intrecciarsi con il corpo vivo dei movimenti di contestazione che si affacciano, forse ancora timidamente, nell’attuale tempesta della crisi. E’ su questo doppio terreno, anche se in forma sintetica come nelle presenti note, che va riproposta la riflessione sul ruolo della finanza e della crisi. Ancora una volta, come sempre, vanno tenuti insieme: interpretazione dei processi economico-finanziari in atto e reali possibilità di azione politica tenuto conto delle dinamiche di soggettivazione che vanno dispiegandosi.

Partiamo subito da un punto non condiviso nell’attuale dibattito sulla crisi europea. La pressione speculativa esercitata dagli operatori finanziari sul debito pubblico di alcuni Paesi europei rappresenta l’attuale esito di una complessa dinamica di trasmissione dell’instabilità economica, partita dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui sub-prime nell’estate del 2007 a Wall Street e, giunta fin qui – seguendo una logica “ricorsiva” – che va dalla finanza, all’economia reale, agli Stati, fino ad includere la nuda vita delle persone. Tale sviluppo della crisi ci obbliga ad una lettura su due diversi piani: uno per così dire specifico, che riguarda aree omogenee di interessi, e che in questa fase equivale pertanto alla crisi del regime di politica economica dell’Europa disegnata a Maastricht; l’altro più generale si fonda, invece, sulla funzione ordinatrice che il capitale finanziario ha imposto all’economia reale a cominciare dalla metà degli anni ‘70.

E’ da questo secondo punto che vale la pena partire brevemente, puntando lo sguardo sui nodi chiave che identificano il lungo ciclo neoliberista, tralasciando di fare ulteriori sotto-periodizzazioni interne, pur necessarie per comprendere il complesso alternarsi nei principali Paesi occidentali dei diversi regimi e sotto-regimi di politica economica (mix tra politica fiscale e monetaria).

E’ a cominciare dalla privatizzazione del sistema previdenziale statunitense e degli altri comparti del welfare, congiuntamente alle pressioni sul fronte salariale e sulla regolazione del mercato del lavoro, che sono andate determinandosi, a cominciare dagli anni ’70, le condizioni materiali per un inedito accesso di massa dei risparmi privati al sistema borsistico. Da qui in poi, gradualmente, il capitale finanziario è andato costituendosi come regolatore dei differenti interessi settoriali capitalistici sempre più integrati sul piano internazionale.

Sono diversi gli economisti che ritengono che la finanza sia diventata “pervasiva” in tutte le fasi del ciclo economico, e ciò non è attribuibile solo alla deregolamentazione dei mercati finanziari come erroneamente si sostiene, quanto piuttosto, è stato il risultato di articolate trasformazioni che interrogano complessivamente le basi materiali della produzione del valore: lo sviluppo dei sistemi di produzione “a rete”, la diffusione di una tecnologia produttiva che richiede, spesso in maniera integrata, competenze materiali e cognitive, la nuova organizzazione del lavoro e la diffusione  di ruoli solo “formalmente” para-subordinati o “autonomi”, la metamorfosi profonda della sovranità dello Stato-nazione. Un graduale sviluppo del potere del capitale finanziario che è andato imponendosi grazie alle riforme promosse dagli stessi Stati, che hanno continuato a favorire una cessione di sovranità agli operatori dei mercati finanziari; che è andata rinforzandosi attraverso il susseguirsi delle crisi (settoriali e regionali) e lo scoppio di precedenti bolle speculative nei mercati della finanza.

Sul lato delle dinamiche della crescita economica si è assistito ad un cambiamento profondo nella logica degli investimenti privati, come riflesso della forte interdipendenza tra capitale finanziario e industriale, dimostrata da numerosi e recenti studi. Le grandi imprese, in questi ultimi decenni, hanno iniziato ad operare le loro scelte di investimento sempre più condizionate dal rapporto dei tassi attesi delle rendite finanziarie e dei profitti industriali conseguibili. Le strategie del gruppo Fiat, solo per fare un esempio ancora al centro del dibattito non solo nazionale, nascono nel quadro di tali considerazioni. In maniera coerente, le politiche fiscali restrittive operate da tutti gli Stati occidentali (vale a dire la contrazione della spesa pubblica e l’imposizione europea del vincolo del pareggio di bilancio), hanno comportato nei fatti un passaggio dal controllo politico della crescita, esercitato dalla domanda aggiuntiva degli Stati, ad una sorta di privatizzazione del deficit spending keynesiano per mezzo della finanza.

Su un altro versante, la deregolamentazione del mercato del lavoro e i forti limiti nell’organizzazione dei lavoratori hanno contribuito a determinare negli ultimi trenta anni un enorme spostamento dei flussi di reddito dai salari verso i profitti e le rendite. Ma c’è di più, lo spostamento in basso verso la contrattazione aziendale del salario e contemporaneamente il maggiore ricorso all’integrazione salariale di base con i risultati aziendali (espressi nei termini della produttività del lavoro se non addirittura nel rendimento del valore azionario dei titoli della società), ha ulteriormente contribuito a subordinare la retribuzione del lavoro agli andamenti del profitto e della rendita.   

Inoltre, la pervasività della finanza ha finito per eccedere lo spazio della produzione “classicamente” inteso. Le analisi sul rapporto tra la sfera produttiva e quella riproduttiva, elaborate da Alisa del Re, nell’ambito del dibattito femminista, sono assolutamente utili per comprendere il nesso finanza-riproduzione sociale. L’autrice lascia intendere che una delle vie di ingresso della finanza nella sfera riproduttiva è legata alla persistente logica di privatizzazione degli istituti tradizionali del welfare (istruzione, sanità ecc…), insieme alla cattura da parte del mercato delle molteplici attività di cura un tempo ad appannaggio delle sole donne che le esercitavano attraverso il dono e lo scambio relazionale, subendo, tuttavia, sulla propria pelle il lavoro al quale erano state relegate.

Sempre più spesso si assiste alla diffusione dell’acquisto dei servizi di cura attraverso il ricorso all’indebitamento. Ancora più spesso, invece, la domanda privata di consumo per l’acquisto di beni durevoli (e non solo) avviene mediante il ricorso al debito. Si tratta di dinamiche diffuse a livello di massa in tutto il mondo occidentale, ma che tuttavia presentano consistenze differenti da Paese a Paese. I dati ci indicano chiaramente che, in termini di volumi e di composizione, il debito privato negli Usa e in tutto il mondo anglosassone è decisamente superiore a quello europeo e italiano in particolare.

Una parte ampia degli economisti critici ha sostenuto che l’origine della crisi dei mutui sub-prime estesasi a livello del mondo occidentale, vada ricercata proprio nell’eccessivo indebitamento di massa della popolazione americana, sempre più caratterizzato dal peso dei cosiddetti working poor, o con un linguaggio più metaforico i ninja (no income, no job, no asset). La diffusione dell’insolvenza tra i singoli debitori ha provocato l’inesigibilità dei crediti e, inoltre, la rapida perdita del valore nominale degli strumenti derivati (noti come toxic asset) connessi ai mutui concessi dalle banche americane. La trasmissione dell’instabilità si è diffusa dapprima all’interno del sistema finanziario mondiale portando al noto default di alcuni colossi finanziari, per poi passare al contagio dell’economia reale, in virtù delle connessioni a cui abbiamo accennato prima.

Il governo Usa e i governi nazionali europei, sono dovuti intervenire allo scopo di rifinanziare il sistema bancario, nel tentativo, mal riuscito, di arrestare la propagazione dell’instabilità. Questo ha comportato un enorme sovraccarico sui debiti pubblici dei vari Stati, dagli Usa all’Europa. Inoltre, sempre sul fronte dei mercati finanziari, anche per l’effetto del crollo di fiducia nella finanza delle masse americane indebitate, gli operatori finanziari sono stati spinti a cercare nuove vie per rialimentare la dinamica speculativa, entrata momentaneamente in sofferenza. I debiti sovrani dei paesi periferici dell’Europa, sono così diventati il nuovo target della speculazione finanziaria. Questa dinamica ha trovato alimento, a sua volta, da cause interne, legate alla specifica organizzazione della Bce, alla regolamentazione stabilita nei trattati dell’Europa dell’euro e agli assetti economici di stampo “mercantilista” tra il centro e la periferia europea.

La bassa crescita europea, a cominciare dai Paesi Piigs, e il contemporaneo aumento dei deficit primari a causa del relativo aumento della spesa sociale come effetto della crisi, ha alimentato la crescita del rapporto debito/Pil. Su questo quadro si è innestata la speculazione degli investitori finanziari, i quali hanno iniziato a vendere titoli di Stato scommettendo sul ribasso del loro prezzo nominale. Ciò ha comportato, come è noto, un aumento del tasso di interesse di riferimento sui titoli e di conseguenza un aumento degli spread tra il rendimento dei titoli pubblici dei Paesi target della speculazione e i bund tedeschi. Inoltre, quello che spesso si omette di dire, è che le posizioni speculative sono andare moltiplicandosi grazie alla relazione tra i titoli di Stato e i credit default swaps (Cds).

Questi ultimi sono strumenti finanziari derivati contratti su mercati secondari non regolamentati, che assicurano formalmente gli operatori finanziari dall’eventualità di fallimento dei titoli di Stato. Quello che si verifica, nella sostanza, è che al crescere degli spread tende ad aumentare contestualmente anche il valore nominale dei Cds, contribuendo pertanto ad ampliare le plusvalenze finanziarie incassate dagli speculatori. La “camicia di forza” dei trattati europei sta facendo il resto. La Bce, a differenza delle altre principali banche centrali, svolge esclusivamente il ruolo di guardiano dei prezzi, e non ha la possibilità di fungere da prestatore di ultima istanza nei confronti degli Stati. Ciò finisce per alimentare ulteriormente la possibilità di riuscita per la speculazione.

Inoltre, la completa assenza di un bilancio fiscale europeo e l’impossibilità di coordinamento tra politica monetaria e fiscale, spinge la politica economica europea della Bce nel vicolo cieco dell’austerità, che trae origine a sua volta dall’insopportabile “mito divino” del pareggio di bilancio. Tale torsione, come è già ampiamente evidente a cominciare dalla situazione della Grecia, avrà delle ripercussioni disastrose sulle nostre vite. Del resto, è oramai evidente che in Italia, la manovra finanziaria della tecno-crazia autoritaria di Mario Monti stabilisce la nuova frontiera costituente di un neoliberismo in crisi che prova a riaffermare violentemente sé stesso.

E’ dentro questo complesso quadro che si fonda la riflessione in atto nei movimenti sull’illegittimità del debito da cui siamo partiti. Se il don’t pay degli studenti americani ci descrive le linee di resistenza e il possibile attacco al meccanismo di dominio di una crescita basata sull’insidia diffusa del debito privato, così nella nostra Europa, la lotta contro l’austerity costituisce l’unica via per non soccombere alla pressione politica esercitata dalla finanza attraverso la tensione sul debito sovrano. Solo i movimenti sociali, attraverso le lotte che sapranno praticare, potranno ricostruire le linee di tangenza politiche tra le diverse forme di subordinazione alla dimensione privata e pubblica del debito.

Il don’t pay del movimento americano, capace di evocare la pratica di rifiuto del pagamento dei debiti come quello dei mutui per l’iscrizione all’università, equivale, qui da noi, ad una lotta costituente sui trattati europei, per una modifica del funzionamento della Bce e per richiedere un bilancio fiscale europeo come precondizione minima per una politica di welfare comune capace di allentare la tensione del nesso precarietà-finanza sulle nostre vite. Dunque, dall’illegittimità del debito alla connessione internazionale dei movimenti sociali.          
    
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