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PROSTITUZIONE, SCORCIATOIA PER VIVER BENE? LE RAGAZZE DEL SI', LE RAGAZZE DEL NO

di Vanessa Allegri, Fabiana Althea Mazzariello, Paola Muscolino e Michela Puricelli (Domani Arcoiris TV)

“Prostituta”. Sentendo questa parola le persone reagiscono in modi molto diversi: c’è chi è indifferente, c’è chi ignora il problema, c’è chi dice «finché non me le trovo sotto casa non mi interessa», poi c’è chi lo vede solo come un fenomeno di degrado urbano, e anche chi dice «il corpo è loro e decidono loro» oppure c’è chi dice no: chi ammette l’esistenza del problema riconoscendone la gravità e non resta a guardare, ma cerca di dare conforto e aiuto alle ragazze.

A Parma, un esempio concreto di sostegno laico e di solidarietà è fornito dall’Associazione Antiviolenza, un’associazione delle donne, per le donne, che comprende all’interno del suo organico un’unità di strada. Questo servizio è definito dai membri dell’associazione stessa come un ponte tra la strada e le istituzioni (servizi legali, sanitari): non potendo far uscire direttamente le ragazze dalla tratta gli operatori vanno sulla strada a parlare con loro.

Regalare preservativi è il loro modo per stabilire un primo contatto con le ragazze e cercare di instaurare un rapporto di fiducia. Non è facile offrire un aiuto concreto, però con il tempo i volontari cercano di diventare un punto di riferimento importante a livello umano.

La loro attività viene svolta all’interno di un’iniziativa regionale, “Progetto Emilia”, che comprende non solo l’associazione in questione ma anche tutta una serie di altre organizzazioni di volontariato tra cui, per esempio, l’Istituto del Buon Pastore.

Anche in questo caso si tratta di una donna al servizio delle donne: una suora che ha fatto di questa problematica la sua missione. Suor Eva, della congregazione Ancelle dell’Immacolata. Non capita spesso di incontrare una religiosa che abbia così a cuore la prostituzione tanto da farne l’oggetto della sua Tesi di Laurea, per potersene occupare di fatto in seguito. Il suo impegno consiste nell’accogliere le ragazze nel suo Collegio, anche per lunghi periodi, offrendo un aiuto concreto (seguendo un iter preciso in collaborazione con i servizi sociali e le istituzioni). Uno dei pilastri su cui si basa l’associazione Buon Pastore è la salvaguardia dei diritti umani: generalmente le prostitute, infatti, non vengono considerate come persone e la loro dignità non viene rispettata: sono considerate un gruppo da rifiutare ed emarginare.

«Chi rimane vittima dello sfruttamento viene degradato nella sua umanità sia a livello umano che psichico. Tutta la persona viene annientata», osserva Suor Eva.

Ridare dignità e legalità, reinserire socialmente le ragazze: questi gli obiettivi.

E per restare in ambito religioso ci si può domandare: cosa ne pensa un prete? Religioso, e anche uomo. «L’atto sessuale è la cosa più monotona del mondo, è sempre uguale. Il cliente medio è un uomo che magari cerca qualcosa di alternativo alla monotonia della coppia. La cosa che cambia è il contesto, la fantasia e l’immaginazione. È più facile dare 30 euro ad una prostituta piuttosto che fare un lavoro su se stessi, perché fare un lavoro su se stessi vuol dire mettersi in discussione». Anziché spostare e circoscrivere la questione, Don Gianni – attualmente prete presso la Parrocchia di San Giovanni Battista in Trenno (Milano) – dichiara la necessità di riportare la sessualità al livello della persona. «Se la sessualità è vista come una cosa allora si può sia venderla che comprarla. Bisogna riportare la sessualità sulla persona in modo che se ne capisca il valore».

La questione non riguarda solo chi si prostituisce ma anche la figura dell’uomo, il cliente. L’Associazione Antiviolenza parla solo con le prostitute, è un’associazione per le donne. Don Gianni e Suor Eva, al contrario, fanno notare che se c’è una donna che si prostituisce vuol dire che c’è un maschio che la frequenta, anche se la legge punisce soprattutto chi si prostituisce.

«Io penso che bisognerebbe lavorare molto sulla figura del cliente», continua Suor Eva «e si dovrebbero, ad esempio, rivolgere più servizi verso il sesso maschile. Perché non creare delle strutture atte a sostenere l’uomo e le sue problematiche? Non basta dare solo la multa – perché per alcuni clienti è ancora più eccitante – ma bisognerebbe anche, provare a parlare con quella persona e capire perché va lì sulla strada. Tante volte le ragazze mi hanno detto che molti uomini vanno solo per parlare con loro, non vogliono niente, le prendono in macchina, fanno un giro e raccontano i loro problemi con la moglie. Mi è capitato di vedere, durante i miei anni trascorsi affiancando l’unità di strada, tante macchine con i passeggini dentro o con l’adesivo del bebè a bordo».

Uomini trascurati o inappagati dalle mogli, che comprano il tempo e il corpo di altre donne.

È comunque sbagliato generalizzare. Non tutti gli uomini cercano il mero appagamento fisico come è usuale credere. Non tutti gli uomini vanno per gli stessi motivi.

C’è chi lo fa perché ha problemi di approccio e relazione con l’altro sesso; come T., 50 anni, operaio, non sposato. «Sono andato dieci anni fa la prima volta, per sfogarmi. Non avevo nessun approccio con le donne e alla fine, siccome era passato molto tempo dall’ultima volta che avevo avuto una ragazza, ho preso questa decisione». Alla domanda sul come mai non abbia tentato altre vie per avvicinarsi ad una donna risponde: «No no, non so dove sbattere la testa per socializzare con altre ragazze. Non so approcciarmi all’altro sesso». Cosa prova un cliente di questo tipo quando va da una prostituta? «I lati positivi non so come spiegarli. Mi libero di tutti i mali» – taglia corto T. nelle sue risposte. Anche in questo caso emerge il lato umano, in quanto T. ammette di essere fedele a una sola prostituta, alla quale si è anche un po’ affezionato e di cui è anche geloso: «Però, non ci faccio caso, dato che quella signorina vuole lavorare per conto suo».

La prostituzione è un fenomeno molto complesso e probabilmente non completamente compreso nella sua gravità umana.

Questo è anche colpa del tipo di comunicazione veicolata dai mass media. Spesso, infatti, per rendere un articolo o un servizio più accattivante e di impatto vengono utilizzati termini crudi, volgari, talvolta inappropriati. Questo comporta la creazione di un’opinione pubblica deviata, pronta a giudicare senza pensare che ogni persona nasconde una storia fatta di sofferenza.

Sotto quella facciata di donne sicure, di donne che usano il loro corpo come un potente strumento, si nascondono spesso violenze, soprusi, ricatti, tratte di corpi e violazione dei diritti.

C’è bisogno di maggiore trasparenza e non solo da parte di chi ha il ruolo e il privilegio di poter informare, ma anche da parte delle istituzioni, che dovrebbero essere in prima linea nella difesa e tutela della persona e dei suoi diritti.
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