Nella trappola del sesso dove Mimi è entrata per filmare

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di Federica Seneghini, La 27esima ora
25 settembre 2012

Inquietante, crudo, sconvolgente. «The price of sex» di Mimi Chakarova, fotogiornalista di origine bulgara, residente negli Stati Uniti dal 1990, è un documentario che non lascia in pace le coscienze. Al Milano Film Festival, in una sala Oberdan gremita di donne e uomini di tutte le età, non erano poche le persone che a fine proiezione non sono riuscite a trattenere le lacrime.

Il soggetto: giovani donne cadute, loro malgrado, nella rete fitta, fittissima, del commercio sessuale: un mix fatto di «stupri, schiavitù e tortura psicologica», sintetizza la regista.

Nata in un paese dell’Est Europa, in 72 minuti Mimi racconta quella che (forse) sarebbe stata la sua storia, se insieme alla sua famiglia dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica non fosse riuscita ad emigrare, a mettersi in salvo.

E allora Mimi non si tira indietro quando si tratta di capire, tentando di comprendere com’è che funziona. Incontra le ragazze, i clienti, i protettori. Tiene la telecamera accesa anche quando, su un taxi, si addentra per i vicoli più bui di Aksaray, il quartiere a luci rosse di Istanbul.

Continua a filmare, di nascosto, anche quando, vestita lei stessa da prostituta, con coraggio decide di entrare in un nightclub, e si fa avvicinare da uomini che le chiedono

    «how much», «quanto vuoi».

Due parole in una lingua che sembra inglese, ma è invece il linguaggio universale dello sfruttamento.

E sono queste le prime due parole che ha imparato Vika, una delle «protagoniste» del film di Mimi  (che si è aggiudicato il «Nestor Almendros Award» allo Human Rights Watch Film Festival di New York per il coraggio dimostrato nelle riprese), il giorno del suo arrivo a Dubai. «Ero convinta che avrei lavorato come cameriera», dice la ragazza. All’arrivo invece, la sorpresa, e la richiesta di una prestazione sessuale da parte del suo datore di lavoro. «A che serve, se devo lavorare come cameriera?», chiede. La risposta:

«Sei qui per servire, è vero, ma come prostituta».

Per tutte, l’orrore inizia così. E si sviluppa tra quattro mura che ben presto assumono i contorni di una galera da cui fuggire sembra impossibile. Qualcuna ci prova. A volte in modo estremo, gettandosi dalle finestre dei palazzi. Anche Vika ci ha provato, con un volo dal terzo piano che non le ha regalato la libertà, ma una paralisi che non le ha impedito di tornare a prostituirsi.

Per sette anni Mimi si mette sulle tracce di queste storie di dolore, che cominciano dalle poverissime campagne dell’Est Europa e finiscono nelle strade di Atene, nelle bettole turche, nei lussuosi hotel di Dubai. Il risultato è un film intenso, anche a livello visivo, ed è strano lasciarsi raccontare l’orrore con immagini di una bellezza faticosa (e non sorprende che il lavoro fosse partito in realtà come un progetto fotografico, per poi trasformarsi in un documentario). «Niente è lasciato al caso», spiega Mimi. Nemmeno i primi piani di panni stesi al sole ad asciugare con delle mollette («anche la vita di queste ragazze è appesa a un filo») o le immagini di uccellini che cantano («prima di spiccare il volo»).

    Perché «la bellezza è il mio unico modo per tenervi incollati allo schermo per 72 minuti, per convincervi a immergervi con me in queste storie così crudeli».

Se tutto è curato nei minimi dettagli, non è questo il motivo per cui per realizzare il film ci sono voluti sette (lunghi) anni. E allora perché? «È stato il tempo necessario per convincere le protagoniste del film a parlarmi in video, a farsi filmare», spiega la regista. «Non mi ero resa conto che la telecamera era anche il mezzo di cui queste ragazze, durante il loro periodo di prigionia, avevano avuto più paura. Spesso venivano fotografate e filmate. Poi i loro aguzzini le minacciavano di spedire il materiale a casa, se avessero tentato di scappare, per esempio. “Sappiamo dove abitate”, ripetevano loro, costringendole a continuare a lavorare come prostitute. Anche se non mi piace usare la parola «lavorare», spiega la regista, «Sarebbe meglio dire, dove si prostituivano».

Se i luoghi di destinazione sono diversi, le ragazze del film invece vengono tutte dall’Est Europa. «Volevo capire perché la richiesta di ragazze dell’Est è così alta», spiega Mimi. Lo chiede ai clienti la regista, in una scena del film, e loro raccontano in modo sconnesso, in un inglese esitante «che le donne dell’Est sono bellissime», tanto da non poterlo nemmeno spiegare.

    E allora come si risolve il problema della tratta? Cosa possiamo fare noi?

«Io potrei anche passare il resto dei miei giorni a fare il giro di ogni singolo paese della Bulgaria, per parlare con le bambine, con le ragazze, convincendole a non partire, a non fidarsi, ma non risolverei il problema. Già oggi, per esempio, la maggior parte di ragazze costrette a prostituirsi arriva dalla Cina. E se non ci fossero più cinesi, allora ci sarebbero le africane». E così via.

A volte invece, basterebbe iniziare a parlare con qualche ragazzo per rendersi conto che il problema è diverso. «Un paio di giorni fa ho presentato il mio film a Londra», racconta Mimi. «A fine proiezione un gruppo di ragazzi si è avvicinato per fare quattro chiacchiere. Erano bulgari. Mi hanno detto: “Ieri abbiamo passato la serata in un nightclub. Avevamo deciso di mettere insieme i nostri soldi perché fare ballare una ragazza – la più bella di tutte – al nostro tavolo, solo per noi. Così abbiamo fatto. Ma quando la ragazza è arrivata e si è presentata siamo rimasti a bocca aperta: era bulgara. Il divertimento per noi era già finito. Nessuno di noi voleva pagare una ragazza del nostro stesso paese per farla spogliare, per farla ballare”. Perché? “Sarebbe stato come vedere ballare nostra sorella, nostra madre, nostra nipote“. E se la ragazza fosse stata turca, araba o inglese? “Allora sì, non ci sarebbe stato nessun problema”».

    Si potrebbe partire da qui?
Ultima modifica il Martedì, 25 Settembre 2012 08:33
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