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LA VENERE NERA DI KECHICHE

IL SOLE24ORE
9 9 2010

 
Cristina Battocletti
La Venere nera di Abdellatif Kechiche, in concorso ieri alla Mostra del cinema di Venezia, pingue e sproporzionata fanciulla di colore, trofeo della razza ottentotta esibito nei teatri e nelle corti ottocentesche europee, è esistita davvero e oggi sarebbe uno dei tanti rom che vengono espulsi dalla Francia. A dirlo in maniera compassata è lo stesso regista tunisino ma francese di adozione, tornato a Venezia dopo il premio speciale della giuria e della critica internazionale conquistato nel 2007 con Cous cous. Allora aveva dato in escandescenze per quel Leone d'oro andato ad Ang Lee, oggi sembra più tranquillo, più in carne, sprofondato in un divano nel buio di una mattinata piovosa. La Venere Nera racconta la storia di Saartjie Baartman, giovane sudafricana che venne esibita in Europa come un animale in virtù dei suoi connotati fisici prominenti e per i genitali molto gonfi, caratteristica degli ottentotti. Saartjie finirà nel museo di storia naturale a Parigi, mutilata, e il suo corpo fornirà all'anatomista Georges Curvier, la base di una teoria sulla disuguaglianza delle razze. «I temi del film, razzismo e sessismo, – denuncia Kechiche, pur mantenendo il suo abituale contegno ieratico – hanno una valenza politica contemporanea. Le teorie di Cuvier sono state elaborate in tempi recenti, e sono state il supporto del fascismo. È quello che accade oggi quando al nostro sguardo l'altro appare diverso. Io sono molto preoccupato per la Francia, in cui Sarkozy espelle i Rom». ?Il film, della durata di tre ore, segue tutta la vita di Saartjie (Yahima Torrès) dal momento in cui approda in Inghilterra e viene coinvolta in un processo in cui il compagno di palcoscenico, che la esibisce come una bestia feroce, viene accusato di riduzione in schiavitù. Dopo l'assoluzione, Saartjie andrà in Francia dove nessuno alzerà un dito contro i maltrattamenti subiti dalla venere ottentotta. Forse un'accusa di razzismo, come già era avvenuto in Cous cous, al paese in cui vive, rispetto all'Inghilterra che pur ha avuto un passato coloniale. «Non volevo fare un parallelo tra Inghilterra e Francia. Ho semplicemente voluto riportare fedelmente la biografia della venere» ha spiegato il regista. I resti di Saartjie sono rientrati in Sudafrica nel 2002.


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