LE LOGICHE RAZZISTE DELLO SPECISMO

di Ivan Cavicchi
28 febbraio 2012

Studiando i canti contadini abbiamo compreso che la donna, un tempo, era considerata una specie quasi-umana costruita con un sistema di ideologie discriminanti che definisco, specismo. Lo specismo è una forma di razzismo ontologico che fonda disuguaglianze, che non accetta il “cosa è” della donna ma che decide coercitivamente il “cosa deve essere” esaltando la superiorità del maschile.

Lo specismo, soprattutto nei canti sull’origine del mondo, non emancipa la donna dal genere neutro a cui essa insieme all’uomo appartiene, che è quello materiale, al contrario lo ribadisce ma attraverso operazioni di speciazione che la specificano come una particolare specie di materia animale vivente. Su questo punto lo studio della cultura orale e lo studio degli ornamenti femminili, in particolare gli orecchini, sono convergenti. La donna, soprattutto nel matrimonio, è specificata dai suoi ornamenti come specie animale comprata dall’uomo, quindi di sua proprietà, usando le stesse logiche di assoggettamento degli animali domestici.

Lo specismo quindi è una ideologia razzista impiegata per la de-generazione del genere cioè per ridurre il genere a specie. Specismo e de-generazione, cioè privazione del genere, sono la stessa cosa. La differenza genere/specie non è la causa di un ordine sociale ma è la conseguenza di una coercizione razzista che quell’ordine sociale istituisce e giustifica. Quali sono le logiche di queste coercizioni? Esse sono un po’ sparse nel campo di testi, sono frammentate, occultate da significati apparenti e per tirarle fuori è necessario ricorrere a non semplici operazioni ermeneutiche.

Cercheremo tuttavia di mettere insieme questi frammenti, per ricostruire,  passaggio dopo passaggio, il ragionamento specista. Premetto che tutto quanto si dirà è ricavato dai testi ai quali rimandiamo(*) cioè è il risultato di una interpretazione.

• All’origine, prima dello specismo, c’è il  principio di eguaglianza: l’uomo e la donna appartengono al genere neutro dell’inanimato cioè sono entrambi materia. Essendo materialmente uguali sono sostituibili l’un l’altro senza che ciò muti il valore del contesto. Questo è il presupposto di fondo di qualsiasi tipo di eguaglianza. All’origine la parola chiave è quindi sostituibilità. Il primo atto dello specismo è negare con delle coercizioni ontologiche la sostituibilità ontologica tra l’uomo e la donna perché così facendo esso cambia il contesto.
Se l’uomo e la donna non sono sostituibili vuol dire che sono diversi ma se sono diversi vuol dire aver superato il contesto dell’origine. Cioè si separa l’origine del mondo dalla storia del mondo e la storia della donna e dell’uomo inizia istituendo contesti differenziati e differenzianti. Si istituisce un prima e un dopo che giustifica storicamente la prima grande discontinuità: prima l’uomo e la donna avevano un genere comune dopo non più. Il primo passo decisivo dello specismo è usare il contesto, per spiegare il genere maschile in un modo e la specie femminile in un altro modo. Nel nuovo contesto il genere evolve in una categoria sociale, la specie in una categoria del vivente materiale.

• Il secondo atto dello specismo è ricavare dalle differenze di contesto delle divisioni, cioè disgiungere l’uomo dalla donna. Non si possono organizzare differenze tra loro, senza organizzare delle divisioni tra loro. La differenza è semplicemente una alterità, l’uomo è diverso dalla donna, la divisione invece è l’istituzione di una opposizione. Da una situazione originaria in cui valeva la logica “l’uomo e la donna” si passa alla logica disgiuntiva in cui vale “l’uomo o la donna” oppure “l’uomo non la donna”.
Il senso della disgiunzione è nella negazione “non” in ragione della quale la donna è tutto quanto non è uomo. L’uomo che non porta il cappello è un non uomo, la donna non porta il cappello quindi essa è un non uomo. L’operazione logica della disgiunzione è trasformare il maschile nel suo contraddittorio. La donna è un non uomo. I canti, ma anche i significati degli ornamenti femminili, sono pieni di negazioni per opposizioni: seme e materia, uomo e animale, potere fecondante, generativo e riproduttivo, materia e forma ecc.

• Il terzo atto dello specismo è la denotazione cioè non basta più definire la donna come contraddittorio maschile, bisogna imporle dei nomi e quindi dei significati, che decidano sostanzialmente e specificatamente cosa deve essere. La denotazione serve a connotare la donna come specie con degli attributi. Essa si avvale di denominatori, cioè di termini che semplicemente denotano la specie. I testi orali per la donna sono pieni di attributi di specie.

• Tutte le diverse forme di denotazione sono atti linguistici di specificazione ontologiche, cioè decidono cosa deve essere la specie donna. Gli attributi che la connoteranno la specificheranno come specie. Le specificazioni hanno la fondamentale funzione di opporsi a tutto ciò che è identità, uguaglianza, omogeneità.

• Gli atti di specificazione, di cui sono pieni i canti, allo stesso tempo sono atti di significazione cioè decidono i significati di specie. Specificazione, significazione, speciazione, sono praticamente la stessa cosa. Sono logiche che usano il linguaggio per determinare la specie imponendo delle ontologie discriminanti.

• Dopo la disgiunzione genere/specie il quarto atto dello specismo è collocare tale disgiunzione dentro un rapporto di subordinazione: la specie è sussunta dal genere, quindi  l’ipotesi minore è sussunta dall’ipotesi maggiore esattamente come la  parte rispetto al tutto. La specie femminile per sussunzione finisce così per essere contenuta nel concetto di genere maschile mai il contrario. Per sussunzione la diversità della donna non solo viene subordinata alla diversità maschile, ma diventa una sua proprietà, cioè le appartiene, diventando un suo predicato costitutivo.

• Alla sussunzione subentra la sopravvenienza, e questo è il quinto atto dello specismo, cioè viene istituita una dipendenza ontologica, il genere maschile sopravviene imponendosi alla specie femminile. Il verbo “sopravvenire” indica un aggiungersi di qualcosa a qualcosa, cioè una imposizione. Il genere per essere sopravveniente deve imporre alla specie di essere subveniente. I riferimenti a questo proposito nei canti e negli ornamenti, sono davvero abbondanti in particolar modo per tutto ciò che riguarda l’esercizio della sessualità e la condizione matrimoniale.

• Una volta affermata la disgiunzione tra genere e specie e stabiliti criteri di sussunzione e di sopravvenienza, finalmente si hanno delle differenze conclamate tra genere e specie, per cui non resta che definirle con dei sillogismi condizionali vale a dire con una struttura logica  dalla quale a partire da certe premesse di specie derivano certe conseguenze di specie. Per esempio se la donna è specie (ontologia) allora la conseguenza saranno certi comportamenti di specie (deontologia).

Oltre a definire i condizionali ai quali la donna dovrà attenersi, la logica sillogistica assolve anche al compito di sancire un sistema di antinomie e di distinzioni del tipo:
tutte le donne sono x, y, z
tutto ciò che non è donna quindi non è x, y, z è uomo
tutto ciò che è uomo non può essere ne donna ne x, y, z
l’uomo è altro dalla donna e da x, y, z

Con la struttura del sillogismo condizionale “se… allora”si organizzano delle alterità. Vi sono particolari canti elencativi, particolari filastrocche, componimenti a due voci, che altro non sono se non sfilze di sillogismi condizionali.

• Infine il sesto atto dello specismo è definire costantemente l’essenza materiale della donna, ribadirla in tutti i modi, riaffermarla in ogni circostanza, perché tale essenza è la giustificazione che tutto giustifica. Per farlo lo specismo ricorre alla iperlogica cioè a stratagemmi retorici di enfatizzazione, di ingigantimento, di esagerazione, di ipertrofizzazione della donna, del suo corpo, del suo sesso, del suo seno.
Nei canti vi sono ad esempio riferimenti alla “vagina grande come un granaio”, oppure a particolari figure di donne di “facili costumi” (Maria Nicola), che non esprimono in alcun modo un giudizio morale, ma sono modi iperlogici di definire l’essenza materiale o riproduttiva della donna. La vagina grande come un granaio, sottolinea l’essenza materiale della donna, la donna che va con gli uomini, non è altro che una esagerazione retorica della sua funzione riproduttiva, ma tutto rigorosamente all’interno di un processo sociale di speciazione. Aristotele a proposito di “genere” e di “specie”, direbbe che la vagina grande come un granaio è la categoria sostanziale che indica la donna, essa è predicabile come specie perché attraverso di essa si afferma la sua essenza materiale. L’iperlogica esagera per definire essenzialmente cosa è una donna.

Cosa ci insegna la comprensione dello specismo? Tante cose che per converso ad esempio ci fanno capire quanto importante sia il linguaggio per decostruire delle coercizioni ontologiche e quanto sia importante definire delle contro logiche che prima di ogni altra cosa rigenerino il genere perduto ecc. Ma a parte ciò, mi chiedo lo specismo è un fenomeno antropologico del passato?

Se vedo la pubblicità e l’uso che questa fa del corpo femminile vedo tanta iperlogica, se penso al mercato del lavoro vedo tanta sopravvenienza del maschile sul femminile, se penso alle forme  relazionali tra uomini e donne, ai modelli di educazione in atto nella nostra società, agiti nella scuola, nella famiglia vedo all’opera vecchi e decrepiti sillogismi condizionali, vecchie logiche sussuntive, se penso poi al linguaggio impiegato per specificare la donna, specie tra i giovani, vedo la donna denotata come nulla più che un oggetto.

Se poi penso che i malati sono scientificamente curati con logiche speciste, che gli anziani, i bambini sono considerati delle sottospecie sociali, che ancora oggi non solo tra i contadini, ma in ampi strati sociali, sussistono mentalità speciste, ebbene il dubbio che mi viene è che questa società sia intrisa da per tutto di specismo come se fosse inquinata da uno spirito fondamentalmente razzista. Ciò pone il problema politico enorme almeno del disinquinamento cioè di una bonifica culturale.

(*)”In mezzo al petto tuo, antropologia dei mondi possibili”, Dedalo, Bari 2009; “la bocca e l’utero, antropologia degli intermondi”, Dedalo, Bari 2010
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