LA VIOLENZA DELL’ESCLUSIONE

di  Maria Grazia Campari

La questione è ormai all’ordine del giorno, indagata da organi d’informazione e specialisti di ricerche sociologiche. Ad esempio, il New York Times dell’11 ottobre 2010 attribuisce al machismo dei Paesi del Sud Europa lo scarso sviluppo e la fragilità delle loro basi economiche, esaminando accuratamente la qualità e la misura dell’esclusione femminile. Ma l’esclusione femminile riguarda la sfera pubblica nel suo complesso e determina un circolo vizioso che alimenta non solo disastri economici ma anche deterioramento di relazioni interpersonali, scomparsa dei rapporti di fiducia, abbassamento del livello di democrazia.
Questi aspetti negativi costituiscono un dato storico per il nostro Paese, un dato che abbiamo iniziato a indagare volgendo sguardi femministi sul lavoro che cambia. Abbiamo interrogato la nostra esperienza cercando di mettere a fuoco errori e spunti positivi per immaginare possibili vie di uscita rispetto all’ideologia che sembra invadere il tempo presente e che prende di mira la solidarietà, nega il principio di una comune responsabilità per il benessere sociale, crea un mondo di consumatori che conducono una vita giocata sulla ricerca individuale del massimo di soddisfazione e successo personale, perseguito attraverso una concorrenza spietata fra individui.

La “modernizzazione” favorisce la flessibilità che si è tradotta in forte crescita della precarietà ovunque in Europa ma particolarmente in Italia, anche per la mancanza di un sistema di protezione adeguato e generalizzato contro la disoccupazione. La situazione femminile risente di una penalizzazione superiore sia in termini di accesso e permanenza al lavoro, sia in termini retributivi. Questa è la conseguenza del fatto che le vite stesse sono messe al lavoro: la vita entra nel lavoro che impone le sue logiche costrittive dalle quali si può tentare di liberarsi solo attraverso un esercizio costante di pensiero critico incentrato sul circolo poco virtuoso welfare-famiglia che per le donne implica un minus di libertà e autodeterminazione. La fedeltà femminile a canoni prefissati deve essere rovesciata attraverso un opportuno esercizio d’infedeltà. Infatti, l’adesione femminile a quel ruolo funge da stampella del sistema capitalistico patriarcale di cui è necessario liberarsi per uscire dalla narrazione maschile della realtà, fino ad oggi dominante.

Il “se” e il “come” di questa impresa ha costituito materia di riflessione e di confronto per le femministe che hanno scritto il libro “L’Emancipazione malata” (Ed. Libera Università delle Donne). Il tema inizialmente affrontato era quello della femminilizzazione della sfera pubblica, resistente alla necessaria modificazione radicale, ma presto lo sguardo si è focalizzato sul lavoro, possibile motore, ovvero ostacolo al cambiamento.
Si è dovuto constatare che in Italia l’esperienza femminile della sfera pubblica e del mondo del lavoro è gravemente segnata dall’ingiustizia, implicita nel prevalere dell’”economia canaglia” sostenuta dal patriarcato. La priorità maschile nell’appropriazione delle risorse ha creato un’alleanza di fatto con le scelte imprenditoriali di precarizzazione della mano d’opera femminile, in seguito estesa a tutta la forza lavoro.

Le iniziative per il cambiamento messe in campo da alcune donne pensose dei livelli di democrazia partecipata, sono state da un lato contrastate dagli apparati maschili della rappresentanza, dall’altro troppo debolmente perseguite dalle interessate, poco sostenute dal movimento femminista nel suo complesso.
Per la verità, vi è stato qualche tentativo di rafforzare la rappresentanza attraverso l’auto rappresentazione delle lavoratrici, si è percorsa anche la via della proposta di legge (detta dell’”agente contrattuale femminile”), ma, di fronte agli ostacoli frapposti, non vi è stata assunzione decisa di conflittualità volta a ottenere il riconoscimento dei principi essenziali di autonomia, neppure nei confronti delle organizzazioni sindacali di appartenenza.

Il progetto prevedeva un complesso di regole che, in prima battuta, apparivano lesive degli interessi consolidati di apparati e vertici delle organizzazioni esistenti perché ne fratturavano situazioni oligopoliste in favore di una partecipazione di base segnata dal genere. Si intendeva rendere punto di forza ciò che da sempre risultava marginale, ponendo al centro le condizioni di vita e le aspirazioni di donne e uomini in carne e ossa, per radicare i conflitti e la contrattazione nelle loro diverse esperienze. Una proposta intesa a valorizzare progetti articolati, dotando soggetti differenti di pari responsabilità sociale e politica. Per l’elezione delle rappresentanze sindacali aziendali si ipotizzava la creazione di una lista autonoma di candidate, presentate da una percentuale significativa di addette/i all’unità produttiva, oppure, in caso di lista unica, una composizione bisessuata per cui le candidate e i candidati fossero proiezione percentuale della presenza di donne e uomini nella base elettorale. Un tentativo di limitare il monopolio maschile. L’ipotesi non ha avuto corso non solo a causa delle resistenze opposte dal monolitico mondo maschile, ma anche perché è mancato da parte femminile un conflitto aperto ed efficace, volto a conseguire il diritto a rappresentare direttamente, al di fuori della (imposta) mediazione altrui i propri bisogni e desideri.

Con il risultato che, a proposito della violenza ormai dilagante, si constata ”Questo è un paese di maschi arroganti insofferenti ad ogni regola” (Romano direttore del CENSIS su La Stampa del 13.10.2010). Il sesso che si è appropriato in esclusiva della cosa pubblica si comporta come fosse “legibus solutus”. Prognosi infausta per la democrazia.
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