DONNE E RELIGIONI

di Francesca Brezzi

Il tema ‘donne e religioni’, pur formulato in termini così generali e generici, rivela immediatamente una complessità, di più una  problematicità, ma insieme una grande rilevanza sia teoretica che pratica, tuttavia il pericolo primo da evitare è la banalizzazione, dal momento che nella contemporaneità è diventato – questo – anche un tema “di moda”, popolare.

Al contrario io ritengo che davanti a noi si presenti tutto il travaglio di una speculazione che tenta di sciogliere (non risolvere) vari quesiti che aleggiano sullo sfondo e che si arricchiscono via via (o si complicano), interrogativi che riassumo in uno solo, il dubbio forse più provocatorio: possiamo considerare il Cristianesimo e le religioni in genere quali cause dell’oppressione della donna?
A questo interrogativo si può rispondere in vari modi, ma è una questione che per il momento lascio in sospeso, essendo necessaria una lunga circumnavigazione della teologia femminile, femminista, delle donne.

Sia sufficiente ricordare, perché ormai sono argomenti noti, che se prendiamo come punto di partenza gli anni sessanta, nei quali inizia - con molta generalizzazione -  l'esplosione degli women's studies, oggi, un cinquantennio dopo, possiamo senza fatica cogliere quanto il  cammino percorso sia stato qualitativamente e quantitativamente di crescita: il grande sviluppo di ricerche in tale ambito e in contesti disciplinari molto diversificati, ha mostrato l'emergere di un continente da troppo tempo sommerso, quello che una studiosa americana Susan Moller Okin  chiama "il prisma dell'appartenenza sessuale", quasi un arcipelago che va indagato con grande prudenza, perché rappresenta un paesaggio accidentato, non facile, non semplice.

Quindi si deve sottolineare come tutto la riflessione femminista non sia senza legami con l’elaborazione  teologica delle donne: se non è facile indicare la genesi di quella – l’itinerario teologico o quello filosofico o il movimento politico delle donne – forse si è realizzato un insieme di concause, senz’altro sussiste  un parallelismo, non possiamo, infatti, considerare l’apporto teorico-religioso sulla donna senza valutare anche la ricerca sulla presenza, l’importanza, la visibilità - più o meno - della donna nella cultura e nella società.

E solo  un  pensiero “adulto delle donne, esprime  la maturità di una società, ed insieme è espressione dell’esigenza di pluralità del nostro tempo.
Donne e religione (o religioni) dunque è un binomio arduo, ma di grande rilevanza che consente di schiudere lo spazio di una questione non settoriale o periferica, questione che impegna nel pensiero contemporaneo un’interrogazione radicale sul significare umano.   

Così dicendo vorrei caratterizzare il possibile percorso della riflessione sotto il segno dell’inquietudine e della sfida. Inquietudine, causata dalla constatazione dolorosa dell’assenza della donna nel percorso filosofico, ma anche storico teologico, culturale in genere, del passato; giustamente Rosemarie Reuther si chiede: “in che senso la storia della salvezza è stata un his-story e non un her-story?”

Da qui deriva la  sfida, perché l’elaborazione teologica femminile di fronte alla tradizione religiosa (come di fronte ai testi sacri), ha rappresentato una sorta di rottura, di irruzione, e ci si deve domandare quale il significato della sfida e quindi  il senso di tale inserimento del femminile nel “religioso”: è un’intrusione, una effrazione, o piuttosto - come credo - una presenza critica e quindi una ri-creazione?  

Per rispondere varie possibilità: o un percorso diacronico, un viaggio storico segnato da tappe significative con il richiamo a grandi pensatrici, già compiuto da molte studiose, oppure si può tentare, con progressivo scavo, di cogliere alcuni nodi significativi, presenti nelle più recenti ricerche, - documentando l'autoriflessione, cioè quanto le donne stesse hanno elaborato - che invitano a pensare ulteriormente. Si manifesterà l’itinerario teologico femminista nell’epoca della crisi, del decostruzionismo, ma anche della globalizzazione, cioè dell’ascolto e del dialogo con le  culture e religioni altre, perché è essenziale evidenziare  come dal tipo di risposta a quelle domande seguano modalità diverse di prassi (non solo nei confronti de e religioni presenti  nell’Occidente, ma altresì in rapporto  con la spiritualità orientale).

Ricordando il carattere prismatico di tale  pensiero enuncio solo i principali nodi che si offrono alla riflessione contemporanea: innanzi tutto il rinnovamento metodologico - l’ermeneutica femminista del sospetto - da cui deriva un  nuovo immaginario femminile; in secondo luogo  lo scavo interno all’identità femminile, infine l’intreccio della ricerca teologica con la dimensione etico-politica, o meglio le categorie nuove che la riflessione teologica femminista introduce. Non il  Dio Padre-Padrone, che si è solitamente abituati a considerare maschile, cifra di una  tradizione patriarcale, ma il Dio disegnato dalle teologhe, un Dio che libera gli oppressi, un Dio che risponde alle questioni nodali dell’umanità, quali possono essere in primo luogo il bisogno di pane e giustizia.

Le teologhe femministe non ricercano solo la liberazione  delle donne, ma offrono una visione della divinità più confacente alle domande di oggi, e offrono il paradigma di una teologia inclusiva, ossia verso una teologia che si faccia carico degli interrogativi e dei tentativi di risposta di tutti gli esseri umani.

Concludendo ritengo che le donne non devono “ripensare semplicemente” la filosofia e la teologia, ma partecipare ad una nuova creazione per esprimere “a different heaven and earth” come suggestivamente suggerisce Sheila Collins.
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