LA SESSUALITA' RIMOSSA NELLE CARCERI ITALIANE

di Lucia Re, l'Altro Diritto Onlus

Michel Foucault ha ‘svelato’ da tempo come la pena “dolce” della detenzione, affermatasi in epoca moderna in contrapposizione ai supplizi, non abbia eliminato né il carattere violento dei castighi, né la punizione dei corpi1. Il sovraffollamento, la violenza diffusa, le condizioni igieniche precarie e l’assistenza sanitaria insufficiente – tutte esperienze che quotidianamente affliggono i detenuti e le detenute – sono lì a dimostrarlo ancora oggi. Nelle carceri italiane si sconta però anche una pena corporale che è quasi completamente ignorata: la pena della privazione della sessualità.
L’astinenza sessuale forzata e il carattere unisessuale degli ambienti carcerari sono alla base del sistema penitenziario forgiatosi sul modello delle istituzioni monacali. Nei sistemi penitenziari moderni la repressione sessuale è stata uno dei principali strumenti impiegati per consentire alla pena di “fare presa sul corpo”2. Il diniego della sessualità in carcere non è un effetto secondario della disciplina; esso è piuttosto il suo sostrato, la struttura inconscia dell’apparato repressivo.
In molti paesi, europei e non, si è ritenuto necessario superare questo strumento disciplinare arcaico e fortemente afflittivo3.

In Italia si ha invece l’impressione che, se nella società dei ‘liberi’ la sessualità è esibita e strumentalizzata al fine di depotenziarne la carica creativa e liberatrice, in carcere essa è direttamente taciuta e controllata. In una società dello spettacolo, fondata sul voyeurismo, la sessualità non pare avere niente a che fare con la salute psico-fisica delle persone, con le loro potenzialità e con la capacità di intrattenere relazioni affettive. Essa può semplicemente essere rimossa.

In carcere, gli operatori sono chiamati a non tenerne conto, almeno finché non diviene un problema per l’ordine penitenziario. Per la maggioranza dei membri della classe politica e per gran parte l’opinione pubblica, poi, la questione neppure si pone. Il carcere è un luogo metaforico, un buco nero nel quale deve finire chi viola la legge. Ai corpi delle persone recluse nemmeno si pensa. E persino nella letteratura sociologica e giuridica il tema della sessualità dei detenuti e delle detenute è stato quasi completamente abbandonato4. Questi ultimi, del resto, parlano di rado della propria sessualità, poiché essa appare loro come una dimensione privata inconciliabile con la carcerazione.

Eppure, il diniego della sessualità non può considerarsi come un effetto trascurabile della reclusione. Si tratta piuttosto di una punizione aggiuntiva particolarmente afflittiva, tanto che si potrebbe ipotizzare che rientri in una definizione ampia del concetto di “trattamento degradante”5. Come ha ricordato Adriano Sofri, la privazione della sessualità non è una semplice “privazione-vuoto”; è piuttosto una “distorsione” che porta con sé dolore e malattia6. Nella castità forzata vi è una violenza istituzionale che nessuna legge ha formalmente autorizzato.

Le testimonianze dei detenuti e delle detenute sono cariche di sofferenza: l’astinenza forzata e il carattere unisessuale del carcere sono descritti come una vera e propria “tortura mentale”7. L’impossibilità di mantenere relazioni con l’altro sesso fa infatti nascere la paura di perdere non soltanto i legami affettivi istaurati prima dell’ingresso in carcere, ma anche la propria capacità emotiva e persino la propria identità sessuata.

L’uccisione emotiva è frequente nelle carceri maschili8. Molti detenuti dichiarano un’apatia sessuale e sentimentale9 che sembra essere il correlativo della più generale afflizione che il corpo incarcerato è costretto a subire: dalla progressiva deprivazione sensoriale alla fissazione su alcune funzioni corporee, come quella digerente, fino al rifiuto di se stessi e della vita10.

Per quanto riguarda le detenute, una diffusa visione sessista sostiene che la negazione della loro sessualità sia meno problematica rispetto ai maschi. E invece, la repressione sessuale nelle carceri femminili è particolarmente sentita, poiché essa non si sostanzia soltanto nell’impossibilità di intrattenere rapporti sessuali con uomini. La definizione e la gestione della sessualità, del rapporto fra questa e l’identità di genere, il controllo della riproduzione sono piuttosto da considerarsi per le donne come “le matrici dell’assoggettamento di sé all’altro”11.

L’immagine tipica della donna deviante è quella della prostituta: la donna incarcerata è, prima di tutto, una “cattiva madre”, una “cattiva moglie” e una “cattiva figlia” che il carcere deve rieducare, perché si adegui al ruolo assegnatole all’interno della famiglia. Nell’ambiente unisessuale del carcere, la donna ‘che non è riuscita ad adempiere il proprio ruolo di moglie e di madre’ è spesso ricondotta proprio a questo ruolo dalle stesse attività trattamentali. In questo quadro, l’incapacità di svolgere le funzioni materne o, peggio ancora, la negazione della possibilità di divenire madre sono un grande motivo di preoccupazione per le detenute12. Anche per questo l’espressione della femminilità in carcere appare preclusa persino in modo più netto rispetto all’espressione della virilità13.

Il diritto a non soffrire pene aggiuntive alla privazione della libertà – sancito dalla legislazione nazionale e internazionale14 –  è del tutto ignorato nelle carceri italiane. Essere detenuti e detenute significa vedere gravemente limitate le proprie relazioni interpersonali e la possibilità stessa di esprimere le proprie emozioni15. Come ha sostenuto un detenuto del penitenziario di Porto Azzurro: “l’amore in carcere è un privilegio indifendibile”16.

(1) M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1976.
(2) Ivi, p. 18.
(3) Per una rassegna degli istituti di alcuni paesi europei e sudamericani cfr. P. Balbo, Sesso e carcere, in G. Gulotta, S. Pezzati, a cura di, Sessualità, diritto e processo, Giuffré, Milano 2002.
(4) Fra le poche pubblicazioni che affrontano il tema si può citare F. Ceraudo, A. Sofri, a cura di, Ferri battuti, Archimedia, Pisa 1999 e, benché si concentri più sulle relazioni affettive, il volume curato dall’Associazione Il granello di senape, L’amore a tempo di galera, supplemento a  “Ristretti orizzonti”, 4 (2004).
(5) Cfr. Convenzione europea contro la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti. L’omonimo Comitato istituito in seno al Consiglio d’Europa non è mai giunto a dichiarare tale la semplice astinenza sessuale forzata imposta alle persone recluse; si è tuttavia interessato in alcune occasioni del problema, riconoscendo l’opportunità di promuovere il rispetto dell’affettività e della sessualità dei detenuti. Sul tema cfr. A. Cassese, Umano-Disumano. Commissariati e prigioni nell’Europa di oggi, Laterza, Roma-Bari 1994, p. 63.
(6) A. Sofri, Note sul sesso degli uomini prigionieri, in A. Sofri, F. Ceraudo, op. cit., p. 96.
(7) Testimonianza di una donna detenuta in un carcere statunitense riportata in H. Toch, a cura di, Men in Crisis. Human Breakdowns in Prison, Aldine Publishing  Company, Chicago 1975, p. 186.
(8) Se ne veda una testimonianza in A. Landino, L’amore in carcere è un privilegio indifendibile, “La grande promessa”, 582-583 (1999), anche su http://informacarcere.it
(9) Cfr., ad esempio, F. Morelli, Il sesso in carcere: quello che non si dice…e non si fa, in Associazione il granello di senape, a cura di, L’amore a tempo di galera, cit.,  p. 141.
(10) Cfr. D. Gonin, Il corpo incarcerato, Edizioni del Gruppo Abele, Torino 1994. Si deve ricordare che in alcuni casi l’uccisione non è solo metaforica. Le carceri italiane sono tristemente famose per l’alta frequenza di suicidi, che riguardano soprattutto gli uomini giovani (cfr. L. Manconi, A. Boraschi, “Quando hanno aperto la cella era già tardi perché…”. Suicidio e autolesionismo in carcere (2002-2004), “Rassegna italiana di sociologia”, 1 (2006)).
(11) T. Pitch, “There but for fortune…”. Le donne e il controllo sociale, in T. Pitch, a cura di, Diritto e rovescio. Studi sulle donne e il controllo sociale, Esi, Napoli 1987, p. 9.
(12) È uno dei principali motivi di sofferenza dichiarati dalle detenute italiane nell’inchiesta curata da E. Campelli et aliae, Donne in carcere. Ricerca sulla detenzione femminile in Italia, Feltrinelli, Milano 1992. Cfr. anche le testimonianze trascritte in H. Toch, a cura di, op. cit., pp. 192-193.
(13) Si veda il racconto dell’esperienza di analisi condotta nella sezione femminile di San Vittore da Lella Ravasi Bellocchio in Ead., Sogni senza sbarre. Storie di donne in carcere, Raffaello Cortina, Milano 2005.
(14) Cfr., ad esempio, Costituzione, art. 27,3; European Prison Rules, art. 102, 2.
(15) Sul tema cfr., ad esempio, C. Serra, Il posto dove parlano gli occhi. Progetto ’78, Giuffré, Milano 2002.
(16) A. Landino, L’amore in carcere è un privilegio indifendibile, cit.

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