RESPONSABILITÀ E LIBERTÀ FEMMINILE NELLA PROCREAZIONE: IL DIBATTITO BIOETICO RIVISITATO

di Caterina Botti

In genere, quando si è invitati/e a parlare o scrivere dei risvolti morali delle scelte di inizio vita, è spesso implicitamente inteso, o esplicitamente chiarito, che si debba parlare delle pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA) e delle loro liceità o illiceità morale. Questo non solo perché nel nostro paese, per alcuni anni, si è discusso intorno alla legge 40/2004 che appunto norma il ricorso a queste tecniche, ma anche perché sembra a molti la questione più importante da discutere in relazione alla procreazione.
Vorrei invece provare a sostenere che questa questione non è la più interessante da trattare – soprattutto se viene considerata da sola – per ragionare sul binomio autonomia/responsabilità, o anche libertà/limite, in campo riproduttivo. Non vuol dire che anche sul ricorso a queste tecniche non si possa ragionare in questi termini, voglio solo sostenere che pensare che il dibattito intorno a queste pratiche esaurisca tutto quanto si può dire intorno alla moralità della procreazione possa risultare in una forte semplificazione.

Per comprendere gli aspetti più interessanti di una riflessione morale relativa alla riproduzione umana (incluso il ricorso alla PMA) è necessario considerare le scelte procreative nel loro insieme e nella loro molteplicità: dalla scelta di usare o non usare mezzi contraccettivi, all’aborto; dal ricorso alle nuove tecniche di procreazione medicalmente assistita, alla gravidanza e al parto; fino alle scelte – resesi possibili solo di recente – di provare a trattare con tecniche di rianimazione intensiva neonati estremamente prematuri. Rispetto all’insieme di queste scelte si vede, in misura maggiore, infatti, la pregnanza e anche la complessità teorico-pratica del nesso libertà/responsabilità, intorno al quale vorrei qui ragionare.

Se guardiamo alle scelte riproduttive nella loro molteplicità, cogliamo infatti due punti importanti, che vedremmo meno se ci limitassimo al dibattito sulla PMA, che sono rilevanti per ragionare intorno alla questione della responsabilità e della libertà di tutti, ma soprattutto femminile.

La prima peculiarità delle scelte procreative è che le scelte che compiamo in questo contesto  sul nostro corpo, incidono non solo su di noi, sul nostro corpo e sulla nostra vita, ma anche su quella di altri: gli individui che mettiamo o non mettiamo al mondo. Scegliere sul nostro corpo, dal momento in cui noi scegliamo di usare la contraccezione, di abortire, di adire a certe tecniche o di vivere la gravidanza in un certo modo, significa che poi un altro essere umano nascerà o non nascerà, o nascerà in certe condizioni. E questo rende il discorso sull’autonomia e sulla responsabilità molto diverso da quello che possiamo fare, per esempio nel campo delle scelte di fine vita, più cogente, più complicato.

L’altro elemento è il diverso coinvolgimento del corpo femminile e di quello maschile nelle scelte procreative. In questo contesto di scelta fa infatti una differenza notevole se il corpo di cui si parla, nel momento in cui si assume che scegliere di procreare sia una scelta che si può fare sul proprio corpo, sia un corpo femminile o maschile: i corpi e le vite delle donne sono in gioco in modo diverso e ben più specifico di quelli degli uomini. In generale, invece, quando si parla di scelte procreative, soprattutto quando si parla di PMA, ci si riferisce ad astratti individui, o alla coppia dei genitori (come fosse un’entità unica). Uomini e donne sono invece chiaramente coinvolti in modo diverso e di questa diversità, com’è ovvio, non si può non tenere conto. Ne va dimenticato che proprio questa diversità può dare adito a conflitti o tensioni tra uomini e donne (e anche di questo spesso si tace quando si parla di PMA).

Il modo più diffuso di affrontare l’insieme delle scelte procreative, anche da parte di chi - ad esempio nel dibattito bioetico - sostiene il valore fondamentale dell’autonomia  o della libertà delle persone, è quello di definire una sorta di gradiente, di evoluzione, o gradualità rispetto all’insieme delle scelte procreative. Si tende infatti a considerare dirimente l’autonomia individuale, intesa come “la libertà di scegliere sul proprio corpo”, come il criterio con cui valutare le scelte che riguardano le fasi iniziali della procreazione (contraccezione, aborto e, per certi versi, PMA); mentre si tende a ridimensionare il valore della libertà o autonomia individuale, in favore della beneficenza, per quel che riguarda le scelte che insistono sulle fasi successive della procreazione (come la gravidanza, il parto o le scelte perinatali), le quali sono accompagnate in generale dal richiamo alla responsabilità, se non alla doverosità di certi comportamenti.
Le scelte che riguardano le prime fasi della procreazione sono considerate dunque, in generale, come scelte che attengono fondamentalmente alla propria vita, vita di cui si è sovrani finché non si fa danno ad altri. E infatti chi sostiene questo punto di vista, assume in genere che all’inizio del processo procreativo non esista un altro cui si può fare danno, o che esista ma non conti (un embrione non ha le caratteristiche salienti che rendono gli individui umani moralmente rilevanti). Questo è tanto più vero nelle scelte che riguardano contraccezione ed aborto, dove la scelta è quella appunto di non fare nascere nessuno. Invece nelle scelte che riguardano le fasi successive della procreazione il discorso si ribalta: la libertà di essere sovrani su se stessi/e si rovescia nel suo contrario nel momento in cui una persona (di fatto una donna) decide di portare avanti una gravidanza e di mettere al mondo un bambino.

Si tende infatti a pensare che in questo caso la persona o la coppia (ma di fatto la donna) debba impegnarsi responsabilmente per far nascere il bambino/a nelle migliori condizioni possibili, anche dove questo significhi abdicare alla propria libertà. La responsabilità e doverosità che caratterizza queste fasi avanzate della procreazione si configura spesso, per altro, come una doverosità che viene dall’esterno: una serie di regole di comportamento che vengono da fonti esterne di sapere (la scienza, la società) cui bisogna obbedire, pena l’essere considerate/i irresponsabili.

Per fare un esempio è sufficiente pensare al trattamento che le donne ricevono nei nove mesi di gravidanza. Una donna che abbia deciso di portare a termine una gravidanza entra oramai in una sorta di tunnel fatto di esami medici, comportamenti prescritti, e di tutto ciò che la scienza da una parte, e la società dall’altra, dicono che deve fare per essere una “buona madre”. Non esiste alcuno spazio, sia pur minimo, nel quale questa donna può scegliere qualche cosa, anzi spesso le richieste e le opinioni da parte delle donne sono considerate alla stregua di “capricci”. Si pensi al parto: perfino il fatto che la donna chieda di alzarsi e camminare mentre sta travagliando, a meno che qualcuno decida che quello è il modo migliore di partorire, è visto come un capriccio.

Ma ci sono poi casi eclatanti, come ad esempio i casi, più frequenti negli Stati Uniti, di parti cesarei imposti con la forza a donne che per diversi ordini di ragioni li rifiutano (spesso anche per contrastare l’abnorme e inutile ricorso al cesareo certificato ormai anche dall’OMS), o di direttive anticipate che vengono disattese nel caso di donne incinte in stato vegetativo permanente o di morte cerebrale che vengono tenute attaccate a macchinari vicarianti perché il feto che hanno in grembo possa continuare a crescere e forse arrivare a nascere. Le volontà della donna su di sé e sul nascituro/a sono considerate in entrambi i casi del tutto superflue e irrilevanti.

E’ proprio questo tipo di impostazione che vorrei provare a sottoporre a qualche considerazione critica, perché per quanto per alcuni possa risultare apparentemente ragionevole, tale impostazione è a mio modo di vedere limitata e semplificante.
In primo luogo, è il caso di tornare sottolineare che questa dinamica tra libertà e responsabilità procreativa prende forma soprattutto nel e sul corpo delle donne, che - come si diceva - nella procreazione sono coinvolte in modo asimmetrico rispetto agli uomini. Qui si apre dunque una prima forma di complicazione del gradiente autonomia-responsabilità, ovverosia quella che ci costringe a chiederci di quali individui, nello specifico, stiamo parlando quando ragioniamo di autonomia e di responsabilità.

Infatti, spesso, si riconosce - nelle prime fasi della riproduzione - una libertà procreativa astratta che vale tanto per gli uomini che per le donne, liberi/e di riprodursi come credono, soprattutto quando si limita il discorso alle PMA. Viceversa, nelle fasi successive, la responsabilità e doverosità insiste solo sulle donne. Ovviamente, in questo schema, verrebbe da domandarsi se allora le donne non debbano vedere riconosciuta anche una forma di maggiore libertà decisionale sulle scelte iniziali, se non sia il caso cioè di declinare quella astratta libertà nella forma di una libertà sessuata al femminile.

Ma, poi, il modello di riflessione va complicato ulteriormente, perché, anche ove si riconcesse alla donna una maggiore libertà decisionale sull’insieme delle scelte riproduttive iniziali, questa stessa libertà andrebbe pensata, a mio avviso, in modo diverso da come è pensata nel dibattito bioetico di matrice liberale, e del resto questa dovrebbe anche essere estesa a tutte le fasi della riproduzione.

Di fatto il punto cruciale da mettere in discussione è quello che riguarda l’impianto più generale, quello che appunto contrappone una prima fase della procreazione caratterizzata dalla autonomia o libertà degli individui, o delle donne, e una seconda fase caratterizzata da una doverosità quasi assoluta ed esterna. Vorrei sostenere che non è appropriato considerare né che la donna decida sulle fasi iniziali della procreazione come se non tenesse in alcun conto il bene di chi viene al mondo; né al contrario che si possa considerare, nelle fasi successive, il bene di chi viene al mondo come un assoluto che nulla a che fare con la libertà o la vita della madre (o dei genitori).

Risulta più appropriato pensare che le donne (ma anche gli uomini, per la loro limitata parte), nell’affrontare le scelte che riguardano le fasi iniziali della procreazione, debbano essere sì libere di scegliere e valutare come comportarsi, ma che in questo processo non potranno non farsi degli scrupoli morali che riguardano anche il bene di chi viene o non viene al mondo. E’ teoricamente sbagliato descrivere queste come delle scelte che riguardano solo il proprio corpo, o forzarle in questa griglia, ed è povera una difesa della libertà procreativa in questi termini.

D’altra parte, proprio come all’inizio libertà e responsabilità possono andare insieme, così possono farlo nelle scelte che riguardano il prosieguo della procreazione, la gravidanza, il parto ecc., è quindi sbagliata anche la tesi morale che vede invece queste ultime come scelte che devono obbedire a un principio esterno di beneficenza (pensato come confliggente con l’autonomia individuale della donna). Prendiamo il caso dell’aborto.

Siccome l’aborto è un tipo di scelta che le donne fanno sul loro corpo che non fa danno a nessuno (a meno di considerare come qui non si intende fare - e come chi sostiene questa tesi non fa - che l’embrione abbia uno statuto morale pari a quello degli umani adulti), le donne devono poter scegliere liberamente di abortire, senza nessuna richiesta specifica che possa prendere la forma di una richiesta di responsabilità. Solo ove decidessero di non abortire e di portare a termine la gravidanza si imporrebbe loro la responsabilità di fare tutto ciò che è bene o meglio per il nascituro.

Questa è una tesi povera perché tale risulta - a mio modo di vedere - la descrizione di una donna che decida di abortire come quella di una donna che non ha bisogno di dare una ragione né agli altri né - che è quello che più conta per me - a se stessa della sua scelta, e che di fatto pensi solo: “tanto non faccio danno a nessuno”. Io credo, piuttosto, che nella gran parte le decisioni sull’aborto che le donne prendono non siano vissute come scelte di libertà assoluta, o scelte che riguardano solo se stesse, ma come scelte di responsabilità piena, che tengono conto proprio della relazione che queste donne pensano di poter o voler istituire, o di non essere in grado di istituire, con il figlio (senza che la presenza del pensiero del figlio, debba essere ricondotto a una presenza ontologica o di diritto dello stesso, riconoscendo cioè un qualche statuto morale o giuridico all’embrione).

Credo dunque che una buona parte degli aborti siano l’esito di una scrupolosità morale, non dell’assenza di uno scrupolo morale. Uno scrupolo cui evidentemente - proprio perché io non riconosco nessuno statuto ontologico all’embrione se non nella relazione con la madre - ella rimane libera di rispondere secondo il suo metro morale. Il punto è che diverso è riconoscere, come io tendo a fare, che ci possa essere una risposta morale personale della donna, dal pensare che non ci sia bisogno in questo caso di moralità perché non vi è nessuno che viene danneggiato.

Il rischio di difendere l’aborto sulla base di un richiamo all’autonomia come quello appena criticato è quello di avallare la tesi (sentita molto spesso in questo paese) che le donne che abortiscono lo fanno alla leggera, sono “capricciose”, o quella che dice sono dei poveri esseri inconsapevoli e che bisogna salvarle da se stesse. Al contrario, io penso, che le donne siano responsabili, e che non possano non esserlo (almeno in linea generale, le eccezioni esistono dovunque), perché sono calate in un contesto relazionale, così immediatamente presente a loro stesse, che tale le rende.

Si può dunque sostenere che, con difficoltà, una donna incinta si viva come quando non lo era. Questo non limita la sua libertà di scegliere, ma caratterizza la scelta che compie come una scelta in e su quella specifica situazione, in cui comunque è coinvolto anche un altro destino, di cui non può non tenere conto. Evidentemente, il modo in cui si terrà conto della specifica situazione è di volta in volta aperto e personale, come ho cercato di sostenere, ma il “tenere in conto” non sarà mai assente. E questo vale per l’aborto come per ogni altra scelta procreativa.

Venendo invece alle fasi avanzate della gravidanza, questo stesso discorso ha un’applicazione simmetrica ma inversa: così come è assurdo pretendere (o temere) che le donne incinte non abbiano in alcun modo presente la loro condizione, è altrettanto assurdo pensare che invece verso la fine della gravidanza esse debbano abdicare completamente a se stesse e a quello stesso senso di responsabilità interno di cui abbiamo appena parlato, per aderire completamente ad una doverosità che viene dall’esterno. La stessa scrupolosità interna può agire anche nel contesto delle scelte ulteriori sulla gravidanza.

Per questo io vorrei qui sostenere che anche nelle fasi finali del processo riproduttivo è alle donne, e alla loro scrupolosità morale, che si debba lasciare l’ultima parola in relazione al novero delle serie di scelte possibili, sia che riguardino le forme della fecondazione, la gravidanza, sia il parto, come anche il destino di neonati piccolissimi come sono gli estremamente prematuri. Penso sia il caso di riconoscere la loro autonomia, fidandosi della loro responsabilità, che va certo nutrita di informazioni e sostegno, ma mai negata.

Va detto infine che la condizione di due-in-una della donna incinta è qui intesa anche come una metafora di una più generale caratterizzazione dell’umanità o della soggettività morale: ognuno di noi è interconnesso agli altri relazionalmente e sentimentalmente, e quindi ognuno di noi è al contempo libero e vincolato, ed è questa tesi più generale che vorrei provare a difendere.  La libertà non è, e non si dà, solo nel momento in cui noi siamo privi dei vincoli che ci legano agli altri, al contrario si dà solo a partire da quei vincoli, di cui ci rendiamo conto sentimentalmente e razionalmente, ed è da questi stessi vincoli che origina, del resto, la nostra scrupolosità morale.

E’ solo sollecitando questa scrupolosità, che viene dal nostro essere porosi alle relazioni, ai sentimenti degli altri, che noi maturiamo la moralità, intesa come autonomia e responsabilità insieme. Su questa base, si può sostenere, infine, che il rapporto o il confine tra autonomia e limite non debba essere dettato dall’esterno (da qualcuno o qualche agenzia che ci dica quali sono le zone franche dove noi siamo autonomi senza limiti e quali quelle dove noi siamo invece assolutamente limitati), ma che ognuno di noi, dal momento che è sentimentalmente poroso alle relazioni con gli altri, ha un limite interno che articolerà poi, di volta in volta, in modo diverso, anche a seconda delle sue opinioni e dei suoi stili di vita. Di fatto è su questa responsabilità - che viene dallo stare in una relazione - che si deve far leva, fidandoci della scrupolosità morale di donne (e uomini).

Ovviamente, il fatto che le donne abbiano una posizione diversa e asimmetrica nella procreazione e che il due-in-una per loro non sia solo una metafora, ma anche una condizione corporea (finché così sarà), dovrebbe portare a privilegiare la loro voce, moralmente responsabile, nelle scelte procreative.
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