IL TESORO DELLE PRECARIE

di Cristina Morini
21 giugno 2011

Questo è un Paese dove quasi sempre gli accordi sociali vengono disattesi. L’ultimo caso clamoroso riguarda la destinazione dei contributi pensionistici derivanti dall’allungamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico, accolto come Europa comandava: si parla di circa 4 miliardi di euro, un “tesoretto delle donne” – così ribattezzato – destinato a crescere anno su anno, e che avrebbe dovuto essere destinato a sostegno delle politiche del lavoro (e di conciliazione) femminile. Le prime due trance (242 milioni di euro) di questo “capitale collettivo” sono già sparite, utilizzate dallo Stato per tutt’altri scopi.

Ma c’è un altro malloppo che manca nel conteggio e della cui scomparsa si parla sottovoce o non si parla affatto: è il “tesorone” delle precarie e dei precari (un’ampia fascia di lavoratori che va, ormai, dai 20 ai 50 anni), i quali non vedranno quattrini (si parla del 14% di una retribuzione, in media, assai misera) nel corso della loro prossima vecchiaia. La notizia non è nuova, ma va riconnessa a quanto sopra. Si tratta di un immenso risparmio per l’Inps e per lo Stato che mai si è neppure stabilito di tradurre in una qualche forma alternativa di servizi o di politica attiva per il lavoro. Non sappiamo neppure misurarlo: quanto è grande? Quanto potrebbe valere davvero? Quanto lavoro “significa”, concretamente, nel tempo? Sappiamo che solo dal 2031 la gestione separata pagherà pensioni con 35 anni di contributi. Per questo essa vede attivi crescenti, con un esercizio patrimoniale che raggiungerà i 438 miliardi nel 2037. Questi attivi sosterranno i conti Inps. Ciò significa che le precarie e i precari stanno reggendo e reggeranno, nei prossimi decenni, l’erogazione della pensione di tutte e tutti gli altri.

Non sembra che i sindacati e le istituzioni siano veramente consapevoli della bomba sociale insita in questo problema, che rischia di scoppiare nell’immediato futuro. A chi sostiene che lo Stato non può più farsi carico di questo genere di costi, si può obiettare, per esempio, che la scorsa settimana il Wall Street Journal ha segnalato che, nel 2010, l’anno della crisi conclamata, le persone più benestanti sono aumentate del 12,2% e che esse detengono il 39% dei beni del pianeta. Non varrebbe la pena di applicarci a una seria riflessione sulla concentrazione di ricchezza che il crescere della diseguaglianza genera, in assenza, alle nostre latitudini, di un’adeguata riforma fiscale? Non è questo, forse, prima di qualsiasi retorica “realista”, il tema?

La riorganizzazione del mercato del lavoro avvenuta per via di precarizzazione non si è accontentata di smantellare le forme di diritto nel lavoro. Ha proceduto a minare anche la struttura su cui appoggiava la costruzione della partecipazione (pur selettiva e incompiuta) ai servizi. Non possiamo certo iscriverci tra le sostenitrici di un welfare familista che si è costruito a partire da modelli che hanno sempre penalizzato le donne. Tuttavia ora tocca il castigo di arrivare a rimpiangere certe forme di patto sociale (sessista) tra lavoratori, imprese e Stato che prevedevano un minimo accesso alla distribuzione, tramite reddito e servizi, completamente svaporato.

Va aggiunto che l’esplodere della crisi finanziaria, seguita dagli interventi statali di salvataggio di banche, ha ulteriormente inasprito un trend di tagli ai servizi pubblici cominciato vent’anni fa, mentre le riforme delle pensioni che si sono succedute hanno definitivamente introdotto il sistema contributivo, ovvero il principio che si riceve la pensione solo in base ai contributi versati. In altre parole: se vivi una vita di lavori intermittenti (e dunque non sempre sei nelle condizioni di versare i contributi) oppure hai una retribuzione scarsa, con conseguenti contributi bassi, avrai una pensione da fame o addirittura nessuna. Il lavoro che fai non “vale”, né adesso né nel futuro.

La questione delle pensioni delle precarie e dei precari è già stata cancellata come problema sociale, mentre la definitiva entrata dei mercati finanziari nella gestione del debito pubblico apre la porta allo scenario obbligato di forme privatistiche di assicurazione che vanno di nuovo, circolarmente, paradossalmente, a rimpinguare i mercati finanziari stessi, con una sempre più ampia dittatura del mercato sull’intera società.

Il processo di femminilizzazione si dà perciò non solo nella generalizzazione del lavoro precario ma anche nella povertà della pensione. Conosciamo ormai, nel concreto, la situazione: il lavoro che arriva tardi, che è perennemente instabile, intermittente, in nero, che ti garantisce di volta in volta alcuni mesi, un anno, due, poi chissà. È assolutamente minoritario il numero delle lavoratrici – e adesso anche dei lavoratori – che sarà in grado di maturare, in conseguenza delle frammentate storie lavorative di ciascuna e ciascuno, i requisiti contributivi indispensabili per aver diritto a una pensione.

Le contraddizioni crescenti che le donne riscontrano nel modo del lavoro contemporaneo, si tratti della richiesta di lavorare sempre di più e più a lungo in cambio di poco o nulla, di darsi generosamente in nome di una qualche inesistente promessa, di impiegarsi senza alcun genere di diritti, rincorrendo forsennatamente un’esistenza dilatata solo sull’immediato presente, vanno messe in connessione, ricondotte a un unico dilemma che è quello della libertà di agire, di scegliere e di riuscire a configgere.

Problema: se il tesoretto delle lavoratrici dipendenti del pubblico impiego che andranno in pensione cinque anni dopo il previsto misura 4 miliardi di euro, quanto è grande il tesoro prodotto dalle precarie e dai precari che in pensione non ci andranno mai?

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