L'ITALIA DEL PATTO OMOSOCIALE

di Renato Busarello
27 settembre 2011

L’Italia è investita in questi anni, simultaneamente alla crisi globale, dall’estensione di quella che Lauren Berlant ha chiamato “sfera pubblica di intimità”: l’inclusione nel discorso pubblico e politico di una serie di ambiti fin qui considerati intimi e privati, specie nella cultura cattolica e sessuofobica da noi dominante. Questa inclusione della sessualità nel discorso neoliberista è avvenuta negli Stati Uniti a partire dal reaganismo e rappresenta il ribaltamento e la mutazione di segno dell’assunto di fondo dei movimenti femminista e omosessuale: “il personale è politico”.

Considerare i vari sexgate nostrani come strutturali al sistema di potere neoliberista, anziché come un surplus sgradevole e soggettivo o come una malattia personale del premier e dei suoi accoliti, significa coglierli come paradigmatici di tratti propri del sistema produttivo, laddove si consideri la produzione di soggettività come centrale ad esso.
Beatriz Preciado analizza nei suoi ultimi lavori gli aspetti biopolitici del capitalismo pedopornografico e farmacologico, basato sulla ipersessualizzazione dell’infanzia, sull’immaginario pornografico mainstream etero e omo, con i suoi ruoli e posizioni rigidamente codificate che struttura il nostro desiderio, sull’utilizzo di ormoni, farmaci, viagra ecc., per mantenere la circolazione desiderante normativa.

In questa prospettiva, lo svelamento del teatrino dei fantasmi di Berlusconi si può leggere come esemplare di un parossistico accanimento nel mantenere un modello maschilista tradizionale, sostenuto da farmaci, dal lavoro sessuale retribuito, dalla teatralizzazione collettiva di un immaginario sessuale da porno di quarto ordine. Tuttavia non va sottovalutata la sua presa sull’immaginario collettivo che si misura nel suo affermare candidamente “mi piacciono le donne, non sono mica gay”.

Ancora più paradigmatico il caso Marrazzo, che mi limiterò ad analizzare brevemente per il suo epilogo già ampiamente commentato: l’intervista riparatoria a Concita de Gregorio apparsa qualche settimana fa su Repubblica e il suo inconsapevole disvelamento di alcuni dispositivi cruciali. Tendo a leggere questa intervista come il tentativo da parte dell’uomo politico di essere riammesso sulla scena pubblica e politica e ciò non può accadere che garantendo la maschilità egemonica di Marrazzo, per il quale le trans MtF sono donne all’ennesima potenza e soprattutto non vi è stato rapporto omosessuale, ovvero: l’ano del politico pubblico è preservato.

Infatti qui siamo ai fondamentali dell’omosocialità che fonda il sociale e il politico (assieme ovviamente allo scambio delle donne): l’accesso alla sfera pubblica (maschile eterosessuale) è garantito dal rapporto omosociale dal vincolo desessualizzato tra uomini e la castrazione anale è il sacrificio richiesto.
Su questo aspetto non secondario, vengono in rilievo i recenti attacchi di Emilio Fede a Nichi Vendola, l’unico leader nazionale esplicitamente gay, che non casualmente è oggetto di allusioni sul “dire una cosa davanti e una diversa dietro”, ovvero di tradire il patto omosociale sessualizzando il rapporto tra uomini. Il prezzo pagato da Nichi è il dover parlare il meno possibile di sessualità e dover dimostrare di essere assolutamente irreprensibile.

Se questo è il quadro del discorso pubblico, la risposta collettiva è stata del tutto insufficiente. La risposta moralista, che ispirata da oltre Tevere imperversa da destra a sinistra è del tutto insoddisfacente oltre a essere impraticabile: non si capisce come un neopuritanesimo, ancorché auspicabile, possa essere reimposto, sostenendo il confronto con il bombardamento mediatico e digitale dell’immaginario pedo-pornografico diffuso dal capitale.

Venendo alle reazioni più politiche, molto si è già detto sui limiti del “Se non ora quando”, che pure a livello locale ha espresso talvolta livelli più avanzati (è così per la realtà che conosco, Bologna, ad esempio). Mi limito a dire che riaffermare la dignità delle donne, o meglio “delle nostre donne” come affermato dai politici maschi del centrosinistra è totalmente interno al patto omosociale e non ne sovverte nessun aspetto.

La recente risposta dell’outing di alcuni politici ritenuti omosessuali, agita  rovesciando mediaticamente il vincolo omosociale, rischia di restare invischiata nel pantano della sfera pubblica di intimità, dove il “privato” dei politici diventa strumento di attacco politico, ma si conferma comunque il politico come fondato sul patto omosociale.
La risposta dei movimenti transfemminista e queer, ancora puntiforme ma leggibile è (e comunque deve tendere ad essere) all’altezza della sfida al capitalismo pedo-pornografico-farmacologico.

Alla ipersessulizzazione dell’infanzia a scopi di marketing, rispondiamo con la riaffermazione di un sessuale polimorfo-perverso. Stiamo producendo un immaginario post pornografico che cortocircuiti nello spazio pubblico quello dominante. Ovunque, apriamo laboratori contrasessuali per la riappropriazione del proprio corpo, dei piaceri polimorfi/perversi  e per la decostruzione di eterosessualità normativa e omonormatività.

Politicamente, nella temporalità “no future!”della crisi, che investe la sovranità, la rappresentanza e quindi le forme della politica, lo spazio di intersezione sociale di questa prospettiva si gioca con i movimenti autoorganizzati, a partire dalla scadenza del 15 ottobre come occasione molare di ridislocazione delle lotte queer/trans/femministe dentro alla richiesta di diritto all’insolvenza e reddito di esistenza. Che, per inciso, da molto tempo decliniamo come reddito di autodeterminazione.

E’ comparso da alcuni giorni a Bologna uno striscione attaccato su un cancello in porta Zamboni che recita: “Chi manovra sulla vita delle donne non ha la nostra fiducia. Diritto all’insolvenza! Mujeres libres”. Mi sembra sintetizzi perfettamente le poste in gioco nei movimenti contemporanei: riappropriazione della propria vita materiale, rifiuto della delega alla rappresentanza, convergenza verso le lotte comuni per il diritto all’insolvenza agiti da una prospettiva incarnata e collocata sessualmente.
Questo il “se non ora, quando!” delle politiche trans/femministe/queer all’ordine del giorno.
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