LE BANCHE INFALLIBILI DEI CITTADINI IN FALLIMENTO

di Andrea Baranes
25 ottobre 2011

L'attuale crisi discende direttamente da quella che nel 2007–2008 ha travolto la finanza internazionale dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA. Solo i giganteschi piani di salvataggio realizzati dai governi e dalle istituzioni pubbliche hanno permesso di salvare il sistema finanziario dalla crisi di cui esso stesso era in massima parte responsabile. Stime prudenziali parlano di almeno 14.000 miliardi di dollari versati dal pubblico al settore finanziario privato. Da una prospettiva speculare, negli ultimi anni un debito enorme è stato quindi trasferito dalla finanza privata al pubblico.

Queste risorse sono andate in massima parte a tappare le falle del sistema bancario ombra o shadow banking system, il gigantesco mondo parallelo fatto di società registrate nei paradisi fiscali, di cartolarizzazioni, di titoli tanto rischiosi quanto incomprensibili, che le banche hanno messo in piedi negli ultimi decenni per eludere qualsiasi regola e controllo.

L'effetto più vistoso di questi piani di salvataggio è stato l'aumento del debito e quindi il peggioramento dei conti pubblici. E' allora aumentata l'offerta di titoli di Stato sul mercato, proprio in un momento di crisi, quindi con meno capitali disposti a investire. In pratica oggi il governo italiano, se vuole rifinanziare il debito emettendo Bot e Cct deve fronteggiare la concorrenza della mole di titoli di Stato di altre nazioni che si sono indebitate negli ultimissimi anni. Per attirare i capitali, l'Italia è allora costretta ad aumentare i tassi di interesse offerti rispetto a quelli dei Paesi considerati più sicuri.

E questo non è ancora nulla. Oggi la stessa finanza-casinò approfitta delle difficoltà degli Stati per guadagnare scommettendo contro interi Paesi. Gli speculatori cavalcano le oscillazioni dei mercati. E' difficile speculare sui titoli di Stato tedeschi, perché il loro rendimento è pressoché invariante. Molto più “divertente” scommettere su titoli molto volatili, quali quelli di nazioni in difficoltà come la Grecia, l'Irlanda o oggi l'Italia. Gigantesche scommesse che esasperano le oscillazioni dei prezzi e la stessa instabilità, attraendo nuovi squali del mondo finanziario.

Sono questi i motivi alla base dell'attuale difficoltà di molti Paesi, e in particolare dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi che è diventato il nuovo parametro che regola ogni politica pubblica.

Oggi sembra che la strada per uscire da questa situazione sia obbligata: stringere la cinghia e accettare piani di austerità per rimettere in sesto i conti pubblici. Come dire che l'eccesso di debito passato dalla finanza agli Stati deve ora passare dagli Stati ai cittadini, altrimenti la stessa finanza si arrabbia.

E' una situazione a dire poco paradossale. Ci viene detto che le banche non possono fallire, gli Stati non possono fallire, quindi piuttosto devono fallire i cittadini, accollandosi il debito e sopportando tagli al welfare, ai servizi essenziali e ai diritti.

Non è vero che non ci sono alternative. Ammesso e non concesso che il debito vada pagato, perché l'unica strada possibile dev'essere il taglio delle spese, in accordo con la dottrina neoliberista imposta dalla BCE e dalle altre istituzioni internazionali? E ammesso e non concesso che si debbano tagliare le spese, davvero bisogna tagliare welfare e spese sociali per tenere in piedi una spesa di 15 miliardi di euro per comprare dei cacciabombardieri, forse ancora di più per l'Alta velocità in Val Susa contro il volere di un'intera comunità?

Risalendo, se per migliorare i conti pubblici invece di tagliare le spese aumentassimo le entrate? L'evasione fiscale in Italia supera i 150 miliardi di euro l'anno. E' però difficile parlare di lotta all'evasione mentre il governo annuncia condoni fiscali. Al di là dell'evasione, perché l'Italia non segue i Paesi e le istituzioni europee che chiedono l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per contrastare la speculazione e generare un gettito? Perché ancora oggi è così difficile parlare dell'introduzione di una tassa patrimoniale,mentre di decide di aumentare l'IVA?

Andando ancora a monte di un discorso su entrate e uscite. Il debito va pagato ad ogni costo? Prima di fare fallire gli esseri umani forse dovrebbero fallire le persone giuridiche e in particolare le banche il cui capitale è costituito di azioni, ovvero capitale di rischio. Se le banche non possono fallire questo rischio viene meno, falsando i meccanismi di base della stessa finanza: le banche possono assumersi rischi sempre maggiori, nella certezza che se le cose vanno bene aumentano i profitti privati, quando si mettono male interviene il paracadute pubblico per socializzare le perdite. E' possibile pensare una via d'uscita dalla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni continuando a premiare e garantire il sistema finanziario che ne è responsabile?

E in seconda battuta devono potere fare default gli Stati. Nella situazione in cui si trova l'Italia, con gli interessi sul debito che crescono più velocemente della ricchezza reale e prosciugano qualsiasi manovra finanziaria, un default guidato potrebbe essere una via d'uscita obbligata. E' in ogni caso urgente avviare un dibattito senza preconcetti, prima che la situazione economica peggiori ulteriormente. Come primo passo è necessario un “audit” del debito, ovvero un esame della provenienza del debito pubblico italiano e di chi ne è oggi in possesso, per valutare quale parte va pagata, quale ristrutturata, quale eventualmente dichiarare in insolvenza.

I casi di Islanda, Argentina ed Ecuador dimostrano che un default pilotato può essere una soluzione efficace per uscire da una situazione di grave crisi. Le conseguenze sarebbero pesanti, in particolare per le banche che detengono una parte rilevante del debito, e bisognerebbe probabilmente procedere a una nazionalizzazione di una parte del sistema bancario italiano, anche per garantire l'accesso al credito ai cittadini e alle imprese. In ogni caso un default guidato dal debitore, come nel caso dell'Islanda, è sicuramente da preferire a un default guidato dai creditori, come sta avvenendo nel caso della Grecia.

In ultimo, una considerazione più generale, che rimanda anche alla necessità di ripensare il linguaggio della finanza. Uno Stato è in fallimento nel momento in cui, per tutelare i propri cittadini e il loro futuro, smette di pagare interessi agli speculatori internazionali? O al contrario uno Stato che taglia le spese per la scuola pubblica e la ricerca, uno Stato che chiude ospedali e teatri, uno Stato che non riesce a dare lavoro ai giovani e mantiene privilegi inaccettabili è già uno Stato in fallimento? E se uno Stato è già in fallimento, che senso ha continuare a pagare il debito?
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