Se a trionfare è l’ideale androgino

di Lea Melandri, Alfabeta2
9 giugno 2012

Che la cura, sotto l’aspetto di accudimento materno e di lavoro domestico, fosse una specie di Giano Bifronte, posta al centro di un ambiguo, invisibile annodamento di servitù e onnipotenza, debolezza e forza, amore e dominio, corpo e legge, era già chiaro dalla definizione contenuta nell’Emilio di Rousseau. Ma bisogna aspettare qualche secolo prima che ne venga data, da una coscienza femminile anticipatrice come Virginia Woolf, una versione più veritiera:

non un destino legato alla contraddittoria “natura” della donna, oscillante tra l’animalità e il divino, ma il fondamento, il supporto indispensabile della civiltà dell’uomo, espressione del suo dominio ma anche della dipendenza dall’altro sesso, luogo dove si danno insieme, intrecciate e confuse, l’inermità e la nostalgia del figlio, la violenza e la legge del padre.

“…la prima educazione degli uomini dipende dalle cure che le donne prodigano loro; dalle donne infine dipendono i loro costumi, le loro passioni, i loro gusti, i loro piaceri, la loro stessa felicità. Così tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsi amare ed onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce (…) Il più forte è apparentemente il padrone ma di fatto dipende dal più debole.” (1)

“Per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata. Senza questa facoltà, la terra sarebbe ancora palude e giungla. Tutte le glorie delle nostre guerre non sarebbero esistite (…) Giacché se la donna cominciasse a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita. Come potrebbe continuare a giudicare, a civilizzare gli indigeni, a scrivere libri, a indossare il tight e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedersi riflettuto, a colazione e a pranzo, almeno due volte più grande di quanto veramente sia?.” (2)

Benché evidente, nel suo prolungarsi molto oltre i bisogni dell’infanzia, il legame della cura con la volontà dell’uomo di garantire alla sua avventura pubblica un retroterra sicuro per la sopravvivenza lasciava però aperto l’interrogativo sul perché le donne stesse ne avessero fatto, loro malgrado, una ragione di vita. Sarà il femminismo degli anni ’70 a portare l’analisi e l’istanza di cambiamento fino alle regioni più remote e inesplorate della vita psichica, e a scoprire quanto la visione maschile del mondo si fosse incorporata, oltre che nelle istituzioni della vita pubblica, nel sentire profondo di entrambi i sessi. Alla luce delle nuove consapevolezze, la femminilità - e quindi i tratti identitari, i ruoli, i valori o disvalori che vi erano tradizionalmente connessi- veniva a collocarsi all’interno dell’impianto dualistico che ha contrapposto, complementarizzato e disposto secondo una preciso ordine gerarchico corpo e polis, infanzia e storia, individuo e genere.

L’autonomia da modelli acquisiti e da rapporti di potere  considerati “naturali” non poteva non interessare innanzi tutto la centralità che aveva avuto fino allora la funzione materna, estesa per determinismo biologico all’esistenza intera della donna: una sessualità cancellata e messa al servizio dell’uomo, l’esclusione dal patto sociale in quanto custode degli interessi della famiglia e della conservazione della specie. L’emancipazionismo, che aveva preceduto e per molti aspetti preparato il movimento di liberazione degli anni ’70, era costretto a ripensarsi sulla base di quella che ora apparivano “una vera e propria incongruenza”.

“…gran parte delle associazioni, così come numerose intellettuali e pensatrici, rivendicano i diritti delle donne sulla base di quella stessa ‘natura’ usata per continuare a mantenerle in uno stato di minorità sociale, oltre che giuridica e politica. Le donne ribaltano però l’accezione negativa di quel modello: della sensibilità, della oblatività ‘femminili’, della maternità, tentano di fare il loro punto di forza, sostenendo che proprio questo loro compito ‘naturale’ richiede piena assunzione di responsabilità da parte loro nella politica e nella vita sociale.” (3)

“…l’emancipazione ha rafforzato la categoria di genere dotando di rilevanza e dignità politica un insieme di contenuti psicologici, sociali, culturali, presupposti comuni a tutte le donne.” (4)

A muovere le donne nella rivendicazione di una cittadinanza completa era stata l’idea che bastasse ridefinire in positivo la loro “differenza”, estendere le “virtù del cuore” fuori dall’ambito privato, certe che la “maternità sociale” avrebbe creato forme più umane di convivenza. L’emancipazione, ai suoi inizi, sembra che non possa percorrere che la strada già segnata dal modello dominante: da un lato diritti “neutri”, e dall’altro ruoli “naturali”, compiti specifici di un sesso e dell’altro, che avevano solo bisogno di essere riscoperti nella loro armoniosa complementarità. Dietro il dilemma “uguaglianza/differenza”, che porterà comunque le associazioni femminili tra ‘800 e ‘900 a gettare le basi dello stato sociale, si può dire che fa il suo ingresso nella polis il sogno d’amore, come ricongiungimento dei due rami divisi dell’umanità riportati alla coppia originaria madre-figlio.                                                                                    

“Educatrici della società, rigeneratrici della coscienza umana” le donne, che come scrive Sibilla Aleramo “uniranno le loro voci alle più intemerate del paese”, riscoprono la “divina funzione domestica” come integrante forza creativa capace di risollevare uomini “un po’ tristi e un po’ smarriti” in un periodo di “transizione ansiosa”. (5)
                                                                        

Solo l’impeto giovanilistico e rivoluzionario di una generazione che aveva creduto di poter abbattere in un sol colpo le barriere dello psichismo inconscio e di consolidati poteri economici e politici poteva far credere alle femministe degli anni ’70 di avere avviato una volta per sempre il processo di liberazione dall’identità femminile prodotta dall’uomo e la crescita, sia pure lenta, di un “io non conforme” ai modelli dati, una singolarità  capace di ripensarsi in una dimensione collettiva , relazionale, fuori dall’idea di appartenenza a un “genere” coeso, valido per tutte le donne.                           

La storia che è venuta dopo, dagli anni ’80 ad oggi, ha reso evidente che il paradosso  -o forse sarebbe meglio dire l’aporia- sta nel cuore della differenziazione originaria: celebrando la sua vittoria sul trauma della nascita, trasformandosi da figlio inerme in padre, marito dominatore, l’uomo ha lasciato aperta la strada ad altri capovolgimenti. Troppo spesso si dimentica che le figure della differenza di genere, nella loro gerarchia e complementarità, strutturano rapporti di potere ma conservano anche il desiderio primordiale di un ideale ricongiungimento, la promessa del ritorno all’unità a due della nascita: fare di due nature diverse un solo essere armonioso. E’ questa “essenza di Eros”, l’amore nella sua forma originaria, che attraverso l’oblatività femminile, la dedizione alla cura dell’altro, mantiene la famiglia  e per estensione la società stessa dentro vincoli di un’infantilizzazione tenera e violenta, dipendenze e prestazioni “ancillari” coperte da illusioni salvifiche?
                                                                                                                                            

Il dubbio che l’emancipazione rinasca sempre dai sedimenti più arcaici della dualità ereditata da secoli di cultura maschile trova oggi la sua conferma sia nella femminilizzazione dello spazio pubblico  -come richiesta di “talenti femminili” da parte della nuova economia, dell’industria dello spettacolo, della pubblicità, del consumo, ma anche come precarietà diffusa, crisi della politica, ecc.-  sia nel modo con cui vengono affrontate e discusse dalle donne stesse le questioni sempre più pressanti della “conciliazione” vita e lavoro, famiglia e carriera, e della sottorappresentanza nei luoghi decisionali del potere. Dalle testimonianze e dalle inchieste che si vanno moltiplicando sulle esperienze di leadership femminile, emerge con chiarezza che è proprio la convergenza tra una crisi di sistema alla ricerca di nuove “risorse” e la tentazione mai tramontata nell’aspettativa di cittadinanza completa delle donne di vedere riconosciuto il “valore imprescindibile” della loro differenza, a ricomporre fuori dall’ambito domestico il sogno di armonia che è stato finora della coppia degli innamorati.    
                                                                                                                   

Collocate all’interno di un’organizzazione del lavoro e modalità di esercizio del potere conformi a un’idea di virilità svincolata da obblighi di cura e riproduzione della vita, le donne, in virtù della loro doppia presenza, possono pensarsi portatrici di una interezza  -“professionalità sensuale”, “intelligenza emotiva”- capace di nuovi equilibri tra esperienze che si sono fatte finora la guerra. Ma se la strada fosse davvero quella della critica radicale alla divisione dei ruoli sessuali e alla separazione tra privato e pubblico, che auspicava il femminismo degli anni ’70, come mai, mentre crescono i dati sulla marginalità persistente della rappresentanza femminile, sull’aggravio delle incombenze domestiche, sullo scacco a cui va incontro la maternità nei luoghi di lavoro, sembra inspiegabilmente diminuire la conflittualità?

“Pensiamo al tradizionale ‘lavoro’ delle donne, il prendersi cura della famiglia: un lavoro gratuito, ripagato solo dalle relazioni affettive. Non c’è retribuzione perché si fa tutto per amore. Un meccanismo che le donne finiscono spesso per attivare anche nel lavoro, appunto perché anche lì è in gioco l’amore. Quante storie abbiamo letto, dove si parla del proprio lavoro con il linguaggio dell’amore, della passione? (…) L’eros che queste donne mettono nel lavoro coinvolge anche l’azienda, con cui le donne stabiliscono una relazione tipicamente femminile, basata su una forte lealtà, su una forte dimensione etica, che si esplicita nella cura degli interessi aziendali.” (6)

“Stabilire buone relazioni, curarsi delle persone, è anche un modo di rispondere a un bisogno non sempre esplicitato: mettersi al riparo dal conflitto. E’ uno dei problemi che le donne vivono nelle relazioni di lavoro, o forse in tutte le relazioni.” (7)

“L’uomo greco -ha scritto Geneviève Fraisse- esclude le donne reali mentre si appropria del femminile” (8).

Viene il sospetto che la civiltà che abbiamo ereditato non abbia mai smesso di attingere, materialmente e simbolicamente, alle “risorse” che ha confinato fuori dalla polis, perché restassero immobili, eternamente uguali come le leggi di natura. Il declino del patriarcato sembra aver portato allo scoperto l’ideale androgino che si è portato dietro, fonte di ispirazione di filosofi, poeti, artisti, pensatori religiosi, figura di una maschilità temperata da sentimenti, emozioni, affetti in cui non era difficile per le donne riconoscersi. Se gli intellettuali nostrani non avessero tenuto in tanto discredito autori vicini al senso comune e all’immaginario collettivo, come Bachofen, Michelet, Mantegazza, non avrebbero bisogno oggi di interpellare tanti saperi per rendersi conto che la femminilizzazione  della polis era già inscritta nel suo atto fondativo.

“…questo nuovo liberto della società moderna è tollerato, non eguagliato a noi; è come un orfano raccolto per la via, che vive coi membri di una famiglia senza farne parte integrante. Se da concubina è diventata madre, un gran passo rimane a farsi perché diventi donna, o, dirò meglio, uomo-femmina, una creatura nobilissima e delicatissima, che pensi e senta femminilmente e completi così in noi l’aspetto delle cose.” (9)

Di fronte al cambiamento profondo del rapporto tra privato e pubblico, e alla crisi di un modello di civiltà e di sviluppo, non si può più pensare che la questione della cura sia riducibile alla richiesta di servizi sociali, riequilibrio delle responsabilità famigliari tra uomini e donne, e nemmeno al “valore aggiunto” di eticità, pulizia, ordine, trasparenza, che potrebbe venire da una democrazia paritaria. Una prospettiva diversa, volta ripensare la cura come “piacere e responsabilità del vivere” , tempo di vita -e non solo maternità, accadimento e lavoro domestico- prezioso per entrambi i sessi, si è profilata come “rivoluzione possibile” nel convegno che si è tenuto a Milano il 18 febbraio 2012, promosso da associazioni e gruppi del femminismo storico (Libera Università delle Donne, gruppo lavoro della Libreria delle Donne, gruppo del mercoledì di Roma, Unione Femminile)- e che avrà un seguito in un incontro a Paestum in ottobre.

Un ritorno, dal momento che a Paestum si tenne nel 1976 l’ultimo convegno del femminismo degli anni ’70, e una ripresa in grado oggi di trovare i nessi che ci sono sempre stati tra le “acque insondate della persona” e le tante metamorfosi di un potere che ha creduto di poterle ignorare per secoli e di cui anche i suoi critici più lucidi non sembrano tenere conto. Dialogando con Latouche, così scrive Antonella Picchio:

“Condivido con Latouche il senso di pericolo e di insostenibilità inerente al sistema economico attuale e la consapevolezza della drammaticità della condizione umana in questo capitalismo aggressivo, predatorio, senza senso del limite. Condivisa è anche la volontà di creare nuove visioni, prassi e politiche che pongono al centro come obiettivo prioritario un mutamento delle condizioni di vita partendo da una riflessione sul senso e la qualità della vita stessa (…)Fino a quando gli uomini adulti non porteranno nello spazio pubblico e politico il loro disagio del corpo e della mente e non collegheranno in modo più sano tempi di vita e di lavoro, desideri e realtà, beni e relazioni, partendo dai loro corpi, insicurezze, emozioni, non c’è speranza di arrivare ad una buona vita liberata dalle devastazioni del lavoro salariato, della crescita insana, del consumo alienante.” (10)
                                                                                                                                                                                                    1) J.J.Rousseau, L’Emilio, Armando, Roma 1962, pp.238-9.  
2) V.Woolf, Per le strade di Londra, Il Saggiatore, Milano 1963, p.238. 
3) A. Buttafuoco, Questioni di cittadinanza, Editori Toscani, Siena 1997, p.19.        
4) M.L.Boccia, La differenza politica. Donne e cittadinanza , Il Saggiatore, Milano 2002                                               
5) L.Melandri, Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli, Milano 1988 (ristampa Bollati Boringhieri 2002), p. 44-45.
6) L.Pogliana, Donne senza guscio, Guerini & Associati, Milano 2009, p. 157.
7) Idem, p.128.
8) G.Fraisse, La differenza fra i sessi, Bollati Boringhieri, Torino 1996.
9) L.Melandri, op.cit., p. 28. 
10) A. Picchio, Relazione tenuta a Ravenna il 5.3.2011 in occasione di un incontro con Serge Latouche. Vedi “Gli altri”, 18.3.2011.
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