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COSA SI DICE QUANDO SI CHIEDONO "DIRITTI"?

di Anita Sonego

Pensavo che, con la manifestazione FIOM del 16 ottobre, che aveva come prima parola d'ordine:
"DIRITTI", nel nostro paese finalmente fosse avvenuto (almeno nell'area democratica, progressista) quel tanto atteso salto culturale capace di comprendere che la libertà o è per tutte/i o, inesorabilmente, è precaria e soggetta alle - variabili - leggi del potere (mercato, chiesa, politica).
Ci sono stati anni in cui chi rivendicava i diritti veniva considerata/o con sufficienza, se non corporativa/o, da tutta un’area di sinistra compresa un’ampia parte del femminismo.
La difesa dei "diritti civili" veniva considerata un qualcosa in più, un lusso quasi borghese.
Chi di noi non ha sentito le recriminazioni del "popolo di sinistra" dopo le plurime sconfitte elettorali che dicevano: "La sinistra ha perso perché ha parlato troppo di gay, lesbiche e trans"?

Partecipando a quella manifestazione, assieme ad altre trans, lesbiche, gay (con ben evidenti gli striscioni delle nostre associazioni) pensavo che, finalmente, si fosse compreso a livello generale  lo stretto legame tra diritti sociali e diritti civili, non fosse altro che per gli attacchi concentrici che hanno l’obiettivo di rendere tutte e tutti più sottomesse, insicure, sfiduciate, prive e privi di dignità e rispetto.

Purtroppo mi sbagliavo! Se i sogni son desideri evidentemente avevo sognato quel 16 ottobre!

Così ho pensato leggendo un articolo di un settimanale on line di area PD che si pubblica a Milano.

Su Arcipelago Milano di questa settimana è possibile leggere un articolo di Paolo Danuvola sotto il titolo: "Milano al voto. Cattolici e sinistra".

A Milano ci sono state le primarie per scegliere il candidato da opporre all'orribile Moratti ed è emerso Giuliano Pisapia appartenente ad un'area di sinistra più a sinistra dei Democratici.

Ora, ovviamente, per poter sperare di vincere, il problema è quello di estendere l’area elettorale anche ai "moderati" ai non di sinistra-sinistra.

Leggo con interesse l'articolo di Danuvola che ha come incipit:"Personalmente auspico e lavoro per il cambiamento del sindaco di questa città…da una posizione minoritaria, di cattolico praticante impegnato in politica nel centrosinistra".

Ma basta proseguire per leggere affermazioni sconcertanti come:

"..molti nell’area culturale a cui appartengo vogliono capire se nel centrosinistra rimarrà uno spazio per un pluralismo riguardante il senso della vita e della morte e dei rapporti interpersonali".
(ma quale proposta di legge-mi chiedo esterrefatta- obbligherebbe i cattolici ad abortire, a rifiutare l’accanimento terapeutico o a sposarsi tra persone dello stesso sesso?)

"In altre parole, prosegue l'articolo, porre ad esempio il registro delle coppie di fatto come priorità simbolica del programma di Pisapia diventa…una fida ad una parte dei potenziali elettori”.

Ecco il punto!!! Ecco la discriminante. Ecco ciò che contribuirebbe a far perdere il candidato che ha osato tanto!

Non credo che il signor Danuvola sia uno sprovveduto e non sappia che, ad esempio, a Torino il Consiglio Comunale ha approvato il registro delle persone che hanno una relazione affettiva con le relative conseguenze (assegnazione case popolari, sussidi ecc..)

Mi chiedo, allibita, perché il punto debole  del programma di Pisapia non sia di natura economica e nemmeno relativo ai privilegi vari di cui gode ampiamente la Chiesa Cattolica, ma riguardi il riconoscimento sociale e politico di una scelta affettiva e sessuale.

Dove va a finire la famosa 'dignità della persona' tanto cara ai cattolici?

Ritiene il democratico Danuvola, come tanti cattolici praticanti, che quanto è riconosciuto legalmente in paesi cattolicissimi come Spagna, Irlanda, Portogallo ecc sia una catastrofe per il nostro paese?
Oppure ritiene che è il popolo cattolico italiano (e milanese in questo caso) che è più "eticamente sensibile" dei cattolici irlandesi, spagnoli ecc.?

Questo episodio è una conferma di quanto sia falso parlare di omofobia, lesbofobia, transfobia : non si tratta qui di una "fobia" come se fosse una malattia, quasi subita, che fa soffrire chi la vive (come la claustrofobia, l'agorafobia...) No, qui si tratta di discriminazione, simile al razzismo, che ha la sua matrice nel concetto di società gerarchica e patriarcale dove si continua a considerare i cittadini/e di serie A o B. Se si discrimina in relazione alla diversa affettività e sessualità, il passo è breve per discriminare in relazione alla cultura, all’etnia, al genere, alla salute.

In questo momento in cui, alla solita discriminazione verso il 10% della popolazione(trans, lesbiche e gay) si aggiungono gli attacchi ai diritti che sembravano dati per sempre: quello alla salute, al sapere, all’autodeterminazione delle donne, alla libertà di coscienza oltre a quello basilare del lavoro, c'è da augurarsi che si sia appresa la lezione per cui non funziona la politica dei due tempi. Sta a noi, anche, esplicitare i nessi tra i vari diritti riconoscendo che "bene comune" non sono solo ambiente, scuola, lavoro…Che ciò che ci accomuna e che dobbiamo riconoscere e salvaguardare con grande risolutezza è la nostra vita.

Bene comune è una vita degna di essere vissuta! Come tutte e tutti le lesbiche, i gay, le/i trans pretendono una vita degna di essere vissuta e continuano a chiedersi perché questa loro affermazione crei tanto scompiglio!
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