DONNE E RESISTENZA: UN QUOTIDIANO EROICO

di Fiorenza Taricone
19 aprile 2011


La Resistenza femminile appartiene ad uno di quei territori d’indagine della storia di genere che più rivela l’inadeguatezza delle parole usate per classificarla. Spesse volte, infatti, compresa chi scrive, ha usato o è stata tentata di farlo, l’espressione: il contributo delle donne alla Resistenza. Una delle ragioni iniziali risiedeva sicuramente nel volere testardamente convincere la storia tradizionale a riconoscere “la tessera mancante”, a farsi finalmente una storia di donne e uomini, e anche bambini/e.

Poi, in anni di studi e di fatiche, lo sguardo si è affinato e ho iniziato a provare un’insofferenza lessicale. Un contributo è narrazione di una parzialità, e parziali sono tutti gli attori e attrici delle umane vicende. Così preferisco parlare oggi di contributo da entrambe le parti e pormi anche la domanda: come ha introiettato la storia politica questo capitolo della storia di genere e in quali modi la Repubblica democratica, nata essenzialmente da italiani e italiane che hanno avuto il coraggio di scegliere, ha remunerato, a livello di cittadinanza compiuta, le Resistenti?

Non è stato infrequente il senso di stupore, mano a mano che le resistenti venivano fuori dall’opacità, nel pensare a tali e tanti gesti quotidianamente eroici, cosicché la domanda conseguente era d’obbligo. Perché un silenzio così complice fra uomini e donne che ne erano stati i protagonisti e fra gli storici che ne narravano le vicende? Un silenzio interrotto da poche voci, fino agli anni Settanta. La risposta non potrebbe essere trovata semplicemente nella misoginia di una narrazione maschile che ha confinato le donne in posizione subalterna.

Il silenzio di quelle tante che hanno deciso di raccontare tardi, e di quelle altrettanto numerose che non l’hanno fatto, è stato spiegato talvolta da loro stesse con il ridurre ciò che avevano messo in campo a semplice dovere, a lavoro di cura, ad uno stare accanto agli affetti, quindi un “traslocare” nella resistenza ciò che vivevano quotidianamente; io ritengo invece che quel quotidiano sia stato rovesciato in un evento straordinario, che sia stata attuata una rivoluzione mentale, resa più chiara a chi non aveva strumenti culturali opportuni, da quelle che avevano una coscienza politica più spessa.

La storiografia ha per molto tempo continuato a sottovalutare l’apporto di donne nella guerra partigiana anche perché ha conservato come unico riferimento le dinamiche di azione maschili; coglierne quindi l’originalità e la consistenza si è rivelato un  lavoro lungo e difficile. Molte delle azioni femminili partigiane erano, come si è detto, inserite nella vita quotidiana che la maggior parte delle donne continuava necessariamente a condurre e non avevano le caratteristiche di atti di lotta, benché i rischi fossero a volte gli stessi.

Procurare cibo e vestiti per partigiani, confezionarli e portarli percorrendo chilometri per raggiungere le postazioni o i punti convenuti, procurarsi medicine e consigli medici, quindi avere contatto con dottori, farmacisti, infermieri, trovare rifugi sicuri nelle case, in campagna, nei conventi, negli istituti religiosi, stabilendo collegamenti con parroci, preti, monache, madri superiori, raccogliere denaro per aiutare altre donne rimaste sole e con famiglia a carico e per le necessità dei partigiani dentro e fuori le città, e quindi avere contatto con industriali, commercianti, persone ritenute abbienti, perché s’impegnassero a prestare aiuto economico ai combattenti che in cambio offrivano protezione per le fabbriche e le attività, i depositi, i magazzini, le merci … sono alcune delle mille iniziative delicate e importanti che le donne portarono avanti in quei due anni, mescolandole alle loro faccende quotidiane"1.

Furono molte anche le infermiere, le staffette, le fattorine con la stampa clandestina, le "organizzatrici di proteste", che nascevano non solo nei cortei, nelle manifestazioni, negli scioperi, nei funerali finalizzati, per così dire, a "politicizzare" i lutti. Le donne che entravano nelle formazioni partigiane facevano gli stessi turni di guardia degli uomini, smontavano e pulivano le armi, sottostavano alla stessa disciplina, partecipavano senza alcuna speciale tutela alle azioni e agli assalti. Ma le donne che facevano questa scelta erano poche, anche perché "le convenienze, le abitudini, i tabù sociali impedivano che una donna condividesse le giornate e le notti con tanti maschi. La scelta di vivere in formazione comportava da parte della donna un carattere straordinariamente deciso e spesso la rottura con la famiglia"2.

Le donne non furono semplici forze aggiuntive, anche perché, giovani, meno giovani e giovanissime corsero pericoli di ogni sorta facendo la spola per portare notizie, informazioni ordini, viveri, munizioni, medicinali, stampa clandestina, oltre a prendere in qualche caso parte diretta ai combattimenti. Il periodico Donne della resistenza affermava già più di trenta anni fa che chi si fosse proposto di scrivere la storia della resistenza femminile avrebbe dovuto evidenziarne il carattere collettivo e anche anonimo". Non che manchino le eroine, donne cui le circostanze concessero di compiere gesta eroiche o imposero il sacrificio supremo, ma la loro gloria illumina di una stessa luce l’anonimo eroismo quotidiano delle migliaia di altre donne che, nella resistenza, trovarono modo di esprimere le virtù tradizionalmente femminili della devozione, della pazienza, della lunga, tenace, indomabile sopportazione"3.

Tutti i compiti ausiliari in pratica furono svolti dalle donne, anche se non è possibile al riguardo avere cifre esatte poiché molte di esse, appena conclusa la lotta, tornarono alla loro vita familiare o lavorativa, poco curandosi dei riconoscimenti. I numeri delle donne attivamente impegnate nella Resistenza oscillano da un numero superiore al milione, alle cifre al ribasso rilevate dalle statistiche ufficiali, che parlano di trentacinquemila partigiane combattenti; fra loro, vi furono circa 500 commissari politici, investite di responsabilità di comando. I Gruppi Operativi spingevano la loro azione nelle famiglie e nelle fabbriche, nei municipi, nelle carceri, nelle scuole.

In molte città, come Modena, Parma e Forlì le donne presero iniziative per far cessare le deportazioni di massa. Tra i contributi più singolari, si ricordano quelle che fecero la spola fra le due parti d’Italia, allora divisa dalla Linea Gotica, lanciandosi con il paracadute e assicurando i collegamenti con gli Alleati. Le donne rimaste nelle case le trasformarono talvolta in laboratori, dove si preparavano indumenti, si raccoglievano vettovaglie, armi e munizioni. In quella parte d’Italia che era rimasta sotto il dominio tedesco, furono costituite formazioni femminili militari, le Volontarie della Libertà, "formate da donne energiche e audaci decise a partecipare attivamente alle operazioni di guerra".

La loro azione comprendeva atti di sabotaggio nelle fabbriche, per paralizzare la produzione destinata ai tedeschi, interruzione delle vie di comunicazione, occupazione di depositi alimentari dei tedeschi, approntamento di squadre d’infermiere e posti di pronto soccorso, prendendo dimestichezza anche con l’uso delle armi. In Emilia organizzarono grandi manifestazioni femminili, assalirono magazzini di viveri, diressero ospedali, distribuirono legna e vettovaglie. Nei manifestini stampati e diffusi dalle donne si leggeva: Anche noi siamo scese in campo...Tutte le donne hanno preso il loro posto di battaglia.

(1) M. ADDIS SABA, Partigiane. Tutte le donne della Resistenza, Milano 1998, pp.VII-VIII.
(2) Ivi, p. 95.
(3) La donna italiana dalla Resistenza ad oggi, Roma 1975, p.11.


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