BRUCIA LA TUA MONETA, FILOSOFO

di Roberto Ciccarelli
11 ottobre 2011

La filosofia è più inoperosa che mai in Italia. Per “inoperosa” intendo la sua interminabile separazione dalla logica economica, dell'impiegabilità sociale o professionale e infine rispetto al suo mandato universale, cioè l'essere insegnata in una facoltà specifica. Negli ultimi dieci anni quasi tutte le facoltà della filosofia sono state assorbite nei corsi di laurea in scienze della comunicazione, della formazione o scienze politiche. Singoli insegnamenti spuntano come metastasi in facoltà come quelle di giurisprudenza. Sempre meno, a dire la verità, complici i “riaccorpamenti” dei dipartimenti imposti dalla “riforma” Gelmini.

Carenza di iscritti, crisi della vocazione, raggruppamenti accademici risicati e, in generale, una totale mancanza di interesse da parte delle baronie accademiche a guardare fino in fondo questa inoperosità filosofica e politica. Preferiscono far finta di nulla e continuare ad illudersi che battezzare i propri affiliati corrisponda ad un sacramento e non, invece, alla loro dismissione su un binario morto in attesa della pensione. Un privilegio da non sottovalutare in un paese che, complice la crisi e i tagli all'istruzione pubblica, ha deciso di cancellare l'amministrazione dello Stato, insieme alle istituzioni come la scuola e l'università, che un tempo servivano alla formazione, alla specializzazione, insomma alla creazione della “competenza” del filosofo. 

Inoperosità va dunque intesa in un triplice senso: rispetto al campo universitario dell'insegnamento o della ricerca; a quello della spendibilità su un mercato (come “consulente filosofico”, più grevemente: come gestore delle risorse umane, cioè come coordinatore della precarietà altrui e come tagliatore di teste nelle grandi e piccole aziende); poi c’è quello della politica, intesa sia come pensiero sia come prassi. 

La filosofia, in Italia, non ha dunque uno scopo ed è per questa ragione che non può assolvere al dovere assegnatole da Hegel: il filosofo è un funzionario pagato dallo Stato. Si metta l'anima in pace: lo Stato da oggi non lo pagherà più e farà in modo, entro il 2030, di non pagare più alcun filosofo in un'istituzione pubblica. Stando al Dpef 2011, poi variamente riscritto e occultato dal governo Berlusconi, e dal suo incubo tascabile Tremonti, entro questa data, le “spese” sull'istruzione e ricerca – si legga: ricerca di base e umanistica - verranno ridotte dall'attuale 4,2 per cento sul Pil al 3,2. 

E' facile immaginare la fine che farà la disciplina universitaria che in Italia abbiamo conosciuto con il nome di “filosofia”. Lo abbiamo sotto gli occhi da almeno 10 anni. Il privilegio di osservare la sua agonia non durerà purtroppo molto a lungo. Ma questa filosofia che non ha né scopo, né ormai un nome, non può nemmeno assolvere al compito che le è stato assegnato da due illustri conservatori come Alexandre Kojéve o Leo Strauss. Si prenda, ad esempio, il loro dialogo-carteggio Sulla Tirannide (Adelphi). 

Di nobili origini, ma non di facile consumo, la filosofia non ha mai goduto di grande popolarità tra le masse. Il pensiero conservatore è ossessionato dal timore di non riuscire a trovarle una collocazione nella divisione moderna del lavoro intellettuale. Per questa ragione, Strauss attribuisce alla filosofia il ruolo di «scienza» che interpreta la saggezza dei classici per parlare in codice del presente. Una scienza che servì per rivelare le antinomie della filosofia politica. 

Kojève sostiene invece che i filosofi sono tiranni del pensiero attratti dalla tirannide politica. Sempre con lo sguardo alle lancette dell'orologio, elargiscono consigli ai politici, ma non vedono l'ora di farla finita con la politica. Ogni minuto è tempo rubato alla passione erotica della loro vita: il pensiero. Il tiranno deve ascoltare ciò che di buono hanno da consigliare i custodi delle idee eterne e provvedere rapidamente alla riforma dello Stato.

In entrambe queste idee, che cito solo per la prossimità del costoso tomo adelphiano, si riconosce una precisa scelta politica dell'intellettuale: la condanna della modernità che non ammette l'esistenza di un Bene superiore, distrugge i valori della «ragione» e  della «civiltà», preferendogli il consumismo, i piaceri dell'effimero, il nichilismo delle filosofie desideranti. È del tutto evidente che un filosofo italiano, accademicamente inteso, sia incapace di pensare qualsiasi idea di “Bene superiore”. Il suo cinismo antropologico, la sua miseria intellettuale innata e compiaciuta, hanno pur sempre un limite: quello del ridicolo. Riuscirà a superare anche quello, non c'è dubbio, ma per il momento si trattiene nei suoi recinti. A questa classificazione mancano molte, ed esilaranti, sfumature che per questioni di spazio è meglio risparmiarsi. 

Il punto è un altro, è profondamente politico e del tutto coerente con la storia della filosofia italiana che è stata fatta da apolidi, eretici, indipendenti o veri e propri fuorilegge. Penso a Vico, a Bruno, a suo modo a Machiavelli – che conosceva senz'altro l'arte della prudenza e della fortuna. E penso a migliaia di giovani filosofi – donne e uomini – espulsi dall'università dopo le vacche grasse dei fondi europei (FSE) destinati ai dottorati per almeno 5 anni tra la fine degli anni Novanta e gli anni OO. 

Con un cortocircuito temporale che potrebbe destare qualche esitazione, è comunque possibile immaginare che la situazione dei filosofi italiani tra il XVI e il XIX secolo si stia riproponendo oggi. Fatta la tara della retorica sull'eccellenza e sulla meritocrazia, che sappiamo essere certamente indimostrabile nel campo filosofico (per non parlare degli altri, ma questo è un altro discorso), ecco spuntare la prima generazione di filosofi dai piedi scalzi, non impiegabili, senza parrocchia accademica e, cosa che è forse più interessante, senza reddito. Ai filosofi, in Italia, viene negata qualsiasi cittadinanza, salvo a quelli che diventano manager da Ikea, o più modestamente commessi al reparto sedie in vimini, proprio perché non sono produttivi o riconoscibili in alcun modo. Lo sono con il corpo, la carta di identità, banalmente come “precari”, ma sono come milioni di altri: “carne da cannone”. Dopo di loro ci può essere un idraulico, un cacciatore di farfalle, un masticatore di gomme americane. 

È questa l'origine e il destino del filosofo italiano, non altra: vivere nella miseria e costruire infiniti mondi possibili. La filosofia italiana, che invece è eterna, si accontenta per sua fortuna di un posto nel paradiso dei santi con il conto in banca, sempre più misero. Ed è in questa fine della filosofia italiana che si intravede un vettore genealogico insospettabile, anche perché nelle facoltà italiane di filosofia si è insegnata poco o niente l'arte della genealogia. 

Il personaggio concettuale, il vettore, che incarna da sempre, e oggi sempre più, il filosofo italiano è Diogene il Cinico. Diogene è un velenoso individualista, eccentrico barbagianni e testardo provocatore. Diogene afferma la verità attraverso una vita scandalosa che si svolge sotto gli occhi di tutti: dorme e si accoppia in pubblico, mangia come un cane alla mensa dei potenti e poi piscia al loro desco (come i cani), abbaia davanti al pericolo e spinge i suoi simili a prendere un’altra strada. È un generoso che immagina una nuova vita per la comunità e sceglie di morire in povertà. Il filosofo italiano, come tutti i lavoratori indipendenti (cioè che non hanno un contratto stabile e non hanno un reddito fisso) rischia sempre di finire in schiavitù. 

Diogene il cinico era un uomo libero e finì per essere venduto sul mercato degli schiavi. Chi oggi afferma la sua autonomia lavora in realtà in un sistema che lo riduce a un bracciante intellettuale. Dov’è la dignità in tutto questo? Non nell’atto esemplare, o francescano, di rinunciare a tutto, ma all’opposto nel difendere la propria autonomia in un mondo dove l’umiliazione, l’obbedienza, la subordinazione sono la norma. Autonomia è dunque un atto di coraggio, di resistenza, di impegno a superare i propri limiti e affermare la sovranità sulla propria esistenza, la ricerca di una vita vera, migliore, dignitosa, felice. Quale infinito mondo possibile migliore di questo, per chi non potrà più essere definito “filosofo italiano”, ma un singolo, politico, pensatore? Brucia la tua moneta, filosofo. Scoprirai una potenza segreta, una vita meravigliosamente comune e lle tue comunità saranno ribelli e autonome.

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